Rael is Mozo » …

25 Marzo 2010

Archiviato in: ... — rael @ 10:49

“Non capisco” disse alla fruttivendola, abbassando le spalle. Indicò le peschenoci, perché quelle normali le sembravano troppo acerbe. Nella mano aveva un biglietto da dieci euro, attese il resto e il sacchetto di plastica azzurra.
Non capisco, ormai era la frase che più l’accompagnava durante il giorno, e anche la sera e la notte, da qualche tempo.
Non capisco: sul pullman, dopo la risposta al suo chiedere se la fermata sua fosse la prossima. Non capisco: al mercato, al supermercato, all’ipermercato, al mercatino delle pulci la terza domenica del mese.
Poi, tornava a casa, posava la spesa sul tavolo, si stropicciava gli occhi bruciandoseli dello sporco rimasto sui palmi delle mani dopo una giornata passata a far nulla.

Perché il problema del Non Capisco era secondario, rispetto al Non Ho Niente Da Fare: avendo venduto l’alloggio, su al nord, dopo il divorzio, poteva vivere di rendita e cercarsi un lavoro con tutta calma. Un lavoro che coprisse le spese vive e non le lasciasse le giornate vuote da impegni.

Perché il problema del Ho Un Sacco Di Tempo Libero era principale rispetto al Non Ho niente da Fare e metteva in cantina, decisamente, il Non Capisco. Essendosi trasferita a Palermo così, d’impulso, guardando i muri barocchi e sbreccati delle foto su internet, attirata anche dai bassi prezzi e la fervente attività culturale dell’isola, città per città aveva comperato un bell’alloggio nel centro storico, una macchina di seconda mano ed era arrivata anni prima seguita da un camion contenente vestiti e libri. E aveva scoperto che è semplice ricominciare, se solo se ne ha voglia.

Perché il Se Solo Ne Avessi Voglia era preponderante sull’Ho Un Sacco Di Tempo Libero, rendeva puerile il Non Ho Niente Da Fare e dava diverse sfaccettature al Non Capisco: se solo ne avesse avuto voglia avrebbe compreso e capito meglio le persone che le camminavano attorno durante il giorno, la sera no ché va bene l’avventura ma non andiamo a cercarci grane.

Il Andiamo A Cercarci Grane raggiunse la summa quando, una sera, davanti al telegiornale, cenando sul divano col piatto poggiato su un vassoio tenuto in bilico sulle proprie ginocchia disse tranquilla che lì non ci stava bene, che lì con lui non ci stava bene, e senti, ascolta, siamo ancora giovani, che ne dici? È un po’ come fare un figlio, anzi, persino più impegnativo, perché un figlio lo vedremmo crescere e qua con questo lasciarci e non sapere come sarebbe stato ci faremo i conti.

Farci I Conti, in effetti, era il rendiconto della giornata, dopo che l’Andiamo A Cercarci Grane s’era affievolito nella lamentela del Non Ho Niente Da Fare in mezzo al vuoto dell’Ho Un Sacco Di Tempo Libero speso a dire Non Capisco. Fare i conti con linguaggi e usi diversi, stupirsi che allo stesso orario di su al nord ci fosse il telegiornale, chiamare la brioche con altri nomi e cucinare con condimenti diversi i cui odori sentiva salire dalle finestre aperte sul cortile del palazzo dove abitava, fare i conti con l’aver chiuso un capitolo della sua vita, fare i conti con tutto.

Fare I Conti con la pezza di conto della fruttivendola le fece vedere che era stata gentile, le aveva scritto: “signo’, s’un sa fira a parrari, mi facissi taliare chì rita”.

Sorrise, in milanese.

img @ www.ilsoleazzurro.com

img @ www.ilsoleazzurro.com

19 Marzo 2010

Archiviato in: ... — rael @ 10:09

Mia figlia ha distrutto tutto.
Per cosa, poi.
Io sapevo che non doveva nuotare, ma lei testona. Glielo dicevo e lei ci provava. Testona.
Non so perché fosse così. Testona. E adesso? Sono vecchia. E mia figlia non c’è più. E io che faccio? Ho la mia pensione. Sto qui. Aspetto. Non doveva nuotare. Glielo avevo detto. Ma lei, testona. Mi dica lei. Cosa devo fare. Aspetto. Glielo avevo detto. Testona.

Non me ne parli! Per carità! Che tragedia. Che bella famiglia che era. Stavano alla villa a mare, giù, al faro. Che belli, madonnnina mia, che belli. Guardi, mi creda, che belli. Felici, ricchi, che belli. Stavano alla villa a mare. Al faro. E poi quel giorno lei prende e va. A nuotare. Non lo sapeva nessuno che non sapesse nuotare. Abitano a villa a mare, al faro, e non sai nuotare. Ma vai ad abitare in montagna, dico io. Che belli che erano. E quei bambini. Picciriddi. Anche loro. Ma se vuoi imparare a nuotare vai da sola. Cosa ti porti i bambini. Non mi ci faccia pensare. Povero uomo. Ah, ma adesso si è fatto una vita nuova. Sta con una che conosceva da prima. Secondo me c’è qualcosa sotto, è per questo che è andata a nuotare. Però poteva andare da sola, che ti porti i picciriddi. Vai da sola. Vai in montagna, se non sai nuotare.

Avevo una ragazza. Una compagna. Una moglie.
Dico: avevo, perché è morta qualche anno fa.
Riesco a parlarne liberamente solo oggi, che l’inchiesta è stata chiusa e, camminando per strada, lo sguardo della gente non è più di sospetto ma solo più di compassione. Anzi, il cambio generazionale, nuove persone al posto di chi c’era, ai tempi, ha trasformato gli sguardi in indifferenza.In ignoranza.
E. era mia moglie. E non sapeva nuotare. Avevamo due bambini. Stavano iniziando a leggere e scrivere e disegnare e la mia meraviglia, tornando a casa dal lavoro, era vedere questo quadretto famigliare e stupirmene felice. Ma lei non sapeva nuotare. Neanche i piccoli. Mi ero promesso di insegnare loro a farlo. Ho rimandato, per mancanza di tempo, per orgoglio: ero convinto che la mia metà del cielo dovesse essere perfetta, non ammettevo, in cuor mio, che ci fosse una mancanza. Mi dava fastidio. In realtà pensavo che fosse capace di nuotare. Lo davo per scontato. Anche i bambini. Fanno vedere quei documentari, dove quei pesciolini d’uomo guizzano felici. Hanno sguazzato per nove mesi, come fanno a dimenticarlo?
E invece.
Quando ho scoperto che non sapeva nuotare mi sono infuriato. Mi sono sentito preso in giro. Tutto costruito su una bugia. Se mi menti su una cosa così importante, chissà cosa mi nascondi. Il dubbio si è insinuato. Ho distrutto tutto di loro, di lei. Basta. Via. Cancellato. Mi ha preso in giro, credevo sapesse nuotare.
E invece.
Riesco a parlarne solo oggi, dopo che con P. ho costruito una mia nuova dimensione. L’ho fatto a prezzo di chiudere e dimenticare una parte della mia vita. P. non sa cosa ho provato. Pensa, forse giustamente, che io abbia sofferto, sì. Che sia una cosa da cui si guarisce lentamente. Ma si è sempre messa su un piano tale per cui lei è più importante dei miei ricordi. Lei è la mia medicina, pensa. Tutto è il mio palliativo, penso.

La paziente E.D., coniugata S., presentava grave patologia da ricordo. Costretta in età preadolescenziale a nuotare da un compagno di scuola di poco maggiore d’età, si è ritrovata a condurre il nuoto, l’acqua, sempre a quel negativo ricordo. L’equilibrio mentale della paziente E.D., nonostante i suoi sforzi per rinnegare i precedenti, è semre stato inficiato dal ricordo sotterraneo della violenza subita, al punto tale di cercare inconsciamente di riprodurre la stessa situazione per combatterla e uscirne vittoriosa. Episodi saltuari o continuativi di serenità e felicità della paziente erano sempre minati dalla necessità di dimostrare quanto essa fosse forte e combattiva, al punto di riproporre l’episodio incriminato a scapito dell’equilibrio proprio e di chi le era accanto. Possiamo definire il tutto una ricerca del cattivo e la lotta contro egli. È mia ferma convinzione che mai questa lotta possa essere pari senza l’apporto e il supporto e l’empatia di chi è accanto a queste persone affette da questa sindrome.

Le posso dire che all’epoca dei fatti i sospetti si indirizzarono sul marito. Il mio istinto diceva così. Sono troppi anni che faccio questo mestiere e voglio sempre sentire le due campane. Anzi, le quattro campane. Le parlo al di fuori di verbali, ma non posso mettere da parte la divisa che indosso. Semper fidelis. La signora D. coniugata S., si sarebbe scoperto poi, durante gli interrogatori, non sapeva nuotare. E il coniuge, il signor S., ne faceva questione di puntiglio. Abbiamo rintracciato anche un compagno di scuola della signora D. in S., tal E. F., che all’epoca degli studi medi inferiori costrinse la signora E. D. in S. a nuotare. Con la mia esperienza posso dirle che nella mente di E. D. il tutto aveva il sapore della goliardia. Aveva scommesso con compagni di scuola che avrebbe fatto nuotare E. D., all’epoca ovviamente non coniugata S. e la portò alla piscina comunale del quartiere. La blandì, all’inizio, dicendole che sarebbe stata una cosa piacevole. E. D. non sapeva di cosa parlasse, non aveva mai provato prima. Quando si immerse si spaventò al punto di ribellarsi e a quel punto E. F. la costrinse con violenza a immergersi. Una volta fatto ciò, la lasciò a galleggiare. Non c’era nessuno, nessuno prestò aiuto. Ed E.D. non chiese aiuto, educata a combattere da sola. Ecco, mi creda, le parlo al di fuori da questa divisa: vorrei poter arrestare tal E. F. e fargli pagare tutto. Ma non posso. Hanno approvato da poco un decreto legge che estende la prescrizione a questo tipo di reati.

Mi aveva chiesto aiuto. Era in spiaggia, mi ha telefonato. Aiuto, mi dice. Io le rispondo che deve essere forte e che non deve fare una cosa che non le va. Che non deve dimostrare nulla a nessuno. Che lei è forte. Che è una bella persona. Che non si merita tutto questo. Le ho detto: vai via da quella spiaggia, torna a casa, fatti una maschera di bellezza. Curati, amati. Non è necessario lottare così. Se tuo marito non si accorge perché lo fai, lascia stare. Evita. Ma lei, niente. Sapevo che ci avrebbe provato. Poi, le cose di tutti i giorni, insomma, chi non ha un’amica in crisi che ti tempesta di richieste, ti chiede opinioni, consigli? Un po’ le stai dietro, tiri fuori tutto, ma alla fine ci hai la tua vita. Hai da preparare il pranzo, sistemare casa. E poi io le dicevo, guarda che c’è qualcosa sotto. Amati così ti preservi. Ma lei niente. Ho messo giù il telefono, che mi bruciava l’arrosto.

Sì, son stato due anni con E., prima che conoscesse suo marito. Minchia, glielo ho presentato io! Ero pure un po’ geloso, ma io sono per l’amore totale tra tutti, e mi sono accorto subito che scambiavo possesso per amore. Era troppo felice e mi son fatto da parte. Amici no, non siamo rimasti, un po’ di sofferenza c’era sempre, e allora ho tagliato i ponti. Minchia, glielo ho presentato io! E con ’sta storia del nuotare. Che palle che era. Ma se non sai nuotare, chissenefrega. È un tuo difetto, okay, chi non li ha? Guardi, io non riesco a smettere di mangiare patatine fritte. Un sacchetto a sera, mi faccio. E allora? Mi ami, prendi in blocco tutto, anche le patatine che mi sparo la sera davanti alla tv. E che sarà mai. Non sai nuotare e non lo fai perché mi ami. Ma che stronzata, le ho detto. Se non sai nuotare non nuoti. E che, siamo sul pianeta perfection? Madonna mia. Un po’ di amore, dico io. Un po’ di pazienza. Se mi ami accetti le mie patatine e io pian piano smetto di mangiarle, che so quanto ti dia fastidio. E che sarà mai. In amore si fan passi da tutte le direzioni, mica solo da uno. Solo che suo marito, e glielo ho presentato io! Solo che suo marito, dicevo, gli stava sulle palle che lei non sapesse nuotare. Anzi, manco lo sapeva, credeva che lei sapesse. E lei si vergognava di ’sta cosa, lo so, la conosco. Senta, può scrivere che ho un vernissage la prossima settimana? Ho fatto anche un quadro, una marina, ci sono tre paia di sandaletti sulla spiaggia, abbandonati affianco a una borsa a tracolla. È molto bello. L’ho dipinto pensando a E. Riesco a venderlo bene, mi sa.

Eravamo amici da oltre vent’anni. Ci sentivamo quasi tutte le mattine, per un buongiorno. Niente di sessuale o di amoroso, per carità: entrambi con la propria vita, ma con questo appuntamento. Sa che è vero che si può essere amici, tra uomini e donne? Mi creda: io ed E. ne eravamo la prova.
Era così felice. Mai vista così serena. Sapevo che non nuotava, non ne avevamo mai parlato apertamente, ma lo sapevo. Abbiamo questa mentalità, qui: rispettare cosa non ti dicono, aspettare cosa non ti dicono. Non inficia minimamente la nostra visuale d’insieme. Non sai nuotare? Pazienza. Vent’anni di amicizia. Mi avesse chiesto consiglio, prima di fare. Ma lei era così, rischiava di suo. Il problema, secondo me, è la persona per cui rischi. Se è davvero la tua metà, e non solo una tua convinzione, allora rischi. Lo fai. Ma se c’è invece qualcosa di strano, di sotterraneo, se la tua metà in realtà è la metà di se stesso o di altre persone, allora no. Lascia perdere. Sii scaltra. Sii evasiva. Lascia perdere. Impara a gestire le situazioni. Non fare. Porcamadon, mi scusi, maledizione, non farlo, non farlo, e invece no, lei no, lo ha fatto, lo ha fatto, e quel coglione si è arrabbiato, perché lei è andata a nuotare, ma chi si crede di essere? Ma come si permette? Fa l’offeso perché è andata a nuotare e senza chiedergli il permesso! Mavaffanculo, mi scusi, mavaffanculo, brutto bastardo, ti ha chiesto aiuto, si è aperta, si è fidata, e tu l’hai lasciata affogare. Bastardo. Se lo prendo lo ammazzo, le giuro. Lo ammazzo.

Si sta bene qui, sai? È tutto blu. C’è silenzio. Silenzio liquido. Sembra, non so, sembra. Ma sto bene, giuro! Sto bene! Ci ho i miei giochi: il maialino di gomma, l’ippopotamino, si è un po’ bagnato l’orsetto, ma poi tu lo asciughi quando torniamo a casa. Ah, guarda! Ho imparato a nuotare! Sono bravissimo! Però adesso vado, vado a chiamare mamma e mia sorella, che ho visto ci sono i delfini. Andiamo fino da loro e poi torniamo a casa.

18 Febbraio 2010

Archiviato in: ante litteram — rael @ 18:34

La parola vergogna credo abbia origine in una nuvola fatta a forma di cavolfiore.
Il cavolfiore sopra è bello a vedersi, con una sua sofficità a esplodere in allegria e risate.
Ma sotto, sotto l’eleganza delle foglie verdi che racchiudono lo spumone, è duro e a contatto con la terra. Contadino.
E se ci premi le dita, sui tocchi del sopra, questi si sgretolano come polistirolo umido.

La parola vergogna viene usata e abusata in contesti che poco han a fare con la vergogna stessa.
Il politico tal dei tali dovrebbe vergognarsi; quella donnaccia è senza vergogna; questo bambino chiede senza vergogna. Nella quasi totalità degli intenti, la vergogna viene affibbiata come aggettivo di comportamenti umani. Magari poco sociali, ma umani.
Rubare. Erotizzare. Mentire.

Vergogna è un modo di vivere che impariamo a padroneggiare e associamo alle guance arrossate, al senso di vertigine, al sudore improvviso quando ci dimentichiamo di vergognarsi.

Mi vergogno di ruttare in pubblico; mi vergogno di farmi fare un pompino al cinema; mi vergogno di far rumore quando defeco. Questi gli esempi più tout court a cui pensare.

Ma: se mangio il riflusso e i movimenti del mio apparato digerente mi faranno piantare un abracadabra nel bel mezzo del pranzo di compleanno di mia suocera.  Se è buio, nella sala, e ho voglia di provare un cliché pornografico, afferro speranzoso per i capelli mia moglie. Se vado in bagno dieci a uno che scoreggio. Come le mucche. Né più, né meno. L’unica cosa che mi differenzia dalle mucche è che loro al cinema non ci vanno.

Vergogna. Si vergogni. Che vergogna.
Di cosa, benedetto iddìo? Sono carne e aria e liquido. L’unica cosa di cui provo vergogna son le parole. I gesti inconsulti verbali con cui faccio del male. E più questi son involontari, son incidenti di percorso nel conoscere chi mi sta davanti, più mi vergogno.

Se almeno lo facessi apposta. Se minimamente fossi così stronzo da parlar con intento.

Le parole sono la mia vergogna.
Io non dico mai petto. Faccio giri da circo pur di evitare quella parola. Cassa toracica, sterno, massa muscolare rivestente costole e qualche organo. Io non lo dico. Non ci riesco. Mi vergogno.
E se vado in bagno allago il pavimento aprendo tutti i rubinetti, pur di non farmi sentire anche solo lavare i denti.
Perché mi vergogno.
Più mi vergogno, mi vergogno.

Dida è una vecchia amica di famiglia. Di lei e suo marito ho ricordi frammezzati: il soggiorno bianco con la moquette panna. La A112 con cui mi portarono loro a Nizza, un fine settimana, ché i miei erano andati lì già dalla sera prima. Le sue tette.

Si spogliò in fretta, un pomeriggio, noncurante io fossi lì seduto sul letto a leggere un libro. Ai miei occhi strabuzzati rispose con una risata.

Da allora provo disagio, vergogna a vedere una donna che si toglie il reggiseno all’improvviso, gesto quotidiano, i polsi si piegano dietro alla schiena, lo sterno si sporge e le costole affinano la pelle sopra la pancia.
Tlà-k.
Le spalline scivolano giù e il seno si libera, senza erotismo, senza malizia, è una gabbia di tessuto tolta per far posto a un’altra uguale nella forma e diversa nella foggia.

Provo disagio. Provo vergogna. Provavo disagio. Provavo vergogna.
Fino a quando, ieri, Claudia ha fatto la stessa cosa.
Tlà-k.
E ho visto la bellezza della normalità.

Les Liaisons dangereuses - by leontine-de-stradivarius , www.polanoid.net

Les Liaisons dangereuses - by leontine-de-stradivarius , www.polanoid.net

16 Febbraio 2010

Archiviato in: affabulazione — rael @ 17:16

“Non creda, signora, che per essere uomo si debba esser anche bambino.”

Ho inaugurato il lunedì con questa frase, il risultato della mia nuova mania, aver una frase concia e importante da ripetermi a lungo. Magari mettendomi ritto, il peso sulle punte, la pancia un po’ sporgente. Da dire con tronfia superiorità alla vecchia davanti a me, sul marciapiede, che non mi lascia svicolare e camminare libero di contare i blocchetti di klinker.

Al martedì ho parcheggiato ripetendo al cruscotto della mia auto che “Non s’abbia diritto del dolore né inflitto né infitto” e la mia mano sul pomolo del cambio s’è rincagnata con inglese aplòmb.

Al mercoledì Claudia mi ha mandato affanculo che le pareva di stare con il giardiniere di Sherlock Holmes.

Che vita dura, che vita grama, neanche la libertà di poggiarmi i palmi sulle reni e sospirare con una stanchezza che raramente ho provato così forte.

Io vorrei avere di nuovo diciassette anni.
A Settembre ero in corso Venezia e stavo per girare in via Valprato, dirigendomi al lavoro. Erano le mie prime ferie, era da Febbraio che stavo in quella fabbrica di vernici, imparavo un mestiere, certo, e anche quali tram prendere per la visita medica del lavoro minorile.
Appena girato l’angolo a curva, con di fronte l’inizio dei Docks e le ferrovie che correvano velocissime tra le sterpaglie, ho sentito il riposo.
Era una semplice mattina, il dodici mi aveva abbandonato come sempre davanti a Susa, ai piedi del tabarin dove Buscaglione si divertiva, la salita che segnava i davanzali delle vetrate della concessionaria Citroën, fino al tabacchino e il pilone malconcio del ponte, coi ferri dipinti di grigio ral 7001. Era una mattina normale, un lunedì, e io sentivo il riposo. Ero riposato.

Non mi sarebbe mai più accaduto, non credo mi accadrà di nuovo.

Per questo motivo m’atteggio a vecchio, a insigne anziano, mi motteggio e mi ripeto, mi piazzo davanti allo specchio e mi dico frasi che sanno di biscotti vecchi.

Perché sono stanco e non ho niente da fare.

17 Novembre 2009

Archiviato in: ... — rael.is.real @ 23:44

Ricordo d’aver pensato: in fondo è tornare bambini.
Quando sei piccolo non hai ricordi, ma associazioni: cibo, mangiare, fame, vasino, madre. gioco, sudare, sgridata, padre. merenda, nonna. luci, natale. E poi? Poi inizi a dimenticarti.

Di questa casa conosco ogni anfratto, ogni angolo: sebbene sia quella con l’aspetto più antico e signorile, è la più nuova dell’intero borgo. Affianco vendono un vecchio stabile diroccato che di anni ne ha almeno il quintuplo. Però sulla facciata di questa campeggia una lapide a un giovane ucciso il 25 d’Aprile ‘45. È pieno di lapidi di persone uccise tra il 23 e il 25: regolamenti di conti e imboscate, qui giace colui ha il suo nome inciso sull’acqua del torrentello ove sua madre strizzava i panni. A monte il risciacquo, a valle la saponata.
Che non sia morto davvero contro questo muro portante, costruito quarantotto anni dopo, non importa a nessuno e neppure a quelli dell’Anpi che vi han incollato sopra un mazzetto di fiori di plastica.

Ricordo di aver tolto la camicia e indossato una vecchia maglietta del festival metal di Málmø.
Ricordo che a me il metal non piace. Associo il metal a una macchina che sfrisa la fiancata contro un’altra mentre tentano di parcheggiarsi affianco l’un l’altra.
Ricordo e associo.

Ricordo e associo il sapore di metallo all’uovo.
Albumina.

Irina aveva due sogni nella vita: il primo era sposarsi agiatamente con un uomo tanto bello da piacerle e poco attraente perché non piacesse alle altre; il secondo di trovare un uomo con cui soddisfare il suo sogno erotico di verstirsi da Lara.

Il primo sogno fu semplice da attuare: una volta trovato quello che corrispondeva ai propri parametri, con una bella dose di fortuna perché Mauro non era più giovanissimo, aveva quasi quarantaquattro anni e quindi vent’anni di marchette: significava un lavoro ormai solido e aver imparato a vestirsi. Tutto si ridusse a conoscerlo, farsi piacere e rendersi indispensabile alla sua vita.

Irina non si chiamava davvero così: all’anagrafe faceva Emiliana, Milla per gli amici più intimi, e la sua unica passione vera era la Russia.
Non la Russia di oggi, sporca ruffiana e mafiosa: ma la Madre Russia, con la neve e le scarpe con le suole rinforzate, i cappotti di fustagno e i fazzoletti acconciati attorno ai capelli.
Irina, Milla, Emiliana era giovane e tutto quel che sapeva le veniva da libri e al massimo da qualche film in bianco e nero. Certo era che la Russia era comunque dalla parte del giusto: né buona, né cattiva, semplicemente giusta.

Durante il fidanzamento con Mauro, che durò all’incirca due anni, giusto il tempo per vedere se la cosa funzionava in pubblico con amici e parenti, se il sesso era piacevole e se le spese venivano coperte da lui con savoir faire piuttosto che da uno pseudo femminista alla romana, Irina diede segni di questa sua passione culturale. E quando Mauro come regalo per il primo anniversario le regalò l’edizione del 1957 dei discorsi di Khruščёv lei si sentì un piccolo fuoco ardere tra le nevi delle sue viscere.

La proposta di matrimonio Mauro gliela fece durante un’infuocata discussione su quanto fosse stato disgraziato Paolo Villaggio a trattare così male La corazzata Potëmkin: Milla era infervorata a dire la sua sulla cultura così disgraziatamente bassa dell’italiano medio, mentre Mauro riusciva a infilarsi nel monologo solo a sprazzi e non veniva ascoltato nel suo ribadire che quella era la Corazzata Kotiomkin, ma tutto era inutile, tutto inascoltato e quindi mise la mano in tasca e ne trasse la scatolina comperata quel pomeriggio stesso con la prospettiva di darglielo alla prima occasione buona.

-Che cos’è.
-Indovina.
-Un gioiello?
-Apri, no?
-Ho paura.
-Allora invece che dartelo te lo chiedo: mi vuoi sposare?
-Sì.
-Davvero?
-Sì.
-Oh.
-Era Potëmkin.
-…
-
Non Kotiomkin.

Il secondo sogno fu più difficile da attuare perché Mauro aveva sì un bel po’ di soldi da parte e una bellezza che passava inosservata alla maggior parte delle donne, ma anche viveva ancora con la madre, vedova e bisognosa di cure. La casa era grande, molto grande e il caro prezzi a metro quadro tagliò la testa al toro: avrebbero vissuto nell’alloggio con la suocera che, adorabile vecchietta, s’era fatta apprezzare senza essere invadente.

-di un uovo di fabergè dimenticato in una valigia color cuoio scurissimo con le fibbie d’un beige sporco attorno: questo uovo era tanto fragile che Irina diede ordine alla sua cameriera personale, nonché unica confidente e pseudo amica, di avvolgerlo in strati e strati di carta velina finissima alternati a sciarpe di seta tessuta a trama ancora più fina della velina stessa e di nasconderlo in un luogo ove non potesse essere toccato e di conseguenza rotto anche solo per la leggera pressione dei polpastrelli del pollice e dell’indice.
l’uovo era minuscolo, un uovo di quaglia con i più fini diamanti e i più piccoli opali ammezzo i più minuscoli smeraldi circondati dai più microscopici lapislazzuli: avvolto avvolto diverntò grosso come l’uovo d’uno struzzo e non c’era contenitore tanto grande per conservarlo ma che allo stesso tempo passasse inosservato.
fu così che Tanjia si ricordò della valigia che il suo bisnonno usò per arrivare a pietroburgo cento anni prima e riposta nel sottotetto dell’ala nord della parte ovest della dacja nella finta steppa siberiana ricostruita nel palazzo d’inverno per dare smacco alla fattoria voluta da Maria Antonietta a Versailles.

Questo mi raccontava la notte Milla, invece di far l’amore con me. Io provavo a chiederle chi fosse Tanjia, mi perdevo dentro questo uovo con su disegnato un giardino e mi addormentavo sereno.

Abbonati al Feed di Best Friend Of Mine su Coreingrapho