Rael is Mozo » affabulazione

16 Febbraio 2010

Archiviato in: affabulazione — rael @ 17:16

“Non creda, signora, che per essere uomo si debba esser anche bambino.”

Ho inaugurato il lunedì con questa frase, il risultato della mia nuova mania, aver una frase concia e importante da ripetermi a lungo. Magari mettendomi ritto, il peso sulle punte, la pancia un po’ sporgente. Da dire con tronfia superiorità alla vecchia davanti a me, sul marciapiede, che non mi lascia svicolare e camminare libero di contare i blocchetti di klinker.

Al martedì ho parcheggiato ripetendo al cruscotto della mia auto che “Non s’abbia diritto del dolore né inflitto né infitto” e la mia mano sul pomolo del cambio s’è rincagnata con inglese aplòmb.

Al mercoledì Claudia mi ha mandato affanculo che le pareva di stare con il giardiniere di Sherlock Holmes.

Che vita dura, che vita grama, neanche la libertà di poggiarmi i palmi sulle reni e sospirare con una stanchezza che raramente ho provato così forte.

Io vorrei avere di nuovo diciassette anni.
A Settembre ero in corso Venezia e stavo per girare in via Valprato, dirigendomi al lavoro. Erano le mie prime ferie, era da Febbraio che stavo in quella fabbrica di vernici, imparavo un mestiere, certo, e anche quali tram prendere per la visita medica del lavoro minorile.
Appena girato l’angolo a curva, con di fronte l’inizio dei Docks e le ferrovie che correvano velocissime tra le sterpaglie, ho sentito il riposo.
Era una semplice mattina, il dodici mi aveva abbandonato come sempre davanti a Susa, ai piedi del tabarin dove Buscaglione si divertiva, la salita che segnava i davanzali delle vetrate della concessionaria Citroën, fino al tabacchino e il pilone malconcio del ponte, coi ferri dipinti di grigio ral 7001. Era una mattina normale, un lunedì, e io sentivo il riposo. Ero riposato.

Non mi sarebbe mai più accaduto, non credo mi accadrà di nuovo.

Per questo motivo m’atteggio a vecchio, a insigne anziano, mi motteggio e mi ripeto, mi piazzo davanti allo specchio e mi dico frasi che sanno di biscotti vecchi.

Perché sono stanco e non ho niente da fare.

30 Luglio 2009

Archiviato in: affabulazione — rael.is.real @ 10:54

Stamattina lavandomi la faccia ho sentito dei rumori metallici venire da fuori della finestra e girandomi verso quei suoni ho spruzzato d’acqua lo specchio tanto m’ha stupito il rumore in sé, ta-tlàk, e mi son detto: devo avvertire subito Claudia, di questo rumore, perché è davvero strano sentire il rumore di un cavalletto da tappezziere che viene aperto da attraverso la persiana chiusa alle sei e ventotto del mattino.

Sono andato in camera da letto e ho dimenticato subito di dirle del rumore del cavalletto perché Claudia era in una posizione che avevo visto ieri pomeriggio in un filmato porno, c’era questa donna con le calze autoreggenti nere col pizzo e un coso addosso che si chiama baby doll, sempre nero e con gli inserti in pizzo, e aveva un tanga senza pizzo ma sempre nero e faceva finta di dormire, e mi son chiesto come faccia una a dormire sul letto con tutta quella roba addosso e per di più delle scarpe nere col tacco molto alto e sottile, credo lo chiamino stiletto, e Claudia era nella stessa posizione di quella donna ma fortunatamente non aveva né addosso tutto quel pizzo nero, gli stiletti e soprattutto quattro energumeni calvi e con gli occhiali da sole addosso.

A quel punto a Claudia avevo un bel po’ di cose da dire, il rumore del cavalletto, gli energumeni, quanto incida sui costi produzione di un film porno l’acquisto di biancheria intima e soprattutto, chi la lava poi? Ci sono delle lavanderie specializzate in roba pornografica, dei cinesi che mettono nelle lavatrici enormi le maschere di latex e fanno attenzione alle palline che sennò incastrano le cinghie di trasmissione del cestello?

Claudia ha mugolato e s’è mossa tutta sensuale, scivolando una gamba sull’altra, la caviglia ad accarezzare il dorso del suo piede. No, cioè, ero preso ancora dalla visione di cinesine che fanno entrare nelle asciugatrici mazzi di frustini piegandoli al massimo della tensione, e allora ho equivocato, perché Claudia in realtà ha piantato un mezzo russamento, s’è girata grattandosi una coscia e ha continuato a dormire.

Allora mi sono ricordato che avevo la faccia ancora gocciolante, non me l’ero asciugata, sono corso in bagno a prendere l’asciugamano e ho sentito di nuovo il rumore. Ta-tlak. Mi sono avvicinato alla persiana, ho pensato che ci fosse un tappezziere lì fuori, che avrebbe tappezzato i muri della piazza, ed era anche una cosa poetica questa, con un suo perché letterario, credo che se io fossi uno scrittore questa cosa la scriverei, tappezzatori di muri, qui una tappezzeria americana con papere e fagiani, qua una francese con rose e arzigogolii, in questa via una di tessuto italiano che ci puoi anche passare su l’aspirapolvere e se hai un gatto ci viene fuori un maglione all’anno con tutti i fili che tirerebbe con le unghie.

Avvicinandomi alla finestra mi sono avvicinato anche alla lettiera del gatto e questa cosa mi ha un po’ scombussolato la voglia di caffè, che al mattino ogni volta fare la pipì annusando la lettiera, involontariamente e obbligato, mi alzo, vado in bagno, mi siedo sul water che però questa cosa io un po’ mi vergogno a dirla ma mia madre mi ha insegnato a sedermi per fare pipì e se sono in autostrada quando vedo quelli che fanno pipì col pisello rivolto ai campi e ai muri dei viadotti io a quelli li invidio abbastanza, non che non sarei capace anche io ma un po’ di sfasamento lo avrei sicuramente, metti che lascio delle goccioline sul guardrail.

La lettiera del gatto è accanto al water e se Claudia non l’ha pulita da poco la mia voglia di fare colazione va a farsi benedire, ma poi penso che ormai fa parte dell’odore di una casa, uno entra in una casa e dice subito: fumano, friggono e hanno un gatto. È bello, così, una casa ha un suo vivere, una sua personalità, si presenta e dice: mi chiamo Via Gela 10, piano terra, suonare Semini; friggiamo le sarde, fumiamo camel blu e abbiamo un gatto, io e la mia signora.

Avvicinandomi alla finestra volevo tornare da Claudia e chiederle quando fosse stata l’ultima volta che aveva pulito la cassettina del gatto ma ho sentito di nuovo: Ta-tlak! e siccome a me piace la tappezzeria ho voluto aprire di botto la persiana così facevo uno scherzo al tappezziere e dirgli: Buongiorno! Mi fa la boiserie con una vinilica verde bosco a riga sfumata alternata, bordatura alta dieci centimetri con ornato gris sur gris e murata a puntinato verde chiaro con cornice in finto gesso polimerato a greca?

Ho spalancato e il Buongiò! mi si è strozzato in gola, perché era uno che approntava il banchetto, al giovedì d’estate fanno il mercato, qua davanti a casa mia, e mi è spiaciuto che non fosse un tappezziere perché se c’è una cosa che odio, io, è il mercato e sono andato a dirlo a Claudia, di ’sta cosa che io odio il mercato ma lei ormai russava alla grande.

7 Ottobre 2008

Archiviato in: affabulazione — rael.is.real @ 20:12

Offerta Incredibile! Manda quattrocento sms a due numeri da te scelti in quarantottore! A me ormai gli sms li manda solo più il mio gestore di telefonia. Offerta Speciale! Telefona per otto giorni al costo di otto minuti! Io telefono anche, per otto giorni, ma a chi. Mia madre è morta, papà s’è trasferito in Argentina, la fidanzata mi ha lasciato, il mio cane non è compreso nel piano tariffario. Non Perdere Questa Occasione! Manda mms, sms, telefona a tutto il mondo e paga tra quattro mesi!
Ma io tra quattro mesi manco so se sarò vivo.
Ora, non vorrei passare per un pessimista incorreggibile. A bene vedere potrei schiattare anche tra cinque minuti, non è che ci debba essere una scadenza, un momento preciso, un istante esatto. Però, ci pensavo stamattina in ufficio, appena preso il mio caffè, alla macchinetta: ho fatto due conti. Ho trentasei anni. La prospettiva di vita per un uomo è fino ai settantacinque. Facciamo settantasei, che con la matematica non vado molto d’accordo. Uno dei due conti è stato sottrarre alla statistica di vita media maschile italiana la mia attuale età. Porcoschifo, mi son detto: devo stare qua ancora quarant’anni. Ennò, cazzo, ancora quaranta anni no. Di questi quaranta ne passerò ancora venticinque trenta legato alla scrivania; dieci a sistemare il garage, la cantina, portare l’auto al lavaggio self service e andare al supermercato all’orario di apertura. Che è il fine ultimo dell’essere un pensione.
Porcocazzoschifo, mi son detto. No, dài. Dàvvero, no. Non ce la posso fare. Ho buttato via il bicchierino di plastica del caffè e mi son messo a lavorare, diligente, serio, compassato.
Poi, ci pensavo dopo un po’, mi son reso conto che alla fin fine io son sempre così: serio, compassato, ligio al dovere. Mi annoio di me stesso. Ho dato uno sguardo ai miei colleghi: ridono, scherzano, si combinano le serate assieme, sparlano, litigano: fanno. A me non provano manco più a coinvolgermi, anzi, mi evitano, mi saltano, mi dimenticano. Si ricordano di me quando sono oberati di lavoro.
E, quasi quasi, forse ho trovato a chi telefonare per otto giorni, otto giorni consecutivi, al costo di otto minuti. So io a chi mandare quattrocento sms, duemila mms e anche una ventina di panini al prosciutto col mio telefonino. Domani mi segno i cellulari dei miei colleghi e vediamo se si dimenticano ancora di me.

SHOT by PEPITE

7 Agosto 2008

Archiviato in: affabulazione — rael.is.real @ 20:44

Quando hai spedito? Ma hai spedito? Sì, no, non ho ancora ricevuto nulla.
Ricordi quando ti dicevo che amo più la busta e il contenuto che il motivo in sé dello spedirmi qualcosa? Facendo, come mio solito, l’imparato, ti dissi: è la mesmerizzazione.
Quella cosa in cui io tocco la busta, impugno la penna per scrivere il mittente e il destinatario, infilo dentro il libro che a sua volta ho preso dallo scaffale in libreria: ho sfogliato veloce, poi sono andato al banco, l’ho poggiato e ho preso i soldi per pagarlo, la banconota da cinque euro sporgendo tra le altre ha sfiorato la copertina. Ho preso la busta e sono tornato a casa, il sacchetto ha toccato le mie gambe, i pantaloni che ho indossato al mattino e coprono la mia pelle, i calzini, le mutande, il lembo della camicia. La camicia l’ho indossata due settimane fa, poi l’ho lavata quando ho avuto abbastanza roba sporca dello stesso colore: la lavatrice porta le mie impronte digitali, sin dal primo giorno che l’ho sballata dal suo involucro, l’ho presa in un centro commerciale, io non mi credevo ma è come per le televisioni, il baricentro del peso è completamente spostato rispetto a quanto si immagini e a trascinarla su per le scale ho bestemmiato e sentito un dolore bruciante tra la schiena e il mio sedere. Sono andato dal dottore che ha mosso la faccia mugugnando e mi ha detto: credo sia ernia, così è iniziato il ciclo di cure, vai da questo, vai da quello, operiamo, non operiamo e io solo mi chiedevo ma potrò sedermi, potrò correre e anche potrò scopare, insomma, io tutte queste cose le chiamavo mesmerizzazione.
Poi un giorno al telefono tu mi hai detto che significa “ipnotizzare”, allora ho azzardato un “transumanza” e ti sei messa ridere ma non ne eri del tutto convinta del mio sbaglio e della tua ragione.
Comunque no, non è arrivato il postino e non son tanto sicuro di volere che arrivi, perché tra le mie mani ci sarà anche la sua storia, quella dell’impiegata delle poste e del suo direttore, di chi ha costruito la macchina per smistare la posta e tutto questo mi arriva a valanga addosso mentre accarezzo la busta e sento la tua mancanza.
Perché in realtà il postino è arrivato ma prima di dirtelo devo controllare sul vocabolario chi di noi due abbia ragione, se sia mesmerizzazione oppure transumanza.

shot by Wellaughard

26 Luglio 2008

Archiviato in: affabulazione — rael.is.real @ 22:18

Faccio la doccia. Non ci metto molto, ma neanche poco tempo.
Elisa è in sala, sul divano, guarda la tv. Io avevo caldo, ero sudato, le ho detto: vado a farmi una doccia. Lei non mi ha risposto, mi ha solo rivolto un’alzata di spalle, poi è tornata a fissare lo schermo, il telecomando in mano.

Lo-li-ta, la lingua batte sul palato, tre volte a stillare un dolore sordo che mi inchioda alla mia mortalità.
Lo-li-ta, qualunque genitore meriterebbe il gulag se mai davvero chiamasse la propria figlia così.
Penso ad altri nomi di donne, di donne di libri, di donne vere che ti facciano impazzire solo a toccare la sovvracopertina, la bandella, un brivido lungo il dorso: non Anna, non Emma, solo lei, Lo-li-ta, rideva stamattina in classe, scherzava chiudendo i libri, parlava della pizza stasera.

Ride con la sua compagna di banco, alla fine della mattinata, tutti sciamano fuori dallo stanzone come insetti impazziti di ascelle sudate e vestiti ridicoli. Fermati un momento, Corombari, e lei mi ha prima odiato perché le avrei fatto perdere tempo, poi ha avuto paura. In fondo son sempre il suo professore d’italiano e questo al ginnasio, dove la mortalità infantile è alta, è di una certa importanza.

Lo-li-ta, con le calzette e le gonnelline e sua madre così dietro a opprimere ogni angolo di visuale, eravamo felici nel momento in cui la mia mano chiudendo la mia vecchia portadocumenti di cuoio ha sfiorato l’aria intorno a lei, lo spostamento ha incontrato la sua gonna, Lo, l’ha sollevata, Li, e s’è incantata a vedere la perfezione della pelle sotto il collant, Ta.

No, volevo dirti. Dica. A proposito di. Sì?

Lo-li-ta, io sono solo un vecchio coglione,  con una moglie che guarda i telefilm polizieschi sulla pay tv, sono un po’ grasso e con la pelle cascante, son ancora piacente, ma il mio target di disponibilità ha un’età se non il triplo la tua è almeno il doppio. E noi non ci innamoreremo mai.

No, volevo dirti, sono contento dei suoi progressi, brava, continua così, puoi andare.

Faccio la doccia, passo le mani sul mio corpo. Pensare che siano le tue dita, al posto delle mie, è un lusso da condividere con il sapone che mi scivola addosso come la tua indifferenza.

Jan Saudek - click for music, clinic, corpus christi

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