E il ginocchio inchiodato. Come lo chiamano? Della lavandaia.
E il gomito del tennista. E l’occhio di pernice.
L’occhio. Il malocchio.
Fissandosi nello specchio pensò a sua nonna che scoppiava in lacrime: ho fatto il malocchio a quel ragazzo, che iddìo mi perdoni. Gli restò la mano sullo spazzolino da denti, un attimo prima di allargare le dita a lasciarlo cadere nel bicchiere bianco di plastica coordinato al portasapone e lo spazzolone del wc. Che iddìo mi perdoni, che iddìo ci perdoni. Tutti.
Le malattie colpiscono gli altri. Sua madre con la gola che annaspava a cercare fiato. Suo padre con l’orizzonte a inclinarsi e rotolare. Lo zio con la guancia corrosa. Il nonno ad affondare lo scheletro nelle lenzuola. Claudia e i suoi fagiolini sparsi per il corpo, un giorno su un seno, un giorno nel pube, fagiolini erotizzanti a zonzo sul suo corpo. Che iddìo vi benedica, io sto bene.
Io sto bene, sebbene invecchi.
Le dita abbandonarono lo spazzolino da denti e si spostarono ad arco lento verso l’asciugamano di cotone spugnato verde acqua acquistato al supermercato in un impulso che non avrebbe saputo spiegare, poi, in seguito.
Qualche goccia bagnò lo specchio, agganciandosi al sebo di vecchi brufoli schiacciati.
E a sua nonna singhiozzante di avergli lanciato il malocchio si sovrappose la bottiglia d’olio da fissare per l’orzaiolo.
Guardi, io con l’insalata al massimo scendo fino a La Spezia. E non mi parli di olii nordestini perché non c’è partita. Glielo disse con le briciole del pane d’assaggio che gli cascavano dall’angolo destro della bocca.
E con la carne solo toscani. Ah, quello pugliese con le verdure ben condite e cotte. Ma già scadiamo nel cherosene.
Guardi, mi dice. Guardi. Cosa dovrei vedere? Cerco di far mente locale tra il stamattina, che mi son svegliato acciaccato, e il adesso, qui, in questa saletta, vestiti di tutto punto, a degustare olio e vino e, se saremo abbastanza in gamba a far roteare il calice iso, figa. Sto bene, che iddìo me la mandi bene, non ricordo cosa io abbia fatto nel mentre, ma so che è solo un dettaglio.
Da quanto non ci vedevamo, carissimo.
È una domanda, vorrei chiedere al proprietario dell’enoteca. Il mio nome era nella mailing list e non hai badato a stralciarlo, vorrei metterlo in imbarazzo. Guardo gli scaffali e le etichette impolverate ad arte, pochi mesi fa ne feci cadere qualcuna. Un po’. Un tot. Abbastanza da non farmi invitare più a nessun incontro sull’Importanza Della Croatina Per Contrastare Il Sapore Di Tetrapack.
Abbi iddìo pietà di lui e mandagliela buona, ché la sua azione samaritana l’ha fatta per quest’anno e s’è meritato una menzione speciale alla novena. Il merito di reintrodurmi nella società del taste vin, l’orgoglio di aver preso il bue grasso. Mi parla di questo e quell’altro, sperando in un mio cenno d’assenso, una benedizione.
Mal di testa.
Non ho bevuto. Ma ho l’odore dei bicchieri sciacquati coll’aceto addosso.
Annuso il cuscino come un cane da cerca.
Forse l’ho trovato, eccolo, arriva da qui, da questo fiore verde stampato su fasciami color menta chiara, ci punto contro il naso, mi sollevo di scatto, lo fisso nel buio, il mal di testa si allarga, eccoti, ti ho trovato, è l’odore, immagino che durante la mia assenza siano entrati in casa mia, nella mia stanza, nel mio letto, ci siano proprio entrati, e ridacchiando sadici abbiano lasciato cascare essenze terpeniche, gocce d’estere, polifenoli per colorare di rosso come un piccolo taglio da barba la mattina.
La barba.
Devo farmi la barba. Ora.
Vado in bagno con il cuscino sotto al braccio, scalzo, con la mutanda che mi pende sul fianco, arrotolata dall’alzarmi in fretta, che iddio abbia pietà di me, ora comprendo tutto, c’era un disegno, tutti questi odori, e colori, e sapori, null’altro che un disegno invisibile per ridurmi all’oblio, ogni degustazione era un piano per farmi scomparire, per farmi dimenticare, per vivere buchi di tempo, in realtà io sono morto da moltissimo, che iddio mi abbia in gloria, li sento bisbigliare che sono pazzo, che la ricerca del vino perfetto mi ha reso solo un ubriacone col delirium tremens e un fegato che si sfarina spugnoso, ma vi sbagliate, iddìo abbia comprensione di voi, non sono io, sono loro, non sono io, sono loro che mi facevano bere, son trent’anni che faccio questo mestiere, e assaggia di qui, e assaggia di là , sono loro, sono loro che, io non volevo, a me piace l’acqua, mi piace l’acqua e menta ma anche tu, iddiò non mi vieni incontro, coi tuoi pesci e il tuo vino, vorrei fosse venuto a te tutto questo, ti auguro iddìo mentre rovisto nell’armadietto affianco lo specchio sporco di gocce, te lo auguro davvero, tre messe al giorno e la cirrosi non te la leva nessuno, e rovisto e rovisto stringo il cuscino e lo trovo, lo sciroppo, lo sciroppo per l’influenza, che sa di menta, lo tracanno e scompare l’aceto, scompare mia nonna e il suo malocchio, scompare il padrone dell’enoteca in attesa che io crolli a terra annusando una grappa di moscato da dodici euro dentro una bottiglia a mappamondo, scompare tutto, resta solo la menta, resta solo il cuscino.









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