Metanolo # 3 - Il Vov vale?
Ricordi no, associazioni sì: l’odore sgradevole quando te lo versano addosso.
La mia prima macedonia corretta.
Carenza di rapporto.
Coca Cola del 2006.
Al formaggio ci ho dato un taglio.
Hanno smesso di convivere.
Non so, generalmente mi avvicino allo scaffale chiudo gli occhi e afferro un collo.
Undici forse è poco.
Mi rimproverano perché dovrei riempire il bicchiere dei miei ospiti, invece è il contrario.
Il VOV conta vino?
Jopili ama firmarsi http://deficienteiochetidòancoraretta.splinder.com.
Giovane quarantenne autoctono della Sardegna, esordisce nel mondo della letteratura con un prezioso libello intitolato Il Ventre Della Sposa Bambina di cui più avanti Soda offrirà approfondita recensione.
Vocativo e Soda ne consigliano la lettura in compagnia di un bicchiere di:
Aglianico del Vulture Titolo 2002 – Fucci Elena
L’aglianico, si sa, trova tra la Campania e la Basilicata il suo territorio d’elezione. Una delle zone, in assoluto, più vocate è l’area lucana che si estende nei pressi del Vulture (una delle DOC più prestigiose e antiche del Sud), nei comuni di Barile e di Rionero in Vulture, centri che insistono su terreni vulcanici, capaci di regalare ai vini quel tasso di mineralità tale da renderli miracolosamente complessi, sfaccettati (ricordiamoci che nei pressi, a Venosa, è nato uno dei più noti cantori del nettare degli dei: Orazio… quasi un scherzo del destino). Figlio di queste terre è l’Aglianico del Vulture Titolo, unico vino prodotto dalla famiglia Fucci. I vigneti sono posti in altura ed è questa variabile a far sì che nascano nel Vulture alcuni tra i rossi più eleganti del Sud e forse dell’Italia intera. In realtà il vino, realizzato da Sergio Paternoster (uno dei massimi conoscitori del territorio in questione), ha una certa esuberanza alcolica e di frutto, anche nella difficile annata 2002 (molto umida e piovosa), che però si compenetrano benissimo nel legno nuovo (un prodotto dunque più moderno e meno classico, molto diverso, per esempio, da quelli offerti da Donato D’Angelo, tanto per fare un nome classico del Vulture). Forse sarà la stessa annata ad aver mitigato il rigoglio e la vigoria del frutto, facendone in ogni caso un prodotto di alta classe. Io l’ho bevuto da solo, senza nessun accompagnamento (resto del parere che un vino di grande complessità possa esprimere le sue caratteristiche soprattutto se posto come unico protagonista dell’assaggio, senza per questo diventare autoreferenziale… provatelo ad esempio su un caciocavallo podalico, per avere un’idea di quale può essere il suo potenziale). Ebbene, il vino è risultato ancora giovane, molto giovane, ma la gentilezza dei tannini ne amplificavano la bevibilità e naturalmente la godibilità. Penso sia destinato ad un’ottima evoluzione e magari se ne può riparlare tra altri 5-6 anni, per comprenderne a pieno le potenzialità. Colore piuttosto carico, con riflessi violacei, al naso si avverte il rovere con i suoi sentori vanigliati, che, fortunatamente, non impediscono alla varietalità dell’aglianico di venir fuori, col suo profumo di viola e frutta matura. Alla beva è morbido e piuttosto caldo (l’alcool si avverte), ma il finale, lunghissimo, quasi balsamico (liquirizia e menta), ridona freschezza, pulisce la bocca e si può ricominciare…
Nelle enoteche a poco più di 20 euro.














