Benvenuti nella giungla - 4
Giu 25th, 2006 | By p.s.v. | Category: SodaRacconti, precipitandosivolaUna birra da mezzo e sono già nella sdraio in riva al mare.
Non il tempo di un bagno in quest’acqua lurida, che Lorenzo arriva, morsica al volo il suo panino con prosciutto e maionese e corre via. Luca ed Elisa, i figli di Gigi, lo chiamano al gioco e alla vita.
Ho bisogno di due passi. Incerti, magari, ma che siano due passi.
Con Baby camminiamo mano nella mano fino alla spiaggia libera, poco più in là.
Vista dall’alto questo pezzo di banchigia, rubato dalla natura agli stabilimenti balneari, appare come un insieme di campi, coltivati nelle più svariate colture.
Un po’ come dall’alto dei colli puntare lo sguardo sui terreni delle campagne marchigiane. Qui il colore degli asciugamani, degli zaini, delle stesse persone e di qualche raro ombrellone variopinto, storpiano nuovamente la mia percezione visiva.
Ed è ancora la “vita” della gente ad accendere quella fiammata strana con cui da sempre iniziano le mie visioni. Guardando questo ammasso di persone, vengo catapultato dentro il più squallido dei discount alimentari.
Un supermercato tedesco per extracomunitari italiani che si azzuffano per l’ultimo panino con salsiccia e cipolla, si sfiancano in assurde partite di pallavolo in due metri quadri di sabbia, cantando l’ultima hit discografica con accento veneto. C’è chi parla e chi beve, chi pettegola e chi sussurra all’amica le proprie vicende amorose. Chi mostra il costume comprato tirando il prezzo al nero, costringendolo a perdere anche l’unico euro di guadagno. Mi sale un filo di depressione, mentre guardo un gruppo di ragazzine imbottire di carne umana e cellulite dei bikini alla moda. Rotoli di grasso dipinti da tattoos, costringono lo sguardo indiscreto della mia vista, a fissarli. Una ragazzina sui diciassette sta prendendo l’ultimo sole della stagione con un paio di jeans addosso. Forse si vergogna di quel culo enorme con cui deve convivere. O forse vuole solo far vedere l’ultimo modello della Diesel, comprato fallato perchè fino a lì poteva arrivare coi soldi. I rotoli di grasso della pancia, fanno quasi a pugni con la cintura, cercando di strappare un inutile respiro. Nell’ombelico un piercing, ad attirare lo sguardo delle persone su quello squallido e grasso stomaco ruminante. Poco più in là una famiglia sta mangiando. Una mamma sui cento chili ha aperto il frigo portatile e sta distribuendo il cibo sopra un asciugamano che funge da tovaglia. C’è da mangiare per una settimana intera, ma i tre figli faranno presto a divorare il tutto. Il marito guarda la scena con faccia schifata, mentre cerca di non pensare alla moglie, qualche metro più in là. È steso sopra un asciugamano a fiori, preso al volo dal bidè del bagno di casa. Tra le mani il colore rosa di un quotidiano, unico aggancio “culturale” alle faccende del mondo. “Sono dentro la vita di questo ammasso di gente. Sono immerso tra i loro pensieri. Cammino in questo groviglio di desideri nascosti. Di voglie, di dolori e vergogne. Sono la gente”.
Baby mi guarda.
Capisce che ho bisogno di parlare. Di vomitare quello che lo stomaco ha accumulato durante il giorno.
Attacco non appena i nostri sguardi si incontrano.
“Penso che gli altri siano uno specchio per tutti noi. Nella vita della gente vedo riflessa la mia. E se provo schifo guardando qualcosa o qualcuno, beh! in quel momento mi faccio schifo anch’io. Prova a stare più attenta alle reazioni che hai nei confronti dell’altro. Belle o brutte che siano, prova a dare un nome a quel che provi. Cioè, non so se mi spiego! Ma se guardando una puttana ti senti eccitato o se guardare un negro che sopravvive con l’elemosina ti schifa, prova a capire da dove arrivano questi sentimenti. Chi te li ha trasmessi, fatti scorrere dentro. Incancreniti nel cervello. Gli altri non sono che lo specchio della cultura in cui siamo cresciuti, che abbiamo vissuto, vinto o perso. Gli altri, alla fine, siamo noi. Tutti un po’ puttane, un po’ schiavi, un po’ tagliati fuori, un po’ negri. Il problema alla fine è che guardarci dentro ci fa sempre paura! E allora spesso ci si rifugia dietro un “non so che dire”, oppure “questo è un problema grosso”, o peggio ancora “è tutta colpa della società in cui viviamo”. No, il problema non sono le troie, gli extracomunitari, i terroni, i tossici o la cazzo di società in cui viviamo. Il problema siamo noi. Noi che ci facciamo schifo, noi che non ci accettiamo così, noi che non ci capiamo. Noi che giudichiamo!!! Siamo noi questo ammasso di asciugamani. Questo carico di borsette taroccate. Questi luridi piercing inchiodati su rotoli di grasso. Siamo noi gli scarti dei più mediocri bisogni del sole. Il luogo comune”.
Benvenuti nella giungla.
Fine














