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	<title>Rael is Mozo</title>
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	<description>Mozo is real</description>
	<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 14:21:25 +0000</pubDate>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 14:21:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Stamattina una signora s&#8217;è fermata di fronte a me, che giravo in vuoto e in largo in cerca delle fiale di eleutorococco-ginkobiloba-ginseng-tritolo inutilmente, lungo le corsie dell&#8217;ipermercato.
&#8220;Sa dirmi che giorno è oggi?&#8221;
L&#8217;ho guardata, ho accennato il sorriso dei pazzi.
&#8220;Non sono sicura, è il ventidue?&#8221;
Ho annuito.
Quando s&#8217;è allontanata ho controllato sul telefonino, ma c&#8217;è solo l&#8217;ora, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stamattina una signora s&#8217;è fermata di fronte a me, che giravo in vuoto e in largo in cerca delle fiale di eleutorococco-ginkobiloba-ginseng-tritolo inutilmente, lungo le corsie dell&#8217;ipermercato.</p>
<p>&#8220;Sa dirmi che giorno è oggi?&#8221;</p>
<p>L&#8217;ho guardata, ho accennato il sorriso dei pazzi.</p>
<p>&#8220;Non sono sicura, è il ventidue?&#8221;</p>
<p>Ho annuito.</p>
<p>Quando s&#8217;è allontanata ho controllato sul telefonino, ma c&#8217;è solo l&#8217;ora, erano le 11:24.</p>
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		<title>abject</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Jul 2011 14:54:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rael</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il miserabile foglio, abbietto e vile, appoggiato sul tavolo della cucina sollevava da una condanna immediata alla sofferenza il nucleo famigliare, posponendo di indeterminato tempo il momento del prendersi per i capelli per questioni di eredità.
L&#8217;orologio d&#8217;oro è mio, tu se vuoi puoi prenderti quei quattro strofinacci lì dell&#8217;ikea. Ma come, non volevi un tuo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il miserabile foglio, abbietto e vile, appoggiato sul tavolo della cucina sollevava da una condanna immediata alla sofferenza il nucleo famigliare, posponendo di indeterminato tempo il momento del prendersi per i capelli per questioni di eredità.</p>
<p>L&#8217;orologio d&#8217;oro è mio, tu se vuoi puoi prenderti quei quattro strofinacci lì dell&#8217;ikea. Ma come, non volevi un tuo ricordo? Li ha usati per anni, tutti e quattro, a rotazione. Mica ti offro quelli seminuovi che usava mai.</p>
<p>Il miserabile foglietto compilato con scarabocchi da 28 all&#8217;appello di grafologia farmacopeica rimandava allegramente ad altre diagnosi, altri scenari, altri dottori. Non direttamente al funerale equo e solidale milletrecento euro tutto compreso pure lo jubiliamo all together now, ma a nuovi esami, nuovi prelievi, nuove medicine, nuove terapie ma vuoi mettere il sollievo di non leggere su quel foglietto Ciao Angelo Ti Sia Lieve La Terra?</p>
<p>Ci fu un rapido scambio d&#8217;occhiate, con il senso d&#8217;appartenenza alla terra e l&#8217;orgoglio della razza che galleggiava sempre più alto nella cornea degli occhi, come il mare che assedia l&#8217;isola Gallinara e l&#8217;olio che affiora dagli orci taggiaschi.</p>
<p>Da lunedì il ticket a ricetta sarà dieci euro.</p>
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		<title>apodictic</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jul 2011 21:09:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rael</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[affabulazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Non negare l&#8217;evidenza non affermando l&#8217;esistenza.
Definizione aristotelica poi mutuata in kantiana affermazione lapalissiana e infine confusione di esposizione ribaltata con una risata sardonica mentre si appoggia la mano a palmo in giù sul libretto universitario segnato con brillanti votazioni inutili ai fini di un&#8217;occupazione soddisfacente sia dal lato economico che morale.
Noi siamo ciò che mangiamo; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non negare l&#8217;evidenza non affermando l&#8217;esistenza.<br />
Definizione aristotelica poi mutuata in kantiana affermazione lapalissiana e infine confusione di esposizione ribaltata con una risata sardonica mentre si appoggia la mano a palmo in giù sul libretto universitario segnato con brillanti votazioni inutili ai fini di un&#8217;occupazione soddisfacente sia dal lato economico che morale.</p>
<p>Noi siamo ciò che mangiamo; noi siamo ciò che vestiamo.</p>
<p>Noi siamo ciò che vediamo; noi siamo ciò che rubiamo.</p>
<p>È normale ciò che si voglia sia ciò che vogliamo.</p>
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		<title>Try Walking In My Shoes</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Jan 2011 21:24:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rael</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[amoressia]]></category>

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		<description><![CDATA[Quarantasette sigarette credo possano essere annoverate tra i miei piccoli record personali.
Assieme al lancio della carta nel cestino, la bruciatura d&#8217;unghia con l&#8217;accendino e l&#8217;aver bestemmiato per tutta la musichetta d&#8217;attesa del call center dell&#8217;assicurazione dell&#8217;auto.
Papparaparappappapa prcd parararapparara prcmdnn pàrara dmldtt pàrara pttnlmdnn parararàpara.
É che non é un bel periodo. Emma ha avuto il ciclo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quarantasette sigarette credo possano essere annoverate tra i miei piccoli record personali.<br />
Assieme al lancio della carta nel cestino, la bruciatura d&#8217;unghia con l&#8217;accendino e l&#8217;aver bestemmiato per tutta la musichetta d&#8217;attesa del call center dell&#8217;assicurazione dell&#8217;auto.<br />
Papparaparappappapa prcd parararapparara prcmdnn pàrara dmldtt pàrara pttnlmdnn parararàpara.<br />
É che non é un bel periodo. Emma ha avuto il ciclo ben due volte, questo mese, lei così precisa.<br />
E io guardo i suoi capelli e scopro dei fili bianchi.<br />
Non so se la tristezza sia per le scatole di tinta nell&#8217;armadietto del bagno.<br />
O per vedere una consapevolezza diversa nei suoi vestiti.<br />
Questo inverno ha comprato diverse scarpe col tacco: dieci, dodici, otto centimetri.<br />
Belle.<br />
Femminili.<br />
Ma non ha indossato neanche una volta gli anfibi.<br />
Mai.<br />
E.<br />
E neanche i levi&#8217;s strappati.<br />
Mai.<br />
Questo inverno strano, con la neve che non s&#8217;è aggrappata ai bordi delle strade e la galaverna ha ceduto le armi al gelicidio, scopro cose che so già non amerò. I levi&#8217;s mancati, gli anfibi nella loro scatola, il nescafé invece del caffè, le piante grasse sul davanzale della cucina invece della mensola in soggiorno.<br />
Fastidio.<br />
Mi siedo sul divano, indeciso se annoiarmi o no.<br />
Mi alzo in piedi, cincischiando con le dita in tasca del golf.<br />
Vado nello sgabuzzino e respiro l&#8217;odore strano, di utensili, e scope, e scarpe, e lampadine nuove, e di scaffali di ferro.</p>
<p>EMMA. ANF.</p>
<p>Torno, corro al divano, oppplà, via una ciabatta, opppplalà, via l&#8217;altra.<br />
Opplallallalà.</p>
<p>Che io abbia il 45 ed Emma il 38 è un dettaglio insignificante.</p>
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		<title>La Giornata di una Scrutatrice [da scrivere in palermitano]</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Mar 2010 09:49:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rael</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[...]]></category>

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		<description><![CDATA[“Non capisco” disse alla fruttivendola, abbassando le spalle. Indicò le peschenoci, perché quelle normali le sembravano troppo acerbe. Nella mano aveva un biglietto da dieci euro, attese il resto e il sacchetto di plastica azzurra.
Non capisco, ormai era la frase che più l’accompagnava durante il giorno, e anche la sera e la notte, da qualche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Non capisco” disse alla fruttivendola, abbassando le spalle. Indicò le peschenoci, perché quelle normali le sembravano troppo acerbe. Nella mano aveva un biglietto da dieci euro, attese il resto e il sacchetto di plastica azzurra.<br />
Non capisco, ormai era la frase che più l’accompagnava durante il giorno, e anche la sera e la notte, da qualche tempo.<br />
Non capisco: sul pullman, dopo la risposta al suo chiedere se la fermata sua fosse la prossima. Non capisco: al mercato, al supermercato, all’ipermercato, al mercatino delle pulci la terza domenica del mese.<br />
Poi, tornava a casa, posava la spesa sul tavolo, si stropicciava gli occhi bruciandoseli dello sporco rimasto sui palmi delle mani dopo una giornata passata a far nulla.</p>
<p>Perché il problema del Non Capisco era secondario, rispetto al Non Ho Niente Da Fare: avendo venduto l’alloggio, su al nord, dopo il divorzio, poteva vivere di rendita e cercarsi un lavoro con tutta calma. Un lavoro che coprisse le spese vive e non le lasciasse le giornate vuote da impegni.</p>
<p>Perché il problema del Ho Un Sacco Di Tempo Libero era principale rispetto al Non Ho niente da Fare e metteva in cantina, decisamente, il Non Capisco. Essendosi trasferita a Palermo così, d’impulso, guardando i muri barocchi e sbreccati delle foto su internet, attirata anche dai bassi prezzi e la fervente attività culturale dell’isola, città per città aveva comperato un bell’alloggio nel centro storico, una macchina di seconda mano ed era arrivata anni prima seguita da un camion contenente vestiti e libri. E aveva scoperto che è semplice ricominciare, se solo se ne ha voglia.</p>
<p>Perché il Se Solo Ne Avessi Voglia era preponderante sull’Ho Un Sacco Di Tempo Libero, rendeva puerile il Non Ho Niente Da Fare e dava diverse sfaccettature al Non Capisco: se solo ne avesse avuto voglia avrebbe compreso e capito meglio le persone che le camminavano attorno durante il giorno, la sera no ché va bene l’avventura ma non andiamo a cercarci grane.</p>
<p>Il Andiamo A Cercarci Grane raggiunse la summa quando, una sera, davanti al telegiornale, cenando sul divano col piatto poggiato su un vassoio tenuto in bilico sulle proprie ginocchia disse tranquilla che lì non ci stava bene, che lì con lui non ci stava bene, e senti, ascolta, siamo ancora giovani, che ne dici? È un po’ come fare un figlio, anzi, persino più impegnativo, perché un figlio lo vedremmo crescere e qua con questo lasciarci e non sapere come sarebbe stato ci faremo i conti.</p>
<p>Farci I Conti, in effetti, era il rendiconto della giornata, dopo che l’Andiamo A Cercarci Grane s’era affievolito nella lamentela del Non Ho Niente Da Fare in mezzo al vuoto dell’Ho Un Sacco Di Tempo Libero speso a dire Non Capisco. Fare i conti con linguaggi e usi diversi, stupirsi che allo stesso orario di su al nord ci fosse il telegiornale, chiamare la brioche con altri nomi e cucinare con condimenti diversi i cui odori sentiva salire dalle finestre aperte sul cortile del palazzo dove abitava, fare i conti con l’aver chiuso un capitolo della sua vita, fare i conti con tutto.</p>
<p>Fare I Conti con la pezza di conto della fruttivendola le fece vedere che era stata gentile, le aveva scritto: “signo’, s’un sa fira a parrari, mi facissi taliare chì rita”.</p>
<p>Sorrise, in milanese.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 210px"><a href="http://www.rael-is-real.org/images/musicians/Chaqueville.mp3" ><img title="frutta martorana" src="http://www.ilsoleazzurro.com/images_a/appunt4.jpg" alt="img @ www.ilsoleazzurro.com" width="200" height="142" /></a><p class="wp-caption-text">img @ www.ilsoleazzurro.com</p></div>
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		<title>Emma</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 09:09:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rael</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Mia figlia ha distrutto tutto.
Per cosa, poi.
Io sapevo che non doveva nuotare, ma lei testona. Glielo dicevo e lei ci provava. Testona.
Non so perché fosse così. Testona. E adesso? Sono vecchia. E mia figlia non c&#8217;è più. E io che faccio? Ho la mia pensione. Sto qui. Aspetto. Non doveva nuotare. Glielo avevo detto. Ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mia figlia ha distrutto tutto.<br />
Per cosa, poi.<br />
Io sapevo che non doveva nuotare, ma lei testona. Glielo dicevo e lei ci provava. Testona.<br />
Non so perché fosse così. Testona. E adesso? Sono vecchia. E mia figlia non c&#8217;è più. E io che faccio? Ho la mia pensione. Sto qui. Aspetto. Non doveva nuotare. Glielo avevo detto. Ma lei, testona. Mi dica lei. Cosa devo fare. Aspetto. Glielo avevo detto. Testona.</p>
<p>Non me ne parli! Per carità! Che tragedia. Che bella famiglia che era. Stavano alla villa a mare, giù, al faro. Che belli, madonnnina mia, che belli. Guardi, mi creda, che belli. Felici, ricchi, che belli. Stavano alla villa a mare. Al faro. E poi quel giorno lei prende e va. A nuotare. Non lo sapeva nessuno che non sapesse nuotare. Abitano a villa a mare, al faro, e non sai nuotare. Ma vai ad abitare in montagna, dico io. Che belli che erano. E quei bambini. Picciriddi. Anche loro. Ma se vuoi imparare a nuotare vai da sola. Cosa ti porti i bambini. Non mi ci faccia pensare. Povero uomo. Ah, ma adesso si è fatto una vita nuova. Sta con una che conosceva da prima. Secondo me c&#8217;è qualcosa sotto, è per questo che è andata a nuotare. Però poteva andare da sola, che ti porti i picciriddi. Vai da sola. Vai in montagna, se non sai nuotare.</p>
<p>Avevo una ragazza. Una compagna. Una moglie.<br />
Dico: avevo, perché è morta qualche anno fa.<br />
Riesco a parlarne liberamente solo oggi, che l&#8217;inchiesta è stata chiusa e, camminando per strada, lo sguardo della gente non è più di sospetto ma solo più di compassione. Anzi, il cambio generazionale, nuove persone al posto di chi c&#8217;era, ai tempi, ha trasformato gli sguardi in indifferenza.In ignoranza.<br />
E. era mia moglie. E non sapeva nuotare. Avevamo due bambini. Stavano iniziando a leggere e scrivere e disegnare e la mia meraviglia, tornando a casa dal lavoro, era vedere questo quadretto famigliare e stupirmene felice. Ma lei non sapeva nuotare. Neanche i piccoli. Mi ero promesso di insegnare loro a farlo. Ho rimandato, per mancanza di tempo, per orgoglio: ero convinto che la mia metà del cielo dovesse essere perfetta, non ammettevo, in cuor mio, che ci fosse una mancanza. Mi dava fastidio. In realtà pensavo che fosse capace di nuotare. Lo davo per scontato. Anche i bambini. Fanno vedere quei documentari, dove quei pesciolini d&#8217;uomo guizzano felici. Hanno sguazzato per nove mesi, come fanno a dimenticarlo?<br />
E invece.<br />
Quando ho scoperto che non sapeva nuotare mi sono infuriato. Mi sono sentito preso in giro. Tutto costruito su una bugia. Se mi menti su una cosa così importante, chissà cosa mi nascondi. Il dubbio si è insinuato. Ho distrutto tutto di loro, di lei. Basta. Via. Cancellato. Mi ha preso in giro, credevo sapesse nuotare.<br />
E invece.<br />
Riesco a parlarne solo oggi, dopo che con P. ho costruito una mia nuova dimensione. L&#8217;ho fatto a prezzo di chiudere e dimenticare una parte della mia vita. P. non sa cosa ho provato. Pensa, forse giustamente, che io abbia sofferto, sì. Che sia una cosa da cui si guarisce lentamente. Ma si è sempre messa su un piano tale per cui lei è più importante dei miei ricordi. Lei è la mia medicina, pensa. Tutto è il mio palliativo, penso.</p>
<p>La paziente E.D., coniugata S., presentava grave patologia da ricordo. Costretta in età preadolescenziale a nuotare da un compagno di scuola di poco maggiore d&#8217;età, si è ritrovata a condurre il nuoto, l&#8217;acqua, sempre a quel negativo ricordo. L&#8217;equilibrio mentale della paziente E.D., nonostante i suoi sforzi per rinnegare i precedenti, è semre stato inficiato dal ricordo sotterraneo della violenza subita, al punto tale di cercare inconsciamente di riprodurre la stessa situazione per combatterla e uscirne vittoriosa. Episodi saltuari o continuativi di serenità e felicità della paziente erano sempre minati dalla necessità di dimostrare quanto essa fosse forte e combattiva, al punto di riproporre l&#8217;episodio incriminato a scapito dell&#8217;equilibrio proprio e di chi le era accanto. Possiamo definire il tutto una ricerca del cattivo e la lotta contro egli. È mia ferma convinzione che mai questa lotta possa essere pari senza l&#8217;apporto e il supporto e l&#8217;empatia di chi è accanto a queste persone affette da questa sindrome.</p>
<p>Le posso dire che all&#8217;epoca dei fatti i sospetti si indirizzarono sul marito. Il mio istinto diceva così. Sono troppi anni che faccio questo mestiere e voglio sempre sentire le due campane. Anzi, le quattro campane. Le parlo al di fuori di verbali, ma non posso mettere da parte la divisa che indosso. Semper fidelis. La signora D. coniugata S., si sarebbe scoperto poi, durante gli interrogatori, non sapeva nuotare. E il coniuge, il signor S., ne faceva questione di puntiglio. Abbiamo rintracciato anche un compagno di scuola della signora D. in S., tal E. F., che all&#8217;epoca degli studi medi inferiori costrinse la signora E. D. in S. a nuotare. Con la mia esperienza posso dirle che nella mente di E. D. il tutto aveva il sapore della goliardia. Aveva scommesso con compagni di scuola che avrebbe fatto nuotare E. D., all&#8217;epoca ovviamente non coniugata S. e la portò alla piscina comunale del quartiere. La blandì, all&#8217;inizio, dicendole che sarebbe stata una cosa piacevole. E. D. non sapeva di cosa parlasse, non aveva mai provato prima. Quando si immerse si spaventò al punto di ribellarsi e a quel punto E. F. la costrinse con violenza a immergersi. Una volta fatto ciò, la lasciò a galleggiare. Non c&#8217;era nessuno, nessuno prestò aiuto. Ed E.D. non chiese aiuto, educata a combattere da sola. Ecco, mi creda, le parlo al di fuori da questa divisa: vorrei poter arrestare tal E. F. e fargli pagare tutto. Ma non posso. Hanno approvato da poco un decreto legge che estende la prescrizione a questo tipo di reati.</p>
<p>Mi aveva chiesto aiuto. Era in spiaggia, mi ha telefonato. Aiuto, mi dice. Io le rispondo che deve essere forte e che non deve fare una cosa che non le va. Che non deve dimostrare nulla a nessuno. Che lei è forte. Che è una bella persona. Che non si merita tutto questo. Le ho detto: vai via da quella spiaggia, torna a casa, fatti una maschera di bellezza. Curati, amati. Non è necessario lottare così. Se tuo marito non si accorge perché lo fai, lascia stare. Evita. Ma lei, niente. Sapevo che ci avrebbe provato. Poi, le cose di tutti i giorni, insomma, chi non ha un&#8217;amica in crisi che ti tempesta di richieste, ti chiede opinioni, consigli? Un po&#8217; le stai dietro, tiri fuori tutto, ma alla fine ci hai la tua vita. Hai da preparare il pranzo, sistemare casa. E poi io le dicevo, guarda che c&#8217;è qualcosa sotto. Amati così ti preservi. Ma lei niente. Ho messo giù il telefono, che mi bruciava l&#8217;arrosto.</p>
<p>Sì, son stato due anni con E., prima che conoscesse suo marito. Minchia, glielo ho presentato io! Ero pure un po&#8217; geloso, ma io sono per l&#8217;amore totale tra tutti, e mi sono accorto subito che scambiavo possesso per amore. Era troppo felice e mi son fatto da parte. Amici no, non siamo rimasti, un po&#8217; di sofferenza c&#8217;era sempre, e allora ho tagliato i ponti. Minchia, glielo ho presentato io! E con &#8217;sta storia del nuotare. Che palle che era. Ma se non sai nuotare, chissenefrega. È un tuo difetto, okay, chi non li ha? Guardi, io non riesco a smettere di mangiare patatine fritte. Un sacchetto a sera, mi faccio. E allora? Mi ami, prendi in blocco tutto, anche le patatine che mi sparo la sera davanti alla tv. E che sarà mai. Non sai nuotare e non lo fai perché mi ami. Ma che stronzata, le ho detto. Se non sai nuotare non nuoti. E che, siamo sul pianeta perfection? Madonna mia. Un po&#8217; di amore, dico io. Un po&#8217; di pazienza. Se mi ami accetti le mie patatine e io pian piano smetto di mangiarle, che so quanto ti dia fastidio. E che sarà mai. In amore si fan passi da tutte le direzioni, mica solo da uno. Solo che suo marito, e glielo ho presentato io! Solo che suo marito, dicevo, gli stava sulle palle che lei non sapesse nuotare. Anzi, manco lo sapeva, credeva che lei sapesse. E lei si vergognava di &#8217;sta cosa, lo so, la conosco. Senta, può scrivere che ho un vernissage la prossima settimana? Ho fatto anche un quadro, una marina, ci sono tre paia di sandaletti sulla spiaggia, abbandonati affianco a una borsa a tracolla. È molto bello. L&#8217;ho dipinto pensando a E. Riesco a venderlo bene, mi sa.</p>
<p>Eravamo amici da oltre vent&#8217;anni. Ci sentivamo quasi tutte le mattine, per un buongiorno. Niente di sessuale o di amoroso, per carità: entrambi con la propria vita, ma con questo appuntamento. Sa che è vero che si può essere amici, tra uomini e donne? Mi creda: io ed E. ne eravamo la prova.<br />
Era così felice. Mai vista così serena. Sapevo che non nuotava, non ne avevamo mai parlato apertamente, ma lo sapevo. Abbiamo questa mentalità, qui: rispettare cosa non ti dicono, aspettare cosa non ti dicono. Non inficia minimamente la nostra visuale d&#8217;insieme. Non sai nuotare? Pazienza. Vent&#8217;anni di amicizia. Mi avesse chiesto consiglio, prima di fare. Ma lei era così, rischiava di suo. Il problema, secondo me, è la persona per cui rischi. Se è davvero la tua metà, e non solo una tua convinzione, allora rischi. Lo fai. Ma se c&#8217;è invece qualcosa di strano, di sotterraneo, se la tua metà in realtà è la metà di se stesso o di altre persone, allora no. Lascia perdere. Sii scaltra. Sii evasiva. Lascia perdere. Impara a gestire le situazioni. Non fare. Porcamadon, mi scusi, maledizione, non farlo, non farlo, e invece no, lei no, lo ha fatto, lo ha fatto, e quel coglione si è arrabbiato, perché lei è andata a nuotare, ma chi si crede di essere? Ma come si permette? Fa l&#8217;offeso perché è andata a nuotare e senza chiedergli il permesso! Mavaffanculo, mi scusi, mavaffanculo, brutto bastardo, ti ha chiesto aiuto, si è aperta, si è fidata, e tu l&#8217;hai lasciata affogare. Bastardo. Se lo prendo lo ammazzo, le giuro. Lo ammazzo.</p>
<p>Si sta bene qui, sai? È tutto blu. C&#8217;è silenzio. Silenzio liquido. Sembra, non so, sembra. Ma sto bene, giuro! Sto bene! Ci ho i miei giochi: il maialino di gomma, l&#8217;ippopotamino, si è un po&#8217; bagnato l&#8217;orsetto, ma poi tu lo asciughi quando torniamo a casa. Ah, guarda! Ho imparato a nuotare! Sono bravissimo! Però adesso vado, vado a chiamare mamma e mia sorella, che ho visto ci sono i delfini. Andiamo fino da loro e poi torniamo a casa.</p>
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		<title>her morning wake up</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 07:16:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rael</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[amoressia]]></category>

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		<description><![CDATA[Credevo non esistesse più, per me, la Situazione Tristezza, invece questa mattina alle sette l&#8217;ho provata di nuovo, dopo anni.
La Situazione Tristezza, per sua natura, dovrebbe essere uno stato d&#8217;animo così accartocciante, così debilitante da temerne il nome stesso, come se a evocarla s&#8217;avverasse in un battibaleno.
Invece la Situazione Tristezza è l&#8217;equivalente dello schiacciarsi un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Credevo non esistesse più, per me, la Situazione Tristezza, invece questa mattina alle sette l&#8217;ho provata di nuovo, dopo anni.<br />
La Situazione Tristezza, per sua natura, dovrebbe essere uno stato d&#8217;animo così accartocciante, così debilitante da temerne il nome stesso, come se a evocarla s&#8217;avverasse in un battibaleno.<br />
Invece la Situazione Tristezza è l&#8217;equivalente dello schiacciarsi un brufolo: sai che farà male, sai che andrai in giro con un bubbone di carne viva prima e un crostone dopo, ma lo schiacci lo stesso.</p>
<p>La mia Situazione Tristezza, anche detta Brufololand, agli inizi della mia vita si chiamava Daniela e aveva circa sette anni. Non starò a rivangare ricordi vecchi di trent&#8217;anni, basti sapere che gente prima di me ci aveva fatto una fortuna in libreria, scrivendone.</p>
<p>Nel corso del tempo ho avuto molte altre Situazioni Tristezza, facendomi capire che essa è strettamente collegata a una cosa in particolare: non la morte di una persona cara, non una malattia o un rovescio finanziario, ma sempre ed esclusivamente la scoperta che chi è in realtà non è.</p>
<p>Daniela, Marina, Anna, Lucia, Enrica e molte, molte altre: invariabilmente andavo a caccia di loro bugie e difetti, scavando e incaponendomi per trovarli e rinfacciarli loro. E, quando li trovavo, si compiva il piccolo miracolo: la Situazione Tristezza si insinuava, facendomi sedere sul divano, abbarbicandomi al pacchetto di sigarette, in una lunga sega che si concludeva nella goduria della mestizia finale.<br />
Mi ha tradito, mi detto una bugia, ne aveva un altro, mi ha spedito l&#8217;sms destinato a quello là per farmi sapere della sua presenza. Un parossismo della cattiveria o, meglio, della pochezza umana.</p>
<p>Mi son sempre chiesto se io fossi o un cretino oppure un esemplare rarissimo. Di quegli uomini che, se stanno con una donna, bon, terminé, c&#8217;è solo lei. Almeno fino all&#8217;arrivo di una nuova, al che il piccolo periodo di bigamia è dovuto a necessità e non alla voglia. C&#8217;è Daniela? C&#8217;è solo Daniela. Arriva Marina? Via Daniela, esiste solo Marina. E avanti di questo passo, come un tubo di dentifricio a pressione, che premi lo stantuffo alla base ed esce la pasta colorata e mentolata. Il dentifricio che viene fuori lo usi, il suo posto viene preso dallo stantuffo.</p>
<p>Fino al giorno che il tubo è quasi vuoto, dai l&#8217;ultima premuta e ti rimane solo più la base di plastica.<br />
Finito il dentifricio. I tuoi denti lavati con lo spazzolino quasi secco si chiamano Claudia.</p>
<p>Claudia, con una situazione particolare. Un fidanzato residente in un&#8217;altra città, che porta in casa per le feste comandate, le ferie e un week end al mese circa, la telefonata canonica a determinata ora. Mi sta bene tutto, accetto tutto, anche che mi dica: No, che, scherzi? Mica ci scopo, io. Viene qui ma mica ci scopo. Si installa in casa mia per settimane, ma mica ci scopo. No, no.</p>
<p>Io, agli inizi, non le credevo.<br />
Poi ci ho voluto credere.<br />
Poi le ho creduto.</p>
<p>Infine ho capito.</p>
<p>Aspettavo la Situazione Tristezza.</p>
<p>Perché solo un cretino oppure una donna potevano credere a queste affermazioni, dette all&#8217;inizio per mantenere l&#8217;alone di magia e poi mantenute perché anche la più piccola delle bugie ha bisogno di esser alimentate dalla verità della loro esistenza.</p>
<p>E io ero, sono, un cretino e, a questo punto, anche donna dentro. Perché lo so che son un mucchio di fregnacce, che nessuno dotato di un po&#8217; di logica e intelligenza ci crederebbe, a Claudia, che quando il suo fidanzato ufficiale va a trovarla stiano lì a guardare i pelouches di lei bambina ben ordinati sullo scaffale della sua libreria. E uno con un po&#8217; di logica e intelligenza le direbbe: Claudia, amore mio, è probabile che tu non ci abbia fatto l&#8217;amore, alcune volte, ma solo perché avevi il ciclo e dopo due anni di fidanzamento ufficiale non hai più bisogno di crederti Erica Jong e di imbrattare pure il soffitto in un impeto di pornografia. Ma, vedi, Claudia, amore mio: non sono arrabbiato perché ci hai fatto sesso, amore e tutto quel che comporta. Io mi incazzo per la bugia. Per me puoi anche mostrarmi la tessera di un club privé per scambisti, non mi arrabbio. Mi arrabbio, invece, se ti trovo per sbaglio nel portafogli la tessera, ben nascosta tra la fidaty e la card del benzinaio. Non è il cosa. È l&#8217;altro al posto del cosa. È il fatto che io mi ammazzi di seghe pensando a te, solo a te, e tu ammazzi di seghe anche altri, ma dicendomi che ci sono solo io. Che ci fai passare per prete e perpetua. Per il fiore e l&#8217;ape.</p>
<p>Dimmelo, dimmi la verità. Ti perdonerei all&#8217;istante. Ti amerei ancora di più, per la tua debolezza o per la tua necessità d&#8217;essere umana.<br />
Forse, a lungo andare, considererei il tutto uno stato di necessità, dovuto al nostro evolverci assieme.<br />
Forse. Forse capirei che la tua era paura di perdermi. Snza il forse: ti perdonerei all&#8217;istante, trascorsi cinque minuti di incazzatura dimenticherei la fidaty, la card della benzina, il prete.</p>
<p>Stamattina, alle sette, mi sono accorto che il rubinetto del lavandino in cucina gocciola.<br />
E neppure tanto discretamente: fa un gran casino. Come se volesse scavare il lavandino a cercare chissà cosa. Oppure a farci l&#8217;amore.<br />
Ho bevuto il mio solito caffè, mi sono appoggiato al piano cottura, ho fumato così la prima sigaretta della giornata: in piedi, ascoltando rubinetto e lavandino fare l&#8217;amore costanti e infiniti, e mi sono accartocciato dentro a godermi la Situazione Tristezza in tutto il suo splendore.</p>
<p>Poi, Claudia è entrata in cucina, mi ha baciato e mi ha chiesto se volessi un altro caffè.<br />
Prima del mio sì già stava mettendo le nostre due tazzine affiancate, un cucchiaino abbondante per me, un po&#8217; di meno per lei.</p>
<div class="wp-caption alignnone" style="width: 476px"><a href="http://www.rael-is-real.org/images/musicians/lavie.mp3" ><img class=" " src="http://www.rael-is-real.org/images/photoblog/POLA_5335_11914400794_l.jpg" alt="" width="466" height="286" /></a><p class="wp-caption-text">SHOT by presse_bouton  on www.polanoid.net</p></div>
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		<title>Shame on u</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 17:34:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rael</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[ante litteram]]></category>

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		<description><![CDATA[La parola vergogna credo abbia origine in una nuvola fatta a forma di cavolfiore.
Il cavolfiore sopra è bello a vedersi, con una sua sofficità a esplodere in allegria e risate.
Ma sotto, sotto l&#8217;eleganza delle foglie verdi che racchiudono lo spumone, è duro e a contatto con la terra. Contadino.
E se ci premi le dita, sui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La parola vergogna credo abbia origine in una nuvola fatta a forma di cavolfiore.<br />
Il cavolfiore sopra è bello a vedersi, con una sua sofficità a esplodere in allegria e risate.<br />
Ma sotto, sotto l&#8217;eleganza delle foglie verdi che racchiudono lo spumone, è duro e a contatto con la terra. Contadino.<br />
E se ci premi le dita, sui tocchi del sopra, questi si sgretolano come polistirolo umido.</p>
<p>La parola vergogna viene usata e abusata in contesti che poco han a fare con la vergogna stessa.<br />
Il politico tal dei tali dovrebbe vergognarsi; quella donnaccia è senza vergogna; questo bambino chiede senza vergogna. Nella quasi totalità degli intenti, la vergogna viene affibbiata come aggettivo di comportamenti umani. Magari poco sociali, ma umani.<br />
Rubare. Erotizzare. Mentire.</p>
<p>Vergogna è un modo di vivere che impariamo a padroneggiare e associamo alle guance arrossate, al senso di vertigine, al sudore improvviso quando ci dimentichiamo di vergognarsi.</p>
<p>Mi vergogno di ruttare in pubblico; mi vergogno di farmi fare un pompino al cinema; mi vergogno di far rumore quando defeco. Questi gli esempi più tout court a cui pensare.</p>
<p>Ma: se mangio il riflusso e i movimenti del mio apparato digerente mi faranno piantare un abracadabra nel bel mezzo del pranzo di compleanno di mia suocera.  Se è buio, nella sala, e ho voglia di provare un cliché pornografico, afferro speranzoso per i capelli mia moglie. Se vado in bagno dieci a uno che scoreggio. Come le mucche. Né più, né meno. L&#8217;unica cosa che mi differenzia dalle mucche è che loro al cinema non ci vanno.</p>
<p>Vergogna. Si vergogni. Che vergogna.<br />
Di cosa, benedetto iddìo? Sono carne e aria e liquido. L&#8217;unica cosa di cui provo vergogna son le parole. I gesti inconsulti verbali con cui faccio del male. E più questi son involontari, son incidenti di percorso nel conoscere chi mi sta davanti, più mi vergogno.</p>
<p>Se almeno lo facessi apposta. Se minimamente fossi così stronzo da parlar con intento.</p>
<p>Le parole sono la mia vergogna.<br />
Io non dico mai petto. Faccio giri da circo pur di evitare quella parola. Cassa toracica, sterno, massa muscolare rivestente costole e qualche organo. Io non lo dico. Non ci riesco. Mi vergogno.<br />
E se vado in bagno allago il pavimento aprendo tutti i rubinetti, pur di non farmi sentire anche solo lavare i denti.<br />
Perché mi vergogno.<br />
Più mi vergogno, mi vergogno.</p>
<p>Dida è una vecchia amica di famiglia. Di lei e suo marito ho ricordi frammezzati: il soggiorno bianco con la moquette panna. La A112 con cui mi portarono loro a Nizza, un fine settimana, ché i miei erano andati lì già dalla sera prima. Le sue tette.</p>
<p>Si spogliò in fretta, un pomeriggio, noncurante io fossi lì seduto sul letto a leggere un libro. Ai miei occhi strabuzzati rispose con una risata.</p>
<p>Da allora provo disagio, vergogna a vedere una donna che si toglie il reggiseno all&#8217;improvviso, gesto quotidiano, i polsi si piegano dietro alla schiena, lo sterno si sporge e le costole affinano la pelle sopra la pancia.<br />
Tlà-k.<br />
Le spalline scivolano giù e il seno si libera, senza erotismo, senza malizia, è una gabbia di tessuto tolta per far posto a un&#8217;altra uguale nella forma e diversa nella foggia.</p>
<p>Provo disagio. Provo vergogna. Provavo disagio. Provavo vergogna.<br />
Fino a quando, ieri, Claudia ha fatto la stessa cosa.<br />
Tlà-k.<br />
E ho visto la bellezza della normalità.</p>
<div class="wp-caption alignnone" style="width: 476px"><a href="http://www.rael-is-real.org/images/musicians/shame.mp3" ><img class=" " title="tlà-k per la musica" src="http://www.rael-is-real.org/images/photoblog/POLA_17261_12528368033_l.jpg" alt="Les Liaisons dangereuses - by leontine-de-stradivarius , www.polanoid.net" width="466" height="568" /></a><p class="wp-caption-text">Les Liaisons dangereuses - by leontine-de-stradivarius , www.polanoid.net</p></div>
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		<title>Englishman in travaj</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 16:16:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rael</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[affabulazione]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Non creda, signora, che per essere uomo si debba esser anche bambino.&#8221;
Ho inaugurato il lunedì con questa frase, il risultato della mia nuova mania, aver una frase concia e importante da ripetermi a lungo. Magari mettendomi ritto, il peso sulle punte, la pancia un po&#8217; sporgente. Da dire con tronfia superiorità alla vecchia davanti a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Non creda, signora, che per essere uomo si debba esser anche bambino.&#8221;</p>
<p>Ho inaugurato il lunedì con questa frase, il risultato della mia nuova mania, aver una frase concia e importante da ripetermi a lungo. Magari mettendomi ritto, il peso sulle punte, la pancia un po&#8217; sporgente. Da dire con tronfia superiorità alla vecchia davanti a me, sul marciapiede, che non mi lascia svicolare e camminare libero di contare i blocchetti di klinker.</p>
<p>Al martedì ho parcheggiato ripetendo al cruscotto della mia auto che &#8220;Non s&#8217;abbia diritto del dolore né inflitto né infitto&#8221; e la mia mano sul pomolo del cambio s&#8217;è rincagnata con inglese aplòmb.</p>
<p>Al mercoledì Claudia mi ha mandato affanculo che le pareva di stare con il giardiniere di Sherlock Holmes.</p>
<p>Che vita dura, che vita grama, neanche la libertà di poggiarmi i palmi sulle reni e sospirare con una stanchezza che raramente ho provato così forte.</p>
<p>Io vorrei avere di nuovo diciassette anni.<br />
A Settembre ero in corso Venezia e stavo per girare in via Valprato, dirigendomi al lavoro. Erano le mie prime ferie, era da Febbraio che stavo in quella fabbrica di vernici, imparavo un mestiere, certo, e anche quali tram prendere per la visita medica del lavoro minorile.<br />
Appena girato l&#8217;angolo a curva, con di fronte l&#8217;inizio dei Docks e le ferrovie che correvano velocissime tra le sterpaglie, ho sentito il riposo.<br />
Era una semplice mattina, il dodici mi aveva abbandonato come sempre davanti a Susa, ai piedi del tabarin dove Buscaglione si divertiva, la salita che segnava i davanzali delle vetrate della concessionaria Citroën, fino al tabacchino e il pilone malconcio del ponte, coi ferri dipinti di grigio ral 7001. Era una mattina normale, un lunedì, e io sentivo il riposo. Ero riposato.</p>
<p>Non mi sarebbe mai più accaduto, non credo mi accadrà di nuovo.</p>
<p>Per questo motivo m&#8217;atteggio a vecchio, a insigne anziano, mi motteggio e mi ripeto, mi piazzo davanti allo specchio e mi dico frasi che sanno di biscotti vecchi.</p>
<p>Perché sono stanco e non ho niente da fare.</p>
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		<title>Milla</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Nov 2009 22:44:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rael.is.real</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[...]]></category>

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		<description><![CDATA[Ricordo d&#8217;aver pensato: in fondo è tornare bambini.
Quando sei piccolo non hai ricordi, ma associazioni: cibo, mangiare, fame, vasino, madre. gioco, sudare, sgridata, padre. merenda, nonna. luci, natale. E poi? Poi inizi a dimenticarti.
Di questa casa conosco ogni anfratto, ogni angolo: sebbene sia quella con l&#8217;aspetto più antico e signorile, è la più nuova dell&#8217;intero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ricordo d&#8217;aver pensato: in fondo è tornare bambini.<br />
Quando sei piccolo non hai ricordi, ma associazioni: cibo, mangiare, fame, vasino, madre. gioco, sudare, sgridata, padre. merenda, nonna. luci, natale. E poi? Poi inizi a dimenticarti.</p>
<p>Di questa casa conosco ogni anfratto, ogni angolo: sebbene sia quella con l&#8217;aspetto più antico e signorile, è la più nuova dell&#8217;intero borgo. Affianco vendono un vecchio stabile diroccato che di anni ne ha almeno il quintuplo. Però sulla facciata di questa campeggia una lapide a un giovane ucciso il 25 d&#8217;Aprile &#8216;45. È pieno di lapidi di persone uccise tra il 23 e il 25: regolamenti di conti e imboscate, qui giace colui ha il suo nome inciso sull&#8217;acqua del torrentello ove sua madre strizzava i panni. A monte il risciacquo, a valle la saponata.<br />
Che non sia morto davvero contro questo muro portante, costruito quarantotto anni dopo, non importa a nessuno e neppure a quelli dell&#8217;Anpi che vi han incollato sopra un mazzetto di fiori di plastica.</p>
<p>Ricordo di aver tolto la camicia e indossato una vecchia maglietta del festival metal di Málmø.<br />
Ricordo che a me il metal non piace. Associo il metal a una macchina che sfrisa la fiancata contro un&#8217;altra mentre tentano di parcheggiarsi affianco l&#8217;un l&#8217;altra.<br />
Ricordo e associo.</p>
<p>Ricordo e associo il sapore di metallo all&#8217;uovo.<br />
Albumina.</p>
<p>Irina aveva due sogni nella vita: il primo era sposarsi agiatamente con un uomo tanto bello da piacerle e poco attraente perché non piacesse alle altre; il secondo di trovare un uomo con cui soddisfare il suo sogno erotico di verstirsi da Lara.</p>
<p>Il primo sogno fu semplice da attuare: una volta trovato quello che corrispondeva ai propri parametri, con una bella dose di fortuna perché Mauro non era più giovanissimo, aveva quasi quarantaquattro anni e quindi vent&#8217;anni di marchette: significava un lavoro ormai solido e aver imparato a vestirsi. Tutto si ridusse a conoscerlo, farsi piacere e rendersi indispensabile alla sua vita.</p>
<p>Irina non si chiamava davvero così: all&#8217;anagrafe faceva Emiliana, Milla per gli amici più intimi, e la sua unica passione vera era la Russia.<br />
Non la Russia di oggi, sporca ruffiana e mafiosa: ma la Madre Russia, con la neve e le scarpe con le suole rinforzate, i cappotti di fustagno e i fazzoletti acconciati attorno ai capelli.<br />
Irina, Milla, Emiliana era giovane e tutto quel che sapeva le veniva da libri e al massimo da qualche film in bianco e nero. Certo era che la Russia era comunque dalla parte del giusto: né buona, né cattiva, semplicemente giusta.</p>
<p>Durante il fidanzamento con Mauro, che durò all&#8217;incirca due anni, giusto il tempo per vedere se la cosa funzionava in pubblico con amici e parenti, se il sesso era piacevole e se le spese venivano coperte da lui con savoir faire piuttosto che da uno pseudo femminista alla romana, Irina diede segni di questa sua passione culturale. E quando Mauro come regalo per il primo anniversario le regalò l&#8217;edizione del 1957 dei discorsi di Khruščёv lei si sentì un piccolo fuoco ardere tra le nevi delle sue viscere.</p>
<p>La proposta di matrimonio Mauro gliela fece durante un&#8217;infuocata discussione su quanto fosse stato disgraziato Paolo Villaggio a trattare così male La corazzata Potëmkin: Milla era infervorata a dire la sua sulla cultura così disgraziatamente bassa dell&#8217;italiano medio, mentre Mauro riusciva a infilarsi nel monologo solo a sprazzi e non veniva ascoltato nel suo ribadire che quella era la Corazzata Kotiomkin, ma tutto era inutile, tutto inascoltato e quindi mise la mano in tasca e ne trasse la scatolina comperata quel pomeriggio stesso con la prospettiva di darglielo alla prima occasione buona.</p>
<p>-Che cos&#8217;è.<br />
-Indovina.<br />
-Un gioiello?<br />
-Apri, no?<br />
-Ho paura.<br />
-Allora invece che dartelo te lo chiedo: mi vuoi sposare?<br />
-Sì.<br />
-Davvero?<br />
-Sì.<br />
-Oh.<br />
-Era <em>Potëmkin.<br />
-&#8230;<br />
-</em>Non<em> Kotiomkin.</em></p>
<p>Il secondo sogno fu più difficile da attuare perché Mauro aveva sì un bel po&#8217; di soldi da parte e una bellezza che passava inosservata alla maggior parte delle donne, ma anche viveva ancora con la madre, vedova e bisognosa di cure. La casa era grande, molto grande e il caro prezzi a metro quadro tagliò la testa al toro: avrebbero vissuto nell&#8217;alloggio con la suocera che, adorabile vecchietta, s&#8217;era fatta apprezzare senza essere invadente.</p>
<p>-di un uovo di fabergè dimenticato in una valigia color cuoio scurissimo con le fibbie d&#8217;un beige sporco attorno: questo uovo era tanto fragile che Irina diede ordine alla sua cameriera personale, nonché unica confidente e pseudo amica, di avvolgerlo in strati e strati di carta velina finissima alternati a sciarpe di seta tessuta a trama ancora più fina della velina stessa e di nasconderlo in un luogo ove non potesse essere toccato e di conseguenza rotto anche solo per la leggera pressione dei polpastrelli del pollice e dell&#8217;indice.<br />
l&#8217;uovo era minuscolo, un uovo di quaglia con i più fini diamanti e i più piccoli opali ammezzo i più minuscoli smeraldi circondati dai più microscopici lapislazzuli: avvolto avvolto diverntò grosso come l&#8217;uovo d&#8217;uno struzzo e non c&#8217;era contenitore tanto grande per conservarlo ma che allo stesso tempo passasse inosservato.<br />
fu così che Tanjia si ricordò della valigia che il suo bisnonno usò per arrivare a pietroburgo cento anni prima e riposta nel sottotetto dell&#8217;ala nord della parte ovest della dacja nella finta steppa siberiana ricostruita nel palazzo d&#8217;inverno per dare smacco alla fattoria voluta da Maria Antonietta a Versailles.</p>
<p>Questo mi raccontava la notte Milla, invece di far l&#8217;amore con me. Io provavo a chiederle chi fosse Tanjia, mi perdevo dentro questo uovo con su disegnato un giardino e mi addormentavo sereno.</p>
<p><a href="http://www.rael-is-real.org/images/musicians/06loveyou.mp3" ><img class="alignnone" title="via annette pehrsson" src="http://www.annettepehrsson.se/polaroid/polaroid%20120.jpg" alt="" width="441" height="450" /></a></p>
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		<title>blogging together</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Sep 2009 21:26:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rael.is.real</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[...]]></category>

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		<description><![CDATA[Certo io non ero convinto, non me lo si può accusare, questo.
Solo che non so come io abbia fatto a ritrovarmi lì, di botto, così.
Ero con lo sguardo fisso sul mio orologio, faceva le due del pomeriggio, e adesso alzando lo sguardo sono a stazione Principe ed è già come notte.
Maria Cristina mi dice: fa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Certo io non ero convinto, non me lo si può accusare, questo.<br />
Solo che non so come io abbia fatto a ritrovarmi lì, di botto, così.<br />
Ero con lo sguardo fisso sul mio orologio, faceva le due del pomeriggio, e adesso alzando lo sguardo sono a stazione Principe ed è già come notte.<br />
Maria Cristina mi dice: fa buio presto, la sera.<br />
E ci siamo incamminati, su un marciapiede che era pericolosamente simile a quelli dei lungo Navigli, era buio ormai, appunto, e i negozi o erano già chiusi oppure chiudevano. Che tu guardi dalla portafinestra dei negozi, ti alzi in piedi a superare la merce esposta in vetrina, e vedi queste persone non più obbligate a sorridere, a star ritte e veloci a proporti merce, offrirti alternative, mostrarti i prezzi: si siedono, un po&#8217; distese sui banchi, a contar soldi, a riporre a posto cose, un sacchetto a terra, da portare a casa; le lampade spente a metà, la porta dello sgabuzzino a mostrare scopettoni e secchi, la luce accesa nel bagnetto pieno di cataloghi e scatoloni.</p>
<p>Maria Cristina parlava a ruota libera, e c&#8217;era questo fiumiciattolo strano sulla nostra destra, sormontato a volte da piccoli ponticelli su cui persone giovani si sedevano dondolando i piedi nel vuoto. Mi ricordavano me da piccolo, seduto sulla seggiovia, gli occhi fissi sulle stringhe pregando non si slacciassero e le mie scarpe non cadessero nel vuoto. Solo dopo un po&#8217; mi calmavo, capivo quanto fosse impossibile perdere non dico tutte e due ma almeno una scarpa, e poi mi cadeva l&#8217;occhio su una pietra a forma di mocassino, cinquanta o sessanta metri più giù, ed eccomi fino al nuovo pilone stringere le mani e gli occhi pregando di non arrivare in cima in calzini.</p>
<p>Era buio, sì, sempre di più, quel buio strano e innaturale del primo inverno, che guardi l&#8217;orologio e ti stupisci non sia ancora ora di cena. Maria Cristina aveva indosso un pellicciotto chiaro con inserti di camoscio che si mischiava, nel collo, ai suoi capelli ricci venati di grigio. Maria Cristina è una di quelle donne che si fanno vanto della propria età, salvo sputare veleno su qualunque essere femminile che dimostri di avere tra i diciassette e i trentatre anni d&#8217;età. Guarda Quella, appunto mi diceva, come si fa ad andare in giro conciata così?</p>
<p>La Quella in questione, in effetti, era vestita da ventenne in cerca di maschi da cambiare con la velocità di una rotativa: io non riuscivo a comprenderne i difetti fisici o d&#8217;atteggiamento. Ma cos&#8217;ha di strano? chiesi consapevole che avrei potuto domandare di tutto, dal big bang all&#8217;impollinazione del bambù, ma non fare una domanda difensiva all&#8217;indirizzo di Quella. Che più di venticinque anni non poteva avere.</p>
<p>Maria Cristina accelera il passo, di botto, strattonandomi un gomito a trascinarmi via e mi prende una malinconia per questo mio sciocco vizio di perdermi nei dettagli, nelle scenografie e le coreografie, carrettate di parole a fare di tutto un contorno e non vedere il fulcro delle cose.</p>
<p>Per esempio: io non so bene perché io sia qui con Maria Cristina, a cavallonare un marciapiede di una città che odio ben sapendo che sono in una città che amo, cioè: io son sceso dal treno che era Genova e ora son qui che costeggio il Naviglio Grande milanese. Almeno, nella mia visuale, nel mio mischiare foto e città, sensazioni e ricordi, desideri e realizzazioni. Senza contare il fatto che di esser sceso dal treno ne son convinto io e io soltanto, ma in realtà non mi ricordo il momento esatto in cui mi son alzato dal sedile, preso la mia borsa, raccolto le mie cose, indossato la giacca e rimasto a guardare la porta sfrecciare perché mi son preparato a scendere troppo in anticipo. Sbagliando, di sicuro, il lato da cui scendere.</p>
<p>Non mi ricordo, son certo di aver fatto qualcosa in questo lasso di tempo che non ricordo, ma nel frattempo Maria Cristina mi prende la mano e mi trascina verso il supermercato.</p>
<p>&#8220;Non c&#8217;è nulla per cena&#8221; mi dice.<br />
&#8220;Ma io devo prendere il treno per tornare a casa&#8221; le rispondo.<br />
&#8220;Sì, sì&#8221;, lei è già ai tornelli per entrare.<br />
&#8220;Ma quanto ci mettiamo?&#8221;<br />
&#8220;Non più di un&#8217;ora e mezza&#8221;.</p>
<p>Avere questo blocco orario, novanta minuti, mi angoscia ancora di più che navigare a vista. So che per un&#8217;ora e mezza avrò la necessità di guardare l&#8217;orologio, sudare freddo al pensiero di sforare, impazzire per la certezza che saranno in realtà due ore, se non di più, e mi preparo risposte, scuse, storie per giustificare.</p>
<p>Per scriverne, l&#8217;indomani.</p>
<p>Maria Cristina afferra un sacchetto di insalata pronta: dice che è più sana di quella del verduraio, e comunque costa di meno, in termini di manodopera e velocità di preparazione.<br />
Riempie il carrello, ma io son affascinato da questo nuovo buco: quando ha preso il carrello? Era una moneta da un euro o da due, quella che ha usato per sbloccarla? E quando ha preso il portamonete dalla borsa, quando s&#8217;è diretta alla colonna di carrelli? Cosa facevo io, nel mentre? Dov&#8217;ero?<br />
L&#8217;uniche cose certe son che ha preso quello con la convergenza sbiellata, e tocca a me condurlo.<br />
Due certezze certe ovunque, in qualunque posto, in ogni tempo, per tutti gli uomini. Ruote impazzite e spingere in silenzio.</p>
<p>Maria Cristina parla, parla, mi sorride, agita i boccoli grigio biondi, sbuffa, guarda le altre e controlla se io le osservi; Maria Cristina arraffa, afferra, agguanta: compra prelevando dagli scaffali ancora prima di consegnare regale la sua carta di credito alla cassiera.</p>
<p>Siamo alla cassa e io ho avuto un altro black out. Poi, dimentico il mettere le cose nei sacchetti, uscire, rivedere il buio più tardi di poco prima.</p>
<p>&#8220;Devo andare, devo. Perdo il treno&#8221; dico.<br />
&#8220;Ma non vieni a casa mia, mi aiuti con la spesa, ti preparo qualcosa, dormi con me&#8221; mi supplica.</p>
<p>Io ora più che un vuoto di scena leggo la sceneggiatura successiva: sì, certo, cena, due chiacchiere, e poi vorrà scopare e io son quasi allo scadere dell&#8217;ora e mezza, sento il mio treno partire mentre ancora arranco verso la stazione, la mano in tasca a controllare il biglietto di continuo.</p>
<p>&#8220;No, no, davvero, mi spiace&#8221;. Riesco a essere anche contrito.</p>
<p>Sono seduto, il vagone si agita sui binari, si piega un po&#8217; lungo le curve.<br />
Ancora non capisco come io possa aver camminato lungo il Naviglio. Credo fosse un&#8217;associazione d&#8217;idee, era solo un rigagnolo, un torrentello oppure uno scolo d&#8217;acque reflue verso il mare.<br />
La mia memoria è stanca, di Maria Cristina ho solo un&#8217;idea di capelli color pellicciotto frammezzato di stoffa scamosciata beige chiara. Mi addormento cullato dal treno, mi riprometto di smettere di incontrare persone conosciute via internet. Perché poi mi dimentico cosa loro scrivono.</p>
&#8220;]&#8221;]<a href="http://rael-is-real.org/images/musicians/freedesHappyTogether.mp3" title="click per la musica"><img class=" " title="click per la musica" src="http://farm3.static.flickr.com/2565/3936198205_2c3aaaf29f.jpg" alt="Time To Run, fablore[České nás] su flickr" width="375" height="500" /></a>
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		<title>La macchina era di Perec o forse di Queneau o un altro</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Aug 2009 06:44:21 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[...]]></category>

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		<description><![CDATA[Io sin da piccolo ho sempre detto Deus Esccc Macina.
Davvero.
Non ridete: non nasciamo imparati.
Come le canzoni in inglese: non usciamo da nostra madre con un bagaglio nozionistico degno di un traduttore Onu. E quando iniziamo ad ascoltarle, e imparale, e soprattutto ripeterle, siamo una pecora che béla onomatopeica. Anche in chiesa, che ascolti i canti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Io sin da piccolo ho sempre detto Deus Esccc Macina.<br />
Davvero.<br />
Non ridete: non nasciamo imparati.<br />
Come le canzoni in inglese: non usciamo da nostra madre con un bagaglio nozionistico degno di un traduttore Onu. E quando iniziamo ad ascoltarle, e imparale, e soprattutto ripeterle, siamo una pecora che béla onomatopeica. Anche in chiesa, che ascolti i canti e apparte Amen non afferri nulla.<br />
Aleluuuuuuuuuuugia.</p>
<p>Quando, crescendo, imparai a sentire anche il senso delle parole oltreche il loro suono, le cose migliorarono notevolmente, soprattutto per l&#8217;udito dei miei astanti. Anzi, potevo anche sfoggiare uno sguardo tra il supponente e l&#8217;acculturato, perché io, a differenza di loro, studiavo le lingue a scuola. Inglese e italiano. Loro al massimo ai loro tempi andavano male in latino, nelle due ore obbligatorie. O tre. Non ricordo, dipendeva dal tipo di avviamento, le chiamavano scuole medie ma son sicuro non fosse lo stesso, impossibile. Sia quel che sia, io non facevo latino ma quell&#8217;ora d&#8217;inglese state pur certi che la sfruttavo alla grande. Mica latino. Ahhhhhlllelussssgiahhhh.</p>
<p>Restava il problema del Deus Ex Machina. Diùs Ics Mèiciana. Con la A finale, ché è latino.</p>
<p>Alle superiori furono cazzi.<br />
Facevo comunella con quelli del mio ceto: figli di operai, figli di impiegati di ultimo o penultimo livello, con dentro la necessità di piazzare una bella bomba carta sotto la cattedra della profia di matematica, giusto per vedere che effetto facesse assistere alle sue ossa spargersi in giro come stuzzicadenti che cascano ovunque quando li prendi in massa per riempire il portastuzzicadenti.  Ma ero un brigatista sì in erba ma già con un senso della giustizia: la storia siamo noi e quindi difendevo a spada tratta la prof di lettere. Non era forse calabrese quindi figlia del popolo? Non era forse bassa, grassa, brutta e quindi vittima dell&#8217;imperialistisco senso dell&#8217;estetica? Però faceva proprio cagare ed era anche sfigata: un neo sulla guancia destra e un porro sulla guancia sinistra, a volte era davvero difficile difenderla e comprendo che molti dei miei compagni di allora siano feticisti oggi, a causa delle mie elegiache appassionate. Io stesso se oggi sento un accento che sa di soppressata e &#8216;duja provo un fremito nei lombi.<br />
Resta fermo il punto che la prof dalle H aspirate e la camminata alla Ave Ninchi era la mia unica speranza per sapere, alfine, come si pronunciasse Deus Ex Machina. E, dettaglio non trascurabile, cosa significasse.<br />
Ovviamente fui bocciato e andai a lavorare, perché ero figlio del popolo e dovevo combattere il sistema e forse è stato un bene, sarei finito professore di filosofia da qualche parte a scriver libri e indottrinare giovani studentesse. Senza porri in faccia e un culo umano, alla ricerca costante e inconcludente di una parlata dura e peperoncina. Alleluia.</p>
<p>Nota personale: ora è sempre più difficile trovare deigli stuzzicadenti sciolti, non rivestiti di carta. Così oltre che raccoglierli anche mesi dopo, in un angolo della cucina, ti ritrovi pure piccoli tubi di carta arricciati.</p>
<p>Appunto: andai a lavorare e rimaneva il dubbio. Mi immaginavo questo dio che parcheggiava l&#8217;automobile e cantava angelico e tuonante Alleluja. Rimaneva anche il mio dolore per la pronunzia, per l&#8217;accentazione, non riuscivo a risolverlo solo leggendo. E le strofe imparate sbagliando da giovane rimanevano impresse nella mia mente, anche ormai sapendo sia significato che sillabazione ormai l&#8217;input c&#8217;era e quella parola, quella frase la dicevo così come la sapevo.</p>
<p>Ormai votato al celibato, quarantenne annoiato con uno stipendio da colletto bianco, conobbi Emma a un reading. Un libro di un sedicente poeta in erba, più vicino ai pascoli di Nostro Signore che alle mangiatoie di un vitellino, di una noja triste e abbacinante. Io ero in prima fila e quindi votato al martirio degli occhi spalancati. La vidi quando, in una pausa tra una declamazione industriale e un Mi Ricordo Sì Mi Ricordo Erba Di Casa Mia, estrassi il pacchetto di sigarette e lo agitai piano davanti a me, ammiccando. Alzandomi dalla sedia a fatica, era da banco di scuola, con sia schienale che sedile in fòrmica venata, coi bottoni in corrispondenza delle gambe in ferro, la vidi vicino all&#8217;ingresso che scivolava via con nonchalance e il terrore d&#8217;esser invitata a fare una domanda al sommo poeta. Anche lei vittima della rivalsa sull&#8217;ennesima serata solitaria in casa, prendere il giornale e scoprire che a pochi passi in una libreria ci sarebbe stato un ricco buffet gratuito accompagnato da ottime letture -m&#8217;avrebbe detto in seguito- e l&#8217;allucinatorio senso di aver fatto una gran cazzata a rinunciare al film in tv comodamente seduta sul divano. M&#8217;è sempre rimasto il dubbio che si riferisse all&#8217;avermi conosciuto e non al coma del reading, con quel &#8220;ho fatto proprio una gran cazzata&#8221;.</p>
<p>Usciamo dalla libreria assieme. C&#8217;è un tizio che sfila il suo pacchetto non appena vede i nostri: accendo a Emma, poi a lui. Lascio spegnere l&#8217;accendino, mi sposto d&#8217;un passo, poi appizzo la mia sigaretta. Vecchia abitudine da racconti di guerra: un cerino per avvistare, un cerino per puntare, un cerino per sparare. Il tizio s&#8217;allontana ringraziando e io posso conoscere Emma, sapere il suo nome, proporle di rinunciare alle poesie per una birra lì poco distante.<br />
Al pub, neppure troppo affollato, ci raccontiamo per sommi capi e vengo a sapere che lei il classico l&#8217;ha terminato, è addirittura laureata in filosofia ma il precariato, i concorsi, varie necessità l&#8217;han costretta a essere segretaria d&#8217;azienda. Poco male, mi dice, la cultura siamo noi e continuo a studiare da sola. Anzi, ho appena ripreso in mano i libri di grammatica latina e sto rileggendomi Euripide: abbozzo un sorriso compiaciuto da lontano figlio del popolo che non ostenta la propria cultura e la butto lì: eh, Deus Ex Màchìna. Alleluah! Esclama lei, finalmente uno che lo pronuncia giusto!</p>
<p>Che culo che ho, a volte.</p>
<p>Il discorso poi si girò su film visti e a vendersi bene per far buona impressione l&#8217;uno sull&#8217;altro. Ovviamente ci mettemmo assieme, ci sposammo, facemmo un paio di figli assieme, invecchiammo tra alti e bassi e ricordi e medicine e con pochi rimpianti, se non uno solo: di non averle mai chiesto cosa diocristo significasse quella maledetta frase. Non credo abbia mai sospettato che il mio averla pronunciata quella sera davanti a due birre fu solo una boutade: il libro delle tragedie di Euripide era stato solo sfogliato, non ci aveva certo passato le notti sopra. S&#8217;era venduta mica male, al mio pari.</p>
<p>Hallelujah, il vero comunismo: esser uguali nel voler differenziarsi.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 517px"><a href="http://www.rael-is-real.org/images/musicians/Hallebeirut.mp3" ><img title="clicca per la musica" src="http://mlgrimani.files.wordpress.com/2009/01/omaggio-a-perec1.jpg" alt="perec, da www.mlgrimani.wordpress.com/" width="507" height="599" /></a><p class="wp-caption-text">perec, da www.mlgrimani.wordpress.com/</p></div>
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		<title>morning m&#8217;as broken</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jul 2009 09:54:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rael.is.real</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[affabulazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Stamattina lavandomi la faccia ho sentito dei rumori metallici venire da fuori della finestra e girandomi verso quei suoni ho spruzzato d&#8217;acqua lo specchio tanto m&#8217;ha stupito il rumore in sé, ta-tlàk, e mi son detto: devo avvertire subito Claudia, di questo rumore, perché è davvero strano sentire il rumore di un cavalletto da tappezziere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stamattina lavandomi la faccia ho sentito dei rumori metallici venire da fuori della finestra e girandomi verso quei suoni ho spruzzato d&#8217;acqua lo specchio tanto m&#8217;ha stupito il rumore in sé, ta-tlàk, e mi son detto: devo avvertire subito Claudia, di questo rumore, perché è davvero strano sentire il rumore di un cavalletto da tappezziere che viene aperto da attraverso la persiana chiusa alle sei e ventotto del mattino.</p>
<p>Sono andato in camera da letto e ho dimenticato subito di dirle del rumore del cavalletto perché Claudia era in una posizione che avevo visto ieri pomeriggio in un filmato porno, c&#8217;era questa donna con le calze autoreggenti nere col pizzo e un coso addosso che si chiama baby doll, sempre nero e con gli inserti in pizzo, e aveva un tanga senza pizzo ma sempre nero e faceva finta di dormire, e mi son chiesto come faccia una a dormire sul letto con tutta quella roba addosso e per di più delle scarpe nere col tacco molto alto e sottile, credo lo chiamino stiletto, e Claudia era nella stessa posizione di quella donna ma fortunatamente non aveva né addosso tutto quel pizzo nero, gli stiletti e soprattutto quattro energumeni calvi e con gli occhiali da sole addosso.</p>
<p>A quel punto a Claudia avevo un bel po&#8217; di cose da dire, il rumore del cavalletto, gli energumeni, quanto incida sui costi produzione di un film porno l&#8217;acquisto di biancheria intima e soprattutto, chi la lava poi? Ci sono delle lavanderie specializzate in roba pornografica, dei cinesi che mettono nelle lavatrici enormi le maschere di latex e fanno attenzione alle palline che sennò incastrano le cinghie di trasmissione del cestello?</p>
<p>Claudia ha mugolato e s&#8217;è mossa tutta sensuale, scivolando una gamba sull&#8217;altra, la caviglia ad accarezzare il dorso del suo piede. No, cioè, ero preso ancora dalla visione di cinesine che fanno entrare nelle asciugatrici mazzi di frustini piegandoli al massimo della tensione, e allora ho equivocato, perché Claudia in realtà ha piantato un mezzo russamento, s&#8217;è girata grattandosi una coscia e ha continuato a dormire.</p>
<p>Allora mi sono ricordato che avevo la faccia ancora gocciolante, non me l&#8217;ero asciugata, sono corso in bagno a prendere l&#8217;asciugamano e ho sentito di nuovo il rumore. Ta-tlak. Mi sono avvicinato alla persiana, ho pensato che ci fosse un tappezziere lì fuori, che avrebbe tappezzato i muri della piazza, ed era anche una cosa poetica questa, con un suo perché letterario, credo che se io fossi uno scrittore questa cosa la scriverei, tappezzatori di muri, qui una tappezzeria americana con papere e fagiani, qua una francese con rose e arzigogolii, in questa via una di tessuto italiano che ci puoi anche passare su l&#8217;aspirapolvere e se hai un gatto ci viene fuori un maglione all&#8217;anno con tutti i fili che tirerebbe con le unghie.</p>
<p>Avvicinandomi alla finestra mi sono avvicinato anche alla lettiera del gatto e questa cosa mi ha un po&#8217; scombussolato la voglia di caffè, che al mattino ogni volta fare la pipì annusando la lettiera, involontariamente e obbligato, mi alzo, vado in bagno, mi siedo sul water che però questa cosa io un po&#8217; mi vergogno a dirla ma mia madre mi ha insegnato a sedermi per fare pipì e se sono in autostrada quando vedo quelli che fanno pipì col pisello rivolto ai campi e ai muri dei viadotti io a quelli li invidio abbastanza, non che non sarei capace anche io ma un po&#8217; di sfasamento lo avrei sicuramente, metti che lascio delle goccioline sul guardrail.</p>
<p>La lettiera del gatto è accanto al water e se Claudia non l&#8217;ha pulita da poco la mia voglia di fare colazione va a farsi benedire, ma poi penso che ormai fa parte dell&#8217;odore di una casa, uno entra in una casa e dice subito: fumano, friggono e hanno un gatto. È bello, così, una casa ha un suo vivere, una sua personalità, si presenta e dice: mi chiamo Via Gela 10, piano terra, suonare Semini; friggiamo le sarde, fumiamo camel blu e abbiamo un gatto, io e la mia signora.</p>
<p>Avvicinandomi alla finestra volevo tornare da Claudia e chiederle quando fosse stata l&#8217;ultima volta che aveva pulito la cassettina del gatto ma ho sentito di nuovo: Ta-tlak! e siccome a me piace la tappezzeria ho voluto aprire di botto la persiana così facevo uno scherzo al tappezziere e dirgli: Buongiorno! Mi fa la boiserie con una vinilica verde bosco a riga sfumata alternata, bordatura alta dieci centimetri con ornato gris sur gris e murata a puntinato verde chiaro con cornice in finto gesso polimerato a greca?</p>
<p>Ho spalancato e il Buongiò! mi si è strozzato in gola, perché era uno che approntava il banchetto, al giovedì d&#8217;estate fanno il mercato, qua davanti a casa mia, e mi è spiaciuto che non fosse un tappezziere perché se c&#8217;è una cosa che odio, io, è il mercato e sono andato a dirlo a Claudia, di &#8217;sta cosa che io odio il mercato ma lei ormai russava alla grande.</p>
<p><a href="http://www.rael-is-real.org/images/musicians/morninghasbroken.mp3" ><img class="alignnone" title="SHOT by birdclaws  at www.polanoid.net" src="http://www.polanoid.net/pix/3479/POLA_3479_12396651291_l.jpg" alt="" width="460" height="581" /></a></p>
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		<title>mint games</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jul 2009 13:47:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rael.is.real</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[canzoni etiliche]]></category>

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		<description><![CDATA[E il ginocchio inchiodato. Come lo chiamano? Della lavandaia.
E il gomito del tennista. E l&#8217;occhio di pernice.
L&#8217;occhio. Il malocchio.
Fissandosi nello specchio pensò a sua nonna che scoppiava in lacrime: ho fatto il malocchio a quel ragazzo, che iddìo mi perdoni. Gli restò la mano sullo spazzolino da denti, un attimo prima di allargare le dita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E il ginocchio inchiodato. Come lo chiamano? Della lavandaia.<br />
E il gomito del tennista. E l&#8217;occhio di pernice.<br />
L&#8217;occhio. Il malocchio.<br />
Fissandosi nello specchio pensò a sua nonna che scoppiava in lacrime: ho fatto il malocchio a quel ragazzo, che iddìo mi perdoni. Gli restò la mano sullo spazzolino da denti, un attimo prima di allargare le dita a lasciarlo cadere nel bicchiere bianco di plastica coordinato al portasapone e lo spazzolone del wc. Che iddìo mi perdoni, che iddìo ci perdoni. Tutti.</p>
<p>Le malattie colpiscono gli altri. Sua madre con la gola che annaspava a cercare fiato. Suo padre con l&#8217;orizzonte a inclinarsi e rotolare. Lo zio con la guancia corrosa. Il nonno ad affondare lo scheletro nelle lenzuola. Claudia e i suoi fagiolini sparsi per il corpo, un giorno su un seno, un giorno nel pube, fagiolini erotizzanti a zonzo sul suo corpo. Che iddìo vi benedica, io sto bene.</p>
<p>Io sto bene, sebbene invecchi.</p>
<p>Le dita abbandonarono lo spazzolino da denti e si spostarono ad arco lento verso l&#8217;asciugamano di cotone spugnato verde acqua acquistato al supermercato in un impulso che non avrebbe saputo spiegare, poi, in seguito.</p>
<p>Qualche goccia bagnò lo specchio, agganciandosi al sebo di vecchi brufoli schiacciati.</p>
<p>E a sua nonna singhiozzante di avergli lanciato il malocchio si sovrappose la bottiglia d&#8217;olio da fissare per l&#8217;orzaiolo.</p>
<p>Guardi, io con l&#8217;insalata al massimo scendo fino a La Spezia. E non mi parli di olii nordestini perché non c&#8217;è partita. Glielo disse con le briciole del pane d&#8217;assaggio che gli cascavano dall&#8217;angolo destro della bocca.<br />
E con la carne solo toscani. Ah, quello pugliese con le verdure ben condite e cotte. Ma già scadiamo nel cherosene.<br />
Guardi, mi dice. Guardi. Cosa dovrei vedere? Cerco di far mente locale tra il stamattina, che mi son svegliato acciaccato, e il adesso, qui, in questa saletta, vestiti di tutto punto, a degustare olio e vino e, se saremo abbastanza in gamba a far roteare il calice iso, figa. Sto bene, che iddìo me la mandi bene, non ricordo cosa io abbia fatto nel mentre, ma so che è solo un dettaglio.</p>
<p>Da quanto non ci vedevamo, carissimo.<br />
È una domanda, vorrei chiedere al proprietario dell&#8217;enoteca. Il mio nome era nella mailing list e non hai badato a stralciarlo, vorrei metterlo in imbarazzo. Guardo gli scaffali e le etichette impolverate ad arte, pochi mesi fa ne feci cadere qualcuna. Un po&#8217;. Un tot. Abbastanza da non farmi invitare più a nessun incontro sull&#8217;Importanza Della Croatina Per Contrastare Il Sapore Di Tetrapack.<br />
Abbi iddìo pietà di lui e mandagliela buona, ché la sua azione samaritana l&#8217;ha fatta per quest&#8217;anno e s&#8217;è meritato una menzione speciale alla novena. Il merito di reintrodurmi nella società del taste vin, l&#8217;orgoglio di aver preso il bue grasso. Mi parla di questo e quell&#8217;altro, sperando in un mio cenno d&#8217;assenso, una benedizione.</p>
<p>Mal di testa.<br />
Non ho bevuto. Ma ho l&#8217;odore dei bicchieri sciacquati coll&#8217;aceto addosso.<br />
Annuso il cuscino come un cane da cerca.<br />
Forse l&#8217;ho trovato, eccolo, arriva da qui, da questo fiore verde stampato su fasciami color menta chiara, ci punto contro il naso, mi sollevo di scatto, lo fisso nel buio, il mal di testa si allarga, eccoti, ti ho trovato, è l&#8217;odore, immagino che durante la mia assenza siano entrati in casa mia, nella mia stanza, nel mio letto, ci siano proprio entrati, e ridacchiando sadici abbiano lasciato cascare essenze terpeniche, gocce d&#8217;estere, polifenoli per colorare di rosso come un piccolo taglio da barba la mattina.</p>
<p>La barba.<br />
Devo farmi la barba. Ora.<br />
Vado in bagno con il cuscino sotto al braccio, scalzo, con la mutanda che mi pende sul fianco, arrotolata dall&#8217;alzarmi in fretta, che iddio abbia pietà di me, ora comprendo tutto, c&#8217;era un disegno, tutti questi odori, e colori, e sapori, null&#8217;altro che un disegno invisibile per ridurmi all&#8217;oblio, ogni degustazione era un piano per farmi scomparire, per farmi dimenticare, per vivere buchi di tempo, in realtà io sono morto da moltissimo, che iddio mi abbia in gloria, li sento bisbigliare che sono pazzo, che la ricerca del vino perfetto mi ha reso solo un ubriacone col delirium tremens e un fegato che si sfarina spugnoso, ma vi sbagliate, iddìo abbia comprensione di voi, non sono io, sono loro, non sono io, sono loro che mi facevano bere, son trent&#8217;anni che faccio questo mestiere, e assaggia di qui, e assaggia di là, sono loro, sono loro che, io non volevo, a me piace l&#8217;acqua, mi piace l&#8217;acqua e menta ma anche tu, iddiò non mi vieni incontro, coi tuoi pesci e il tuo vino, vorrei fosse venuto a te tutto questo, ti auguro iddìo mentre rovisto nell&#8217;armadietto affianco lo specchio sporco di gocce, te lo auguro davvero, tre messe al giorno e la cirrosi non te la leva nessuno, e rovisto e rovisto stringo il cuscino e lo trovo, lo sciroppo, lo sciroppo per l&#8217;influenza, che sa di menta, lo tracanno e scompare l&#8217;aceto, scompare mia nonna e il suo malocchio, scompare il padrone dell&#8217;enoteca in attesa che io crolli a terra annusando una grappa di moscato da dodici euro dentro una bottiglia a mappamondo, scompare tutto, resta solo la menta, resta solo il cuscino.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 476px"><a href="http://www.rael-is-real.org/images/musicians/teardrop-butt.mp3" ><img title="c'est la cristallisation mon amour  - nrs on polanoid.net" src="http://www.polanoid.net/pix/9014/POLA_9014_12228868331_l.jpg" alt="shot by nrs" width="466" height="559" /></a><p class="wp-caption-text">shot by nrs on www.polanoid.net</p></div>
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		<title>mad sky</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Mar 2009 12:37:03 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ahbehallora]]></category>

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		<description><![CDATA[
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rael-is-real.org/images/musicians/rice.mp3" title="clicca per la musica"><img class="alignnone" title="you are what you have" src="http://7.media.tumblr.com/GidOkWxXtlhh1l89AqJi3MXvo1_500.gif" alt="" width="498" height="574" /></a></p>
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		<title>Panaceas</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2009 21:32:57 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[amoressia]]></category>

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		<description><![CDATA[Che cosa mi manca?
O meglio, che cosa non ho?
Ho la tv via satellite, il telecomando è sempre puntato sui sette canali canonici. Mi piace il cinque. Mi concilia il sonno.
Mi piace dormire. Ho una splendida camera da letto in barocco piemontese con spesse mani di cera tirata male. In colorificio vendevo delle splendide cere inglesi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che cosa mi manca?<br />
O meglio, che cosa non ho?<br />
Ho la tv via satellite, il telecomando è sempre puntato sui sette canali canonici. Mi piace il cinque. Mi concilia il sonno.<br />
Mi piace dormire. Ho una splendida camera da letto in barocco piemontese con spesse mani di cera tirata male. In colorificio vendevo delle splendide cere inglesi in scatole di metalli serigrafate in vittoriano. Le comperai.<br />
Posso comperare cosa voglio, quando voglio, dove voglio. Sempreché prendano la carta di credito. Non dappertutto la accettano. Se non hanno la macchinetta, non possono. Allora tiro fuori i soldi di carta, conto le monete, scelgo rapido qualcosa che mi dia la soddisfazione di avere il resto.<br />
Dal panettiere mi piace prendere le pizzette. E la farina speciale. Poi, a casa, la metto in barattoli di vetro smeriglio, con il coperchio che s&#8217;avvita. Passa il tempo, nascono le camole.<br />
Io non so perché sia un uomo solo. Così solo. Vorrei avere una malattia di quelle romantiche. Così avrei una scusa decente per il male che ho dentro.<br />
Il male che ho è una cosa che parte da dietro la gola. Dentro, ma dietro. Prende la cervicale, mi inchioda le orecchie. Poi va nel naso. Dal naso scende giù, separa con precisione la scatola toracica. Tot costole di qui, una di meno di lì.<br />
Mi piacerebbe avere una persona affianco, la sera. Farci le foto. Ridere guardando un film in tv. O un comico. Ho scoperto che su uno dei canali oltre i sette c&#8217;è gente che fa ridere.<br />
Allora, mi son detto: prova a contare. Uno Due Tre Quattrocinquesei Sette<br />
Sette.</p>
<p>Niente, non mi riesce di andar oltre. Mi mancano tre dita. Il dolore salta improvviso sul braccio, corre alle unghie che mi mancano, cade, s&#8217;aggrappa alla camicia, risale su un fianco, torna sullo sterno.</p>
<p>Un animo romantico, oppure una donna con un sorriso letterario, penserebbe che il dolore si fermi lì, perché è lì che abbiamo il cuore, a destra o sinistra decisamente non ricordo.<br />
Forse è per questo che sono senza una compagna, perché a me il dolore scende, mi sconquassa il piloro, mi sega lo stomaco, mi fa a fettine il pancreas.<br />
A questo punto l&#8217;infermiera che tutti noi maschi sogniamo di avere al nostro capezzale almeno una volta nella vita arriva, il camice corto stretto sulle spalle e le scarpe bianche col tacco invece che zoccoli sanitari.</p>
<p>Sente male qui?</p>
<p>No.</p>
<p>E qui?</p>
<p>No.</p>
<p>Lei sta bene, non ha niente.</p>
<p>E l&#8217;infermiera se ne va, sculetta come nei peggiori porno, esistono dei porno migliori o peggiori? E rispetto a cosa? Lei se ne va, io non ho risposte, e il dolore scende, adesso lo sento, oh, arriva, so già come farà, so già cosa sentirò, la strizzata di coglioni</p>
<p>-</p>
<p>Hai presente quando ti manca il fiato, hai presente quando l&#8217;udito si ovatta, hai presente quando sudi e ti senti in bocca il sapore della cena della sera prima?</p>
<p>No?</p>
<p>Per forza, sei una donna.</p>
<p><a href="http://www.rael-is-real.org/images/musicians/emedios.mp3" class="liinternal">g.f. remedios</a></p>
<p><img class="alignnone" title="shot form polanoid.net" src="http://www.polanoid.net/pix/9068/POLA_9068_12361456363_l.jpg" alt="" width="466" height="564" /></p>
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		<title>segreti regretti negletti</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Dec 2008 22:10:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Comunque io smetto di mangiare.
Ho letto un libro, ieri, dove lei è maaaaaaa-a-a-gra magra magra. Oh, che voglia di non mangiare più, mi son detta. Che voglia, di nuovo.
Di nuovo.
Non crediate di essere delle persone normali, voi. Abbiamo tutti i nostri piccoli segreti, così segreti che ce li coccoliamo, ce li curiamo, ce li lucidiamo. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Comunque io smetto di mangiare.<br />
Ho letto un libro, ieri, dove lei è maaaaaaa-a-a-gra magra magra. Oh, che voglia di non mangiare più, mi son detta. Che voglia, di nuovo.<br />
Di nuovo.</p>
<p>Non crediate di essere delle persone normali, voi. Abbiamo tutti i nostri piccoli segreti, così segreti che ce li coccoliamo, ce li curiamo, ce li lucidiamo. Il nostro piccolo trofeo, nostro, solo nostro. Se lo condividiamo è solo perché stiamo giocandoci l&#8217;arma finale per salire sul podio, sul cubo quello con l&#8217;1 scritto bello grosso. Magari con le amiche. Siamo in classe, è l&#8217;intervallo, quei venti minuti giusti per rimettere in pari le ore da cinquanta che sbiellano alla fin fine il ciclo vitale della mattinata. La profe di mate sta arrivando, cammina trascinando le scarpe marroni con la suola alta, Daniela tiene banco raccontando che ha mulinato la lingua con Filippo e che schifo, e che bleah, ma intanto tutte hanno le mutandine un poco bagnate, chi di invidia, chi di interesse. La profe di tecnica passa davanti la porta e si sistema la sciarpa attorno al collo, un lembo sfoglia il plico di fotocopie che la profe stringe al petto, e tu sei lì combattuta dall&#8217;andare in bagno, ma se vai in bagno ti perdi Daniela che si arrampica sul podio con l&#8217;1 e stringi tra le mani il sachetto di patatine con la sorpresa nella bustina di plastica unta.<br />
Ed è lì che il tuo segreto segretissimo verrà scaricato, mantenendogli lo status di inviolabilità ma dandogli l&#8217;eroicità del sacrificio. Il tuo segreto per la gloria. Io vomito dopo aver mangiato. Daniela scivola giù con le unghie che si rompono lungo il legno del podio.</p>
<p>Quando diventi grande, magari incontri altre persone. Persone ricche, che vanno a comperare magliette firmate Coveri a collo alto e non ne prendono una, ne prendono tre o quattro, uguale modello, diversi colori. Jeans Armani, scarponcini Timberland, Poison dietro le orecchie. Non hai la possibilità di invidiare, perché ti prestano il jeans firmato e la felpa quella giusta per andare a scuola. Ti prestano la possibilità di andare oltre. Ti prestano la pillolina.<br />
La pillolina è, come dice il nome, piccola. Colorata di prugna scura, con riflessi brunastri, in una scatola verde, ti fa andare oltre quel che già facevi e di più non potevi. Se non hai più da far uscire sopra, ora farai uscire sotto. E lo fai, oh se lo fai. Sopra. Sotto. Sopra. Sotto. Acqua calda da bere, acqua calda da espellere. Guarda, il dito ora passa. Guarda, ora è tutto incavato. Non conti le calorie, non ti fai problemi: tanto poi lo sputi, o sopra, o sotto. O sopra. Oppure sotto.</p>
<p>Ne esci. Certo. Esci da tutto. Ti tieni il tuo segreto per snocciolarlo un bel giorno alla persona giusta. Quella su cui far colpo. Ti parla di teatro No e tu spiattelli. Ti mostra il libro fuori commercio rilegato a mano trovato in una bancarella e tu confidi. Ti sorride e tu parli.</p>
<p>I segreti son fatti per esser detti. Quello che teniamo davvero nascosto son le bugie, quelle non le diremmo mai, neppure sotto tortura, neanche se ci ritrovassimo tra le mani l&#8217;essenza più preziosa di tutta la nostra vita. I segreti son così belli, così magri, ma-a-a-gri, da domani smetto di mangiare, ma-a-a-gra.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 476px"><a href="http://www.rael-is-real.org/images/musicians/me.mp3" ><img alt="SHOT by diobox img @ http://www.polanoid.net/" src="http://www.polanoid.net/pix/13102/POLA_13102_12304994816_l.jpg" title="click per la musica" width="466" height="552" /></a><p class="wp-caption-text">SHOT by diobox img @ http://www.polanoid.net/</p></div>
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		<title>Il ballo delle debuttanti</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Dec 2008 17:52:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Vedi, io volevo solo ringraziarti. Volevo solo dirti grazie per quello che fai pensando a me.
Niente.
Il niente, come lo zero e il nulla e il mai, a errata ragione vengono considerati elementi vuoti di un insieme assemblato con una pazienza certosina e infinita agganciata al sapore di qualcosa che abbiamo mangiato e ci ha riempito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vedi, io volevo solo ringraziarti. Volevo solo dirti grazie per quello che fai pensando a me.<br />
Niente.<br />
Il niente, come lo zero e il nulla e il mai, a errata ragione vengono considerati elementi vuoti di un insieme assemblato con una pazienza certosina e infinita agganciata al sapore di qualcosa che abbiamo mangiato e ci ha riempito il palato.<br />
Tipo i cachi. I cachi non del tutto maturi. Con quei pezzi scivolosi e consistenti che si presentano all&#8217;improvviso come gommapane.<br />
Prendiamo la parola Mai. È come la parete di quel famoso museo, non ricordo se a New York o Barcellona, comunque hai capito. Tondo con due confini ai lati. Anche il Nulla ha una sua rotondità, certo non come lo Zero, facciamo che Nulla è il quadrato, Zero il cerchio. Si incastrano. Semplice.</p>
<p>Adesso ridacchi, ti vedo, sei girata ma sfortunatamente rientri in una piccola porzione di specchio che mi riflette leggermente sfocato il tuo sorriso sardonico.</p>
<p>Sardonico è un aggettivo salato. Sfocato è un aggettivo nebbioso. Sfortunatamente sa di tela batista e filo bianco da imbastitura.</p>
<p>E se io mi stufassi di intravederti ridacchiare? Cerca di capire: ho anche una mia vita. Ho diritto anche io a essere triste, ad aver voglia di scomparire, a desiderare di volare come una mosca lontano da piretro e girasoli finti vischiosi attaccati ai vetri delle finestre.</p>
<p>I girasoli son fatti di formaggio, le finestre sibilano ghigliottine, i vetri son sabbiosi.</p>
<p>Ci siamo conosciuti diciotto anni fa, a una festa a cui non volevo partecipare. Viste le conseguenze, non son più andato a una festa in vita mia. Faccio poche promesse e le mantengo. Son diciott&#8217;anni che aspetto i tuoi comodi. Ritardataria, disordinata, strafalciona, noiosa, boriosa, egocentrica e poco accomodante. Cosa ci manca per completare un tuo quadro da appendere alla parete e ammirarti?</p>
<p>Sola.</p>
<p>Ti lascio ai tuoi preparativi e scrivo altre parole e cosa provo al pronunciarle.</p>
<p>Mesmerizzazione, ventaglio, panacea, schiribizzo, noccioline, taumaturgico, segnalibro, dottorato. Ho di che passare la serata, con questo gioco che mi fa sentire vivo.</p>
<p>E solo.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 560px"><a href="http://www.rael-is-real.org/images/musicians/bullets.mp3" ><img alt="img @ http://tsutpen.blogspot.com/" src="http://img.photobucket.com/albums/v280/tomasutpen/album6/bfibiggerthanlifePDVD_016.jpg" title="clicca per la musica, Tunng - Bullets" width="550" height="230" /></a><p class="wp-caption-text">img @ http://tsutpen.blogspot.com/</p></div>
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		<title>Formaggini</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Nov 2008 15:50:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[...]]></category>

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		<description><![CDATA[manlio3 ai disegni
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignnone" style="width: 610px"><a href="http://www.rael-is-real.org/graphic/formaggini.jpg" ><img alt="Disegni di Manlio3 su workgroup con Rael" src="http://www.rael-is-real.org/graphic/formagginibanner300dp1.jpg" title="Clicca per scartare Formaggini" width="600" height="160" /></a><p class="wp-caption-text">Disegni di Manlio3 su workgroup con Rael</p></div>
<p><a href="http://manlio3.blogspot.com" class="liexternal"><strong>manlio3</strong></a> ai disegni</p>
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		<title>Le sigarette bruciano lentamente, stasera</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Oct 2008 16:20:36 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[amoressia]]></category>

		<category><![CDATA[coltrane]]></category>

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		<description><![CDATA[Glielo dico di continuo. Svuota i posacenere. Svu-o-ta quei dan-na-ti posacenere.
Perché lei fuma, fuma un casino e non so se le piaccia la montagnola di mozziconi che si solleva giorno dopo giorno, o ci è affezionata, insomma, c&#8217;è questo posacenere in casa, l&#8217;unico, tra l&#8217;altro, lei lo riempie e non lo svuota. E mi guarda. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Glielo dico di continuo. Svuota i posacenere. Svu-o-ta quei dan-na-ti posacenere.<br />
Perché lei fuma, fuma un casino e non so se le piaccia la montagnola di mozziconi che si solleva giorno dopo giorno, o ci è affezionata, insomma, c&#8217;è questo posacenere in casa, l&#8217;unico, tra l&#8217;altro, lei lo riempie e non lo svuota. E mi guarda. Svuotalo tu. No, io non lo svuoto, perché io non fumo. È come se le dicessi: sistema il lavandino dopo che mi son fatto la barba. Che diamine: un po&#8217; non ci fai caso, ma poi ti scocci. Lei fuma. E riempie il posacenere. E non lo svuota. E la casa poi puzza. Io mi incazzo. Io non devo incazzarmi, ho la pressione alta, poi, mi inalbero, mi arrabbio, ho la pressione alta.<br />
Claudia arriva ieri sera con un posacenere nuovo. Dice che le han fatto un regalino in ufficio. Ma ieri non era Santa Claudia, esiste Santa Claudia, poi? Al suo compleanno mancano tre mesi, circa, mi sembra, non son tanto sicuro di quando è, comunque non ieri, non oggi e non in questi giorni. Quindi se l&#8217;è comperato da sola. Io non riesco neanche a immaginare la tristezza di entrare in un negozio di casalinghi e prendere un posacenere. Di cristallo. Pure brutto, con tutte le sfaccettature, tondo.<br />
S&#8217;è seduta sul divano, tutta contenta, quello vecchio sul tavolino, quello nuovo sulle ginocchia, le sigarette e lo zippo. Che anche lo zippo, non mi risulta glielo abbiano regalato le sue colleghe. Ma una va in una tabaccheria e si compra un accendino? Comunque è contenta, vedo. Ha tutta un&#8217;agitazione, accarezza il posacenere nuovo e guarda quello vecchio, le dita vanno allo zippo, prende il pacchetto, sfila una sigaretta, la porta alle labbra, la bacia, ecco, ci fa l&#8217;amore con quella sigaretta, non smette di accarezzare i posacenere, come se fossero dei corpi, come se fosse il suo amante.</p>
<p>Dall&#8217;avvocato ho provato a dirle qualcosa. Ma mi ha preso il nervoso. La pressione è salita. Le ho solo chiesto perché non svuotasse mai dai mozziconi, che sapeva quanto io odiassi l&#8217;odore di fumo e vedere quelle cicche schifose ammucchiate. Mi ha guardato strana, triste. Mi ha risposto, boh, che non ho capito subito. Non svuotavo non per farti un dispetto. Ma per fare piacere a me. Che vuol dire, ho ribattuto.</p>
<p>Stasera, da solo, sul divano, accarezzo il primo libro che lei mi regalò quindici anni fa, quando ci conoscemmo.</p>
<p><a href="http://www.rael-is-real.org/images/musicians/lamia.mp3" ><img alt="" src="http://www.polanoid.net/pix/5978/POLA_5978_12223609113_l.jpg" title="smoking winston cigarettes" class="alignnone" width="466" height="295" /></a></p>
<p>SHOT by <a href="http://www.polanoid.net/" class="liexternal">myrussiantoy</a></p>
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