Fabbricazione Della Poesia
Lug 1st, 2006 | By Erminia Passannanti | Category: Erminia Passannanti, Poetìa

Pulsione, libido, energia mentale, istinto e loro espressione sono, insieme alla ragione e alla coscienza, aree che la poesia in tutte le epoche ugualmente affronta e di cui cerca di offrire un punto di vista originale. Nel tempo, molte ipotesi e modelli di poesia sono stati proposti e discussi, senza che sia stata mai raggiunta una teoria definitiva. L’epistemologia discerne attualmente un piano espositivo di cognizione, un piano interpretativo, ed uno esplicativo di cosa sia la poesia. I primi esaminano il come della fenomenologia del testo, e il terzo il suo perché.
Possediamo dei meccanismi inclusi nella rete cerebrale che consentono di identificare, ordinare e descrivere vita e mondo in termini poetici. Genitori ed insegnanti, gruppi di coetanei e persone di riferimenti, ambienti sociali possono stimolare o deprimere questa facoltà poetica. Certamente rende tutti in grado di captare e apprezzare ciò che è poetico, anche se non dalla parte del produttore, ma del fruitore.
Le attività di elaborazione dei moduli linguistici e della memoria semantica occupano una parte ben precisa del cervello, e lo dimostrano i fenomeni di afasia linguistica che ho studiato altrove in riferimento alla poesia di Amelia Rosselli ne La libellula e Serie ospedaliera.
Leibniz non si è occupa della dimensione prenatale, tuttavia ritiene che si nasca con una serie di capacità mentali, che tutto il genere umano possegga innate idee metafisiche. Ogni individuo avrebbe in sé alla nascita una serie di moduli attivi, che sono innati ed ereditari, dunque specificati da certi geni in grado di classificare il mondo poeticamente.
Potremmo dunque chiederci su quale piano psichico agisca l’esigenza di poesia, di fede o necessità nel verso. Una grande macchina si è messa in moto dalla notte dei tempi (Vico) per giustificare, legittimare, spiegare questa esigenza. Il bambino è poeta così come lo era l’uomo erroneamente definito primitivo (sempre Vico). Credo che, psichicamente, siamo poeti e, fisicamente, macchine perfettibili. Chiamo pertanto la ‘macchina dell’estasi’, questo modo di trascendere il timore della stasi, dalla minaccia della passività, partecipando alla creazione: perché nulla è più creato del prodotto poetico. Siamo generati, e abbiamo evidentemente un impulso a generare sterminato, un impulso complesso, non semplice. Abbiamo l’impulso a generare parole e idee in modo innato: è un potenziale, è iscritto nella specie. La poesia è come incistata nella mente, umana, insieme al comportamento e alle attività neurofisiologiche. La poesia è questo funzionale modo psichico di rispondere agli stimoli esterni… producendo metafore di significati ulteriori, organizzanti le profondità della coscienza cognitiva affiancata alla memoria storica, alla sensibilità esistenziale, e all’apprendimento pratico. Siccome gli stimoli sono continui, incessanti, basilari, si è poeti ‘di risposta’, dalla nascita.
È così, allo stesso modo, che si concepisce poeticamente dio dovunque, in qualsiasi cultura e ad ogni latitudine, unanimemente e trascendentalmente, per superare i dubbi che affondano nell’angoscia della non fantasia creatrice. Dio giustifica nell’uomo la poeticità, il suo bisogno dunque la poesia è dio. Dio come ‘capacità‘ illimitata (presupposta e immaginata, dunque potenzialmente possibile) è impiegata concettualmente da alcuni scrittori di poesia cosiddetti religiosi per compensare l’inadeguatezza ai loro occhi di altre sfere o metodi pratici non all’altezza dell’intensità del senso della vita che essi intuiscono tramite la facoltà poetica. Il parlare del sovrannaturale pone inoltre questi poeti con le spalle al sicuro in quanto ogni discorso su dio è irrefutabile. da una prospettiva metaforica la poesia non prova l’esistenza di dio, ma è dio stesso, data l’impossibilità di questa verifica.
La poesia tradotta in dio è la metafora allo stato ‘puro’, perché l’idea di dio è idea innata nell’uomo, bisogno psichico di trascendenza, come lo sono le intuizioni matematiche. L’idea di Dio e la matematica insieme alla poesia rappresentano la forza del pensiero umano come potenzialità data.
Il bambino è profondamente consapevole di questa forza già a pochi mesi e, intorno ai tre annidi età, la padroneggia in buona misura con l’abilità che scopre quotidianamente di articolare il linguaggio per esprimere concetti e offrire opinioni, o perfino giudizi morali, sulle cause, sulle persone e sulle cose.
Riportandomi a questo complesso di riflessioni e tesi, mi pare di potere capire che anche la poesia sia una forma di intelligenza, proprio come le capacità logiche e matematiche, l’abilità di cantare, di ricamare, di dipingere, modellare, acconciare veli, fare l’uncinetto, danzare, cucire, né più né meno.
Che anche la poesia, come tutte le arti e pratiche artigianali, e a qualsiasi livello, senza gerarchie di valore, sia una capacità umana, terrena – o dote innata della mente fabbricante – assolutamente ‘regolare’, e data, ovvero non già speciale, sovraumana, mistica, come invece vorrebbero fare credere certi poeti-vati, il cui scopo è nobilitarsi tramite una pratica umana, che sebbene più o meno alla portata di tutti come capacità, semplicemente ‘non tutti’ gli esseri umani hanno l’intenzione, la motivazione, il gusto e il tempo di coltivare, presi da altri lavori ed altre arti. La capacità e l’interesse dell’arte di creare dio è infinitamente superiore alla volontà o l’interesse di dio di creare l’arte.
Facoltà data, dunque, solo che per fattori stimolanti e percorsi individuali c’è chi in questa arte diventa più o meno orientato, abile per livelli di motivazione, piacere, o semplicemente esercizio. Forse addirittura si potrebbe parlare di una parte del cervello proposta alle elaborazioni poetiche e metaforiche del reale, come quelle preposte alle dinamiche di coscienza, memoria, linguaggio.
Per consuetudine definivamo “afflato lirico” la concomitanza di ragione e sentimento presente nel testo. Tuttavia, lo scopo della poesia, quale espressione d’eventi psichici complessi interni alla soggettività, non è spiegare le proprie ragioni o giustificare la dinamica mentale del poeta che traduce i suoi stati psichici in parole.
C’è perfino nella metapoesia dei “language poets” una tendenza più profonda a dissimulare le proprie strategie, perché le varie pratiche elaborate dalla mente in direzione cognitiva sono abbastanza intelligenti da non volere semplicemente tendere all’autosmascheramento. ( È la critica, esterna al testo, la vera disciplina deputata ad illustrarne le cause e il senso.)
L’esternarsi, nel testo, di ragione e sentimento ovvero di una energia psichica capace di condizionare la struttura psico-emotiva del soggetto poetante e dunque di determinarne la poetica è stato descritto da Mauron nei suoi studi di psico-critica.
Secondo questa teoria, lo strutturarsi della poesia nella psiche poetante necessita di spinte endogene – della libido e delle pulsioni – non essendo semplicemente agganciata alla fantasia ovvero all’apprendimento di determinate modalità e tecniche espressive. Il testo viene così relegato a espressione energetico-pulsionale, se pur complessa, dei processi psicologici. Come si vede, questa prospettiva pone al centro della sua analisi la personalità del soggetto e non la poesia, che diventa in tal modo una sorta di sintomo.
La teoria freudiana energetico-pulsionale, trasferita nell’ermeneutica del testo poetico, non può oggi disgiungersi dalla considerazione della psicologia cognitiva, e dalle teorie della mente. E questo perché a mio avviso lo sviluppo di una data poetica dipende sia dallo sviluppo psichico, pulsionale ed emozionale del suo autore, sia da una potenzialità innata nella specie di poetare, che si manifesta a partire dai primi anni di vita, potenzialità che si incrementa nel processo di comprensione che il soggetto fa nel suo relazionarsi al sistema- mondo. Leibniz, per descrivere i procedimenti dell’esperienza sulla base dell’innato talento artistico, offre l’esempio della statua e del blocco di marmo .
L’esperienza rappresenta il modo e le tecniche con cui uno scultore affronta la manipolazione del marmo: sebbene la mano dello scultore faccia emergere la statua, non è la mano bensì la mente che ne concepisce la causa formale.
Per Leibniz il rapporto dello scultore con la materia toccata e percepita stimola l’emergere del talento innato. Questa prospettiva fa scattare l’eterno conflitto tra innatismo ed empirismo, intelletto e conoscenza empirica (ovvero materia conoscitiva). Kant risolve questo dilemma precisando come ciò che viene acquisito sia dissimile dal ‘modo’ in cui quello che è appreso ‘viene appreso’.
La poesia dunque è anche esperienza cognitiva, percorso di graduale comprensione dei modi delle proprie potenzialità espressive e della manipolazione del linguaggio poetico come congegno, insieme di tecniche, e dunque di possibilità di ricavare delle tecniche dall’esperienza individuale o collettiva. Questo complesso di esperienze (positive o negative) che chiamiamo percorso storico-esistenziale prepara nel poeta, come in ogni artista, schemi mentali con funzioni operative e svolge l’ ufficio dell’ interpretazione e metaforizzazione delle esperienze vitali, mentali e culturali. Dunque, in questa ottica, la poesia è anche sintesi di tecniche ed esperienze che si innesca a partire da un livello proto-cognitivo.
La “fabbricazione” della poesia é allora il costruirsi anche di graduali capacità cognitive e procedure, che condizionano il relativo impiego nel testo poetico delle tappe dell’esperienza esistenziale, e psico-affettiva. Per apprendere ed esternare i modi della poesia, fabbricare e venire ad una poetica, c’è bisogno quindi di una struttura protocognitiva capace di decrittare, selezionare e sfruttare l’esperienza storica e amalgamarla ai dati energetico-pulsionali.
L’avere in sé la poesia (e lo ha specificato del resto Vico), percepire questa potenzialità interna che sembrerebbe invece venire dall’esterno conduce a due movimenti, l’0uno che si traduce in una sorta di malattia mentale, allucinazione, o febbre, e l’altra in un’illusione di verticalità, di ascesi, da cui la confusione di poesia e assoluto. Ma la poesia come capacità, talento e pratica non può prescindere dall’interazione della mente e del suo orizzonte (comunque individuale, limitato, lirico o antilirico che sia) di senso, con il mondo che esperisce e con l’insegnamento che il mondo delle suggestioni offre a tanti livelli nella relazione tra vita e parola.
Le odierne tendenze accademiche nei paesi anglosassoni e americani, dimostrano che la poesia, come la pittura o la scultura o qualsiasi altra arte, si può insegnare e apprendere in laboratori e pratiche didattiche che danno una impalcatura di sostegno al momento creativo. E, delle volte, gli insegnanti vedono alunni sorpassare senza difficoltà i loro modelli. Poi tra intelligenza e poeticità come potenziale innato, ed esperienza di acquisizione di un corpus di tecniche e di letture, si innesca un dato ancora più rilevante per la complessità del poeta: la capacità di impiegare ed elaborare le suggestioni dell’inconscio, anche quando questo non sia uno svolgimento, ovvero un metodo dichiarato, evidente.
L’inconscio travasato in poesia è dunque resa dell’incontro tutt’altro che casuale tra intelligenza e emotività, trauma individuale e trauma della storia collettiva. Chi meglio dell’inconscio, della riflessione sui suoi scenari di piaga e derisione dell’Io, può formare il testo poetico, può incentivare i procedimenti metaforici della mente poetante?
La presenza dell’inconscio nel campo vastissimo d’azione della “scrittura”, la quale è forma, contenitore del processo creativo, che razionalizza e ordina il materiale onirico, psichico e storico-esistenziale, possiede livelli imperscrutabili, ed è come sostiene, Julia Kristeva, il vero luogo dove il simbolico manifesto e il semiotico represso, nascosto, si scontrano.
foto: R. Jakobson durante una lezione, @ mediamente.rai.it















Hai ulteriormente elaborato alcuni tuoi precedenti interventi che, credo, trovano la matrice ne La macchina e l’estasi.
Se la poesia è un talento innato, in qualche modo calata in una matrice quasi “generativo trasformazionale” (così mi sembra di capire), la pratica poi la modella. Fin qui ci siamo.
L’estasi, invece, è indotta dal “travaso” dell’inconscio nella poesia?
Ciao Voc, grazie del commento…..
si, e dall’impatto di un’altra fabbricazione umana, anch’essa ,sembrerebbe, atavistica, quella del mito….
mi piacerebbe riportare tutti i commenti apparsi in www.erodiade.splinder.com a questo pezzo
va bene, lo si può fare…saicomefarlo? erminia
rael, parti dai tuoi