Metanolo # 8 - qualcuno abbatta quel maledetto pino

1. il primo ricordo legato al vino?
Vendemmia, avevo sei o sette anni. Piedini a pestar gli acini, manine appoggiate al bordo d’un enorme tinozza.
2. si ricorda la prima volta in cui si è ubriacato?
Quindici anni o giù di lì, a una festa.
3. cosa prova nei confronti dell’ubriacatura?
Fino al brillo, e appena poco oltre, sono semidivino. Poi, l’imbestiamento: la nausea, le vertigini, la cefalea, quasi sempre il vomito. Cerco di evitarlo, con l’età ho imparato a evitarlo.
4. col pesce che vino accompagna?
Bianchi. Falanghine, per lo più. Per i crostacei e i frutti di mare, chardonnay.
5. con i formaggi freschi?
Rosso, quasi sempre. Chianti, soprattutto, ma non mi dispiace maltrattare un buon Brunello di Montalcino mettendovi d’accanto gorgonzola, formaggio alle noci e stracchini vergati di confetture al peperoncino.
6. con la frutta in macedonia?
Passito di Pantelleria.
7. quando, dove e cosa fu il suo miglior acquisto di una bottiglia di vino?
Ho un po’ vergogna a dirlo, il vino quasi sempre me lo regalano. Però ricordo una follia, una bottiglia di Aglianico del 1988, divino, una cifra innominabile, meritata.
8. in scala da zero a dieci, quanto si sente imbecille all’interno di un’enoteca e perché?
Direi: 9. Ma anche in una discoteca, in una biblioteca e di fronte a una lipsanoteca. E’ il “teca” che mi fa quest’effetto.
9. in scala da zero a dieci, quanto si sente sommelier in compagnia dei suoi amici e perché?
Dipende dagli amici, ma non ne ho gran che di intenditori, sicché è semplice millantare e, con cautela, talvolta millanto.
10. il suo vino preferito: motivazione della scelta e cosa sente al gusto e all’olfatto bevendolo (possibilmente anche nome del vino, produttore, annata)
Il Brunello di Montalcino, senza dubbio. Qualsiasi annata, ma preferisco quelli che hanno superato i 10-12 anni.
Tra i bianchi, quelli fruttati. In odio verace e robusto, tutti i tipi di perlage.

Malvino (Luigi Castaldi)

 

 

DOCG Taurasi Contrade Di Taurasi 1999 e Riserva 2000
Taurasi è subito sinonimo di grandi rossi del Sud. Il piccolo borgo irpino che dà il nome e vita a questo straordinario nettare, prodotto con uve aglianico della zona del taurasino, appunto, non è certo situato nei pressi di La Morra o Serralunga d’Alba in Piemonte né presso Pauillac nel bordolese. Eppure qui da diversi anni si producono grandi vini, grandissimi. Sia ad esempio il riconoscimento che quest’anno ha avuto il Taurasi Vigna Cinque Querce di Salvatore Molettieri, premiato come miglior vino dell’anno 2006 dalla guida del Gambero Rosso. Sia da controprova la verticale avutasi non molti giorni fa del Taurasi Radici di Mastroberardino a partire dall’annata 1968!

 

L’azienda Contrade di Taurasi della famiglia Lonardo interpreta il proprio vino di punta con rispetto del territorio e della tipicità. Niente eccessi. Qui si lavora con passione e serietà. Ne sia testimonianza la vinificazione in purezza del bianco grecomusc’, vitigno autoctono rarissimo delle terre di Taurasi (del quale speriamo di poter riferire prima possibile, dal momento che trattasi di un vino di una certa complessità e di grande valore).

Per cominciare il loro Taurasi ha un colore rubino-granato (finalmente mi viene da dire, dal momento che negli ultimi tempi si era abituati a vedere tutti vini dal colore impenetrabile, super concentrati e di discutibile complessità). Già al naso è molto complesso, con sentori di prugna, frutti di bosco, poi comincia la speziatura, a partire dalla foglia di tabacco, fino ad arrivare a sentori animali. C’è da fare un distinguo, però! Dal momento che mi è capitato di berli uno dopo l’altro, diventa palese la differenza: il ’99 è meno intenso al naso e ha, all’assaggio in bocca, ancora qualche spigolo di troppo nei tannini, è leggermente più scomposto e meno lungo. La riserva  2000 invece ha un frutto eccellente già al naso, in bocca una mineralità e profondità  ricchissima, con sfaccettature che nel ’99 non è dato trovare: è più morbido ed elegante, ha un equilibrio superiore ed una persistenza olimpionica. Ha una marcia in più. Ho comunque modo di ritenere che il ’99 con un ulteriore affinamento in bottiglia possa centrare l’equilibrio e bissare la bontà dello splendido 2000. Ad ogni modo si ha a che fare con vini di grande carattere e tipicità, in cui la riconoscibilità del vino trova la sua controparte nell’identificazione con il territorio. Cosa non da poco.

In enoteca li si trova intorno ai 30 euro. Trattandosi di vini di grande caratura, sottoposti a lungo affinamento prima di essere messi sul mercato, si giustifica il prezzo. Tuttavia è opportuno ricordare che non di rado per bere vini di pari valore (o presunto tale) bisogna sborsare ben altre cifre, non sempre giustificate, per cui riteniamo che una volta tanto ne vale la pena.

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