Rael is Mozo » blogging together

20 Settembre 2009

Archiviato in: ... — rael.is.real @ 22:26

Certo io non ero convinto, non me lo si può accusare, questo.
Solo che non so come io abbia fatto a ritrovarmi lì, di botto, così.
Ero con lo sguardo fisso sul mio orologio, faceva le due del pomeriggio, e adesso alzando lo sguardo sono a stazione Principe ed è già come notte.
Maria Cristina mi dice: fa buio presto, la sera.
E ci siamo incamminati, su un marciapiede che era pericolosamente simile a quelli dei lungo Navigli, era buio ormai, appunto, e i negozi o erano già chiusi oppure chiudevano. Che tu guardi dalla portafinestra dei negozi, ti alzi in piedi a superare la merce esposta in vetrina, e vedi queste persone non più obbligate a sorridere, a star ritte e veloci a proporti merce, offrirti alternative, mostrarti i prezzi: si siedono, un po’ distese sui banchi, a contar soldi, a riporre a posto cose, un sacchetto a terra, da portare a casa; le lampade spente a metà, la porta dello sgabuzzino a mostrare scopettoni e secchi, la luce accesa nel bagnetto pieno di cataloghi e scatoloni.

Maria Cristina parlava a ruota libera, e c’era questo fiumiciattolo strano sulla nostra destra, sormontato a volte da piccoli ponticelli su cui persone giovani si sedevano dondolando i piedi nel vuoto. Mi ricordavano me da piccolo, seduto sulla seggiovia, gli occhi fissi sulle stringhe pregando non si slacciassero e le mie scarpe non cadessero nel vuoto. Solo dopo un po’ mi calmavo, capivo quanto fosse impossibile perdere non dico tutte e due ma almeno una scarpa, e poi mi cadeva l’occhio su una pietra a forma di mocassino, cinquanta o sessanta metri più giù, ed eccomi fino al nuovo pilone stringere le mani e gli occhi pregando di non arrivare in cima in calzini.

Era buio, sì, sempre di più, quel buio strano e innaturale del primo inverno, che guardi l’orologio e ti stupisci non sia ancora ora di cena. Maria Cristina aveva indosso un pellicciotto chiaro con inserti di camoscio che si mischiava, nel collo, ai suoi capelli ricci venati di grigio. Maria Cristina è una di quelle donne che si fanno vanto della propria età, salvo sputare veleno su qualunque essere femminile che dimostri di avere tra i diciassette e i trentatre anni d’età. Guarda Quella, appunto mi diceva, come si fa ad andare in giro conciata così?

La Quella in questione, in effetti, era vestita da ventenne in cerca di maschi da cambiare con la velocità di una rotativa: io non riuscivo a comprenderne i difetti fisici o d’atteggiamento. Ma cos’ha di strano? chiesi consapevole che avrei potuto domandare di tutto, dal big bang all’impollinazione del bambù, ma non fare una domanda difensiva all’indirizzo di Quella. Che più di venticinque anni non poteva avere.

Maria Cristina accelera il passo, di botto, strattonandomi un gomito a trascinarmi via e mi prende una malinconia per questo mio sciocco vizio di perdermi nei dettagli, nelle scenografie e le coreografie, carrettate di parole a fare di tutto un contorno e non vedere il fulcro delle cose.

Per esempio: io non so bene perché io sia qui con Maria Cristina, a cavallonare un marciapiede di una città che odio ben sapendo che sono in una città che amo, cioè: io son sceso dal treno che era Genova e ora son qui che costeggio il Naviglio Grande milanese. Almeno, nella mia visuale, nel mio mischiare foto e città, sensazioni e ricordi, desideri e realizzazioni. Senza contare il fatto che di esser sceso dal treno ne son convinto io e io soltanto, ma in realtà non mi ricordo il momento esatto in cui mi son alzato dal sedile, preso la mia borsa, raccolto le mie cose, indossato la giacca e rimasto a guardare la porta sfrecciare perché mi son preparato a scendere troppo in anticipo. Sbagliando, di sicuro, il lato da cui scendere.

Non mi ricordo, son certo di aver fatto qualcosa in questo lasso di tempo che non ricordo, ma nel frattempo Maria Cristina mi prende la mano e mi trascina verso il supermercato.

“Non c’è nulla per cena” mi dice.
“Ma io devo prendere il treno per tornare a casa” le rispondo.
“Sì, sì”, lei è già ai tornelli per entrare.
“Ma quanto ci mettiamo?”
“Non più di un’ora e mezza”.

Avere questo blocco orario, novanta minuti, mi angoscia ancora di più che navigare a vista. So che per un’ora e mezza avrò la necessità di guardare l’orologio, sudare freddo al pensiero di sforare, impazzire per la certezza che saranno in realtà due ore, se non di più, e mi preparo risposte, scuse, storie per giustificare.

Per scriverne, l’indomani.

Maria Cristina afferra un sacchetto di insalata pronta: dice che è più sana di quella del verduraio, e comunque costa di meno, in termini di manodopera e velocità di preparazione.
Riempie il carrello, ma io son affascinato da questo nuovo buco: quando ha preso il carrello? Era una moneta da un euro o da due, quella che ha usato per sbloccarla? E quando ha preso il portamonete dalla borsa, quando s’è diretta alla colonna di carrelli? Cosa facevo io, nel mentre? Dov’ero?
L’uniche cose certe son che ha preso quello con la convergenza sbiellata, e tocca a me condurlo.
Due certezze certe ovunque, in qualunque posto, in ogni tempo, per tutti gli uomini. Ruote impazzite e spingere in silenzio.

Maria Cristina parla, parla, mi sorride, agita i boccoli grigio biondi, sbuffa, guarda le altre e controlla se io le osservi; Maria Cristina arraffa, afferra, agguanta: compra prelevando dagli scaffali ancora prima di consegnare regale la sua carta di credito alla cassiera.

Siamo alla cassa e io ho avuto un altro black out. Poi, dimentico il mettere le cose nei sacchetti, uscire, rivedere il buio più tardi di poco prima.

“Devo andare, devo. Perdo il treno” dico.
“Ma non vieni a casa mia, mi aiuti con la spesa, ti preparo qualcosa, dormi con me” mi supplica.

Io ora più che un vuoto di scena leggo la sceneggiatura successiva: sì, certo, cena, due chiacchiere, e poi vorrà scopare e io son quasi allo scadere dell’ora e mezza, sento il mio treno partire mentre ancora arranco verso la stazione, la mano in tasca a controllare il biglietto di continuo.

“No, no, davvero, mi spiace”. Riesco a essere anche contrito.

Sono seduto, il vagone si agita sui binari, si piega un po’ lungo le curve.
Ancora non capisco come io possa aver camminato lungo il Naviglio. Credo fosse un’associazione d’idee, era solo un rigagnolo, un torrentello oppure uno scolo d’acque reflue verso il mare.
La mia memoria è stanca, di Maria Cristina ho solo un’idea di capelli color pellicciotto frammezzato di stoffa scamosciata beige chiara. Mi addormento cullato dal treno, mi riprometto di smettere di incontrare persone conosciute via internet. Perché poi mi dimentico cosa loro scrivono.

“]”]Time To Run, fablore[ÄŒeské nás] su flickr

1 commento »

  1. Malinconico, angela. è bello.

    Commento di rob — 21 Settembre 2009 @ 12:45

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