Benvenuti nella giungla - 3
Giu 19th, 2006 | By p.s.v. | Category: SodaRacconti, precipitandosivolaLuigi Ceccotto ha quarantadue anni e vive a Vicenza con una moglie e due figli in vetrina. Tutti in svendita. Lavora nel mobilificio del padre da quando, dopo le scuole private, vi è stato inserito come addetto alle vendite. Suo papà ha prima dovuto insistere con i propri fratelli, con cui era socio al trentatre per cento, per convincerli dell’importanza nell’assunzione del ragazzo. Ma lo sforzo maggiore lo dovette esibire nei confronti dei professori perchè lo lasciassero tranquillo almeno l’ultimo anno di scuola, dopo che due tentativi, Gigi, se lì era già fottuti.
Alla fine il diploma di perito meccanico venne strappato unicamente per una cucina nuova, finita chissà come, nella casa del commissario interno della classe del figlio.
“El paròn”, come veniva chiamato dai suoi operai, aveva costruito una casa a Rosa Pineta appena il mobilificio gli aveva permesso di vivere i soldi. L’aveva voluta in stile messicano, quasi che al posto di essere un vecchio falegname e costruttore di casse da morto scopertosi improvvisamente arredatore, si sentisse davvero un pioniere della seconda metà del ventesimo secolo. Come dargli torto!!!
Vidi Gigi sbracciarsi e venire verso di me non appena il suo olfatto si accorse della mia presenza. Le sue braccia le vedevo lunghe, mentre correndo mi veniva incontro.
“Diocane, guarda chi c’è qui, porcodio!!!”
Inconfondibile.
Gigi Ceccotto era famoso per le sue bestemmie che intercalava da sempre ogni due parole, con una regolarità sorprendente. Le sue lunghe braccia lo facevano apparire goffo e sgraziato. Ma ciò che saltava agli occhi erano le centinaia di nei che ricoprivano la pelle del suo corpo.
“Cosa fai qua, dioboia” mi chiese con un ghigno strano che evidenziava il suo naso aquilino e i folti capelli. Mi limitai a sorridergli mentre con una manata saggiava la consistenza della mia spalla destra.
“Dai che stasera si fa festa, porco dio. Stasera pago, dio cane. O paga mio papà!”
Si avvicinò a Baby, che fingeva di dormire. Le toccò il culo e una tetta.
Aggiunse un “Porcamadonna sei sempre una gran figa!!!”
Poi tornò da me iniziando una performance di parole e bestemmie che con fatica riuscivo a seguire. Gigi Ceccotto. Aveva raggiunto una buonissima posizione nella ditta di famiglia ed aveva clienti in tutto il nord Italia. Era un venditore nato. Il lavoro e la vendita in particolare erano in lui doti innate. Vendeva mobili con la stessa facilità con cui bestemmiava. O ch’era disposto a fottere persino sua madre. Negli ultimi anni si era un po’ incasinato con la moglie, “perchè loro non sanno che cosa vuol dire la figa, puttana la madonna”, mi disse, mentre con un cenno della testa indicava Rosanna, sua moglie, sdraiata a prendere il sole pochi metri più in là.
Seduto sulla sdraio e senza farsi sentire da Baby, mi sussurrò un “l’ho fatta grossa sto giro, dio cane. L’ho fatta davvero sporca”. Un istante di silenzio a caricare l’atmosfera, che con la tensione di uno che sta vivendo gli ultimi giorni di vita, poi la botta. “Ho messo incinta una ragazza di vent’anni, dioporco. E la Rosy non sa un cazzo”. L’effetto della ganja non mi aiutarono di certo. E non aiutarono Gigi. Mi misi a ridere a squarciagola e Baby, che aveva sentito tutto, rise con me. Ci alzammo dopo esserci ripresi, per un caffè al chiosco dei bagni “Tamerici”.
Ero affezionato a questa specie di stabilimento, più perchè all’interno ci lavorava Loredana che per i servizi che mi offrivano. Che poi mi son sempre portato i panini da casa e oltre ad un caffè e qualche birra ghiacciata, non ci avrei mai preso un cazzo.
Ero stato insieme a Loredana nell’estate del mille novecento ottantotto.
Lei era una ragazzina infelice di sedici anni, immersa in un corpo da donna che ti lasciava senza parole. Era di statura media ma molto magra. Sua madre o il destino decisero per due grossi seni a sgraziarle il corpo. Per noi ragazzi era comunque un delirio di bomba sessuale. Ci fermammo al tavolino del bar a sorseggiare il caffè e fumare una sigaretta mentre l’odore del mare filtrava al mio cervello le parole, sparate come proiettili d’ansia, dallo stomaco di Gigi. Mi sintonizzai nuovamente sul canale della vita, rapito dalle movenze sghembe di Rudy, bagnino di Porto Viro.
Saranno stati sì e no vent’anni che lavorava al “Tamerici”. Tarchiato, con il culo basso e la testa enorme, non era certo un bel vedere d’uomo. Appiattito dai sedici noni con cui la vista mi trasmetteva le immagini, Rudy mi apparve più schifoso, grasso e viscido del solito. Portava un costume rosso attillato che disegnava ancor più nettamente le linee marcate del suo corpo. In testa i capelli, raccolti in un codino, lottavano per essere lasciati al vento. Erano vent’anni che quella coda da cavallo viveva sulla sua testa. Ed era altrettanto tempo che lui viveva in funzione di quella chioma di capelli lunghi e lisci. Non perdeva uno specchio, la vetrina di un negozio o il vetro di un auto in sosta per guardarsi. Andava fiero del suo capello lungo e non esitava a dimostrarlo. Si guardava teso, girandosi entrambi i profili e gonfiava il petto osservando da vicino i bicipiti. Scaricava l’aria trattenuta nei polmoni ed aspirava subito gonfiandosi come un toro. Ma, forse, questa fissa dei capelli era anche l’unica cosa che dava un senso allo squallore della sua vita. Era stato arrestato un paio di volte perchè sembrava avesse violentato delle ragazzine minorenni ch’erano in ferie da queste parti. Non si è mai davvero saputo nulla di più. Certo che a vederlo, faceva davvero cagare. Dopo un paio di giorni in stato di fermo, fu liberato e continuò ad atteggiarsi da bullo al “Tamerici”. Al tempo pensammo di fargli un regalino. Qualcosa che somigliasse ad un bentornato.
Dopo un po’ una mattina si svegliò senza il suo codino. Al telefono raccontò che qualcuno era entrato nella sua camera, l’aveva addormentato con una dose di “roba” e gli aveva fatto lo scalpo. Uscì di casa solo dopo qualche mese, quando riuscì a laccarsi i capelli corti all’indietro, grazie a massicce dosi di gel.
Rudy Spavanello di Porto Viro era un perdente convinto di saper vincere. Un fallito. Uno a cui bastava l’orecchino al lobo sinistro per sentire di aver fatto qualcosa di vero. Un bullo fermo alla vespa cinquanta special col novanta montato. Tutt’ora ha una vespa cinquanta special col novanta montato. Ma vent’anni di più.
“I bulli sono tali solo per quel brevissimo lasco di tempo in cui riescono a dimostrarlo. Poi si fermano al tempo. Lasciano lo spazio senza più riuscire a riemergere. Muoiono”. Forse Rudy Spavanello era morto a diciassette anni.
Ci riconobbe ch’eravamo seduti al tavolino del bar. Mi salutò con un una smorfia della bocca. Replicai con un cenno della testa, senza aggiungere niente, tanto non serviva. “Sto con Loredana” disse cercando la provocazione.
“È un paio d’anni. Cosa mi dici?”
Aspirai una boccata di fumo dalla sigaretta che tenevo stretta tra l’indice e il medio della mia mano più sicura.
“Che non me ne fotte un cazzo. Questo ti dico. Auguri comunque!” Andava bene così. Alzandomi dal tavolino pensai che l’unica cosa possibile con Rudy, era lasciar scorrere i discorsi. Farseli rimbalzare. Scivolare. Mi era sempre stato sul cazzo e non capivo come Loredana fosse finita col mettersi insieme ad una merda simile. Sta storia mi stava sul gozzo. Tornai al bar a guardare Loredana lavare delle tazzine di porcellana bianca.
La fissai da dietro, muoversi consumata nei suoi trentatre anni.
Vissuti nella più squallida e odorosa delle province italiane.
Rovigo.
fine parte 3 - continua















terrific!
nel senso inglese del termine, quindi “fantastico”.