Benvenuti nella giungla - 1
Mag 26th, 2006 | By p.s.v. | Category: SodaRacconti, precipitandosivolaMi accendo una sigaretta bevendo la prima birra.
La statale Romea da sempre sembra nascere dall’acqua e strappare un leggero filo di terra umida dalla laguna di Venezia. Si allunga tra persone, fiumi stanchi e pianure. Macchie di colore e fabbriche. Campagne depresse e paesaggi che si muovono. Un unico infinito serpente sporcato dal catrame e avvelenato dai tubi di scarico di milioni di veicoli.
Svolto al chilometro quattordici, decidendo per il mare piatto e incolore di Rosa Pineta.
Saluti da Rosa Pineta scriveva in una cartolina una mano appassita, non molto tempo fa. Io penso alle zanzare che mi aspettano mentre cerco con lo sguardo l’argine dell’Adige per poter pisciare. Penso devo averli beccati tutti, finora, gli argini: orinare ai bordi delle strade appena l’effetto della birra preme sulla vescica, cercare almeno di proteggere la vista degli ultimi vacanzieri infelici che precedo.
Saluti da Rosa Pineta.
È sempre la solita cartolina, storpiata nei suoi colori, a salirmi quasi fosse l’effetto di una sostanza psicotropa. Penso alle zanzare bisognose di piccole gocce di sangue a sfamare la loro sete turistica. Mentre col pensiero torno indietro di qualche anno. Un rewind automatico a ricordare Arlen in preda all’effetto chimico e devastante della coca intrattenere un pubblico di malcapitati, sostenendo che il monumento di benvenuto alle porte di questo paese era una grossa zanzara in ferro battuto, commissionata dal comune di Rosolina ad un suo cugino di Este.
Mi giro tra i polpastrelli una canna di marijuana grossa un dito, cercando tra le tasche dei pantaloni un accendino bic arancione che trovo in mano a mio figlio. Accendo girando gli occhi al cielo. Non piove, esclamo senza parlare.
La signora Caterina è proprietaria del primo bar che si trova entrando in paese. Avrà forse settantacinque anni, la schiena ingobbita dal lavoro e un marito con una gamba di legno. Appena mi vede mi accenna un sorriso: sa che, pur in tarda mattinata, ordinerò una birra.
Mi siedo a un tavolino fuori dal bar e guardo il viale che porta in centro.
Lorenzo scalpita, invece Baby è ferma e osserva con ghigno strano dei capillari nelle gambe che solo lei riesce a vedere. La signora Caterina mi prepara dei panini con il prosciutto cotto e la maionese, mentre il marito si siede a un tavolo, sbuffando. Dice a Baby che ne ha due coglioni grandi tanto indicando la vecchia dietro il bancone del bar. Poi, però, quando Caterina arriva al tavolo col sacchetto di carta marrone, lui la sfiora con la mano. Sorrido e faccio l’occhiolino a Baby mentre stolgo lo sguardo da quello stralcio di fiction televisiva racchiusa nello schermo della mia vista, storpiata nell’effetto dai sedici noni con cui mi viene proiettata. Lo chiamo effetto ganja, perché non appena aspiro la prima boccata di fumo vedo i colori immediatamente più intensi e nelle parti superiore e inferiore del mio schermo visivo si formano due fasce nere orizzontali. Dando un senso di appiattimento all’immagine che i miei occhi imprimono sul cervello.
Stento spesso a comprendere come l’uomo, in chissà quale stato delirante, possa aver scelto gli acquitrini paludosi di questo stretto limbo di terra. Forse è stato costretto a scegliere.
Macchia mediterranea tra la depressione della ‘bassa’, il ventre caldo della laguna, il delta del grande fiume. E il mare. Poi sempre mi ricredo ricordando la generosità degli orti lungo i grossi argini del fiume Adige e quanto il nostro corpo abbia intrinseco lo spirito e la capacità di adattamento.
Riprendo la strada, direzione mare, tagliando di netto il paese. Squarciato nei suoi polmoni dalla lamiera metallizzata della mia auto. Rosa Pineta è un ammasso ibrido di case costruite, per lo più durante gli anni sessanta, da un manipolo di uomini delle vicine città. Gente che d’un tratto s’è ritrovata con i materassi stracolmi di soldi, magari rischiando il posto sicuro in fonderia, diventando loro stessi imprenditori nella fusione del metallo.
Oppure falegnami che son diventati arredatori nello stesso tempo e con la stessa intensità con cui la luce partorita dal giorno ci appare dopo una notte di doglie e travaglio. Contadini arricchiti per aver osato la macchina agricola moderna e geometri capaci di annusare il momento, tirando su case fatte con lo stampo.
A Rosa Pineta c’è stata in quegli anni una vera e propria corsa all’oro.
Chi aveva i soldi, ma non azzardava la vacanza ai tropici perché non ancora concepita dalla loro semplicità, veniva qui a costruirsi la casa al mare. In questi luoghi per le prime vacanze sicure e soprattutto vicine ai soldi delle loro ditte, i nuovi pionieri avevano innalzato le loro abitazioni ancor prima che fosse previsto un piano regolatore, che vi fossero pensate delle strade interne e che la zona potesse immaginare un adeguato impianto fognario.
fine parte 1 - continua















Oh, finalmente qualcosa di interessante. Aspettiamo il guizzo, però!
Forse perché c’è la canna?
FINALMENTE QUALCOSA DI INTERESSANTE??????????????”
Ubi, sei licenziato.