Rael is Mozo

17 Novembre 2009

Archiviato in: ... — rael.is.real @ 23:44

Ricordo d’aver pensato: in fondo è tornare bambini.
Quando sei piccolo non hai ricordi, ma associazioni: cibo, mangiare, fame, vasino, madre. gioco, sudare, sgridata, padre. merenda, nonna. luci, natale. E poi? Poi inizi a dimenticarti.

Di questa casa conosco ogni anfratto, ogni angolo: sebbene sia quella con l’aspetto più antico e signorile, è la più nuova dell’intero borgo. Affianco vendono un vecchio stabile diroccato che di anni ne ha almeno il quintuplo. Però sulla facciata di questa campeggia una lapide a un giovane ucciso il 25 d’Aprile ‘45. È pieno di lapidi di persone uccise tra il 23 e il 25: regolamenti di conti e imboscate, qui giace colui ha il suo nome inciso sull’acqua del torrentello ove sua madre strizzava i panni. A monte il risciacquo, a valle la saponata.
Che non sia morto davvero contro questo muro portante, costruito quarantotto anni dopo, non importa a nessuno e neppure a quelli dell’Anpi che vi han incollato sopra un mazzetto di fiori di plastica.

Ricordo di aver tolto la camicia e indossato una vecchia maglietta del festival metal di Málmø.
Ricordo che a me il metal non piace. Associo il metal a una macchina che sfrisa la fiancata contro un’altra mentre tentano di parcheggiarsi affianco l’un l’altra.
Ricordo e associo.

Ricordo e associo il sapore di metallo all’uovo.
Albumina.

Irina aveva due sogni nella vita: il primo era sposarsi agiatamente con un uomo tanto bello da piacerle e poco attraente perché non piacesse alle altre; il secondo di trovare un uomo con cui soddisfare il suo sogno erotico di verstirsi da Lara.

Il primo sogno fu semplice da attuare: una volta trovato quello che corrispondeva ai propri parametri, con una bella dose di fortuna perché Mauro non era più giovanissimo, aveva quasi quarantaquattro anni e quindi vent’anni di marchette: significava un lavoro ormai solido e aver imparato a vestirsi. Tutto si ridusse a conoscerlo, farsi piacere e rendersi indispensabile alla sua vita.

Irina non si chiamava davvero così: all’anagrafe faceva Emiliana, Milla per gli amici più intimi, e la sua unica passione vera era la Russia.
Non la Russia di oggi, sporca ruffiana e mafiosa: ma la Madre Russia, con la neve e le scarpe con le suole rinforzate, i cappotti di fustagno e i fazzoletti acconciati attorno ai capelli.
Irina, Milla, Emiliana era giovane e tutto quel che sapeva le veniva da libri e al massimo da qualche film in bianco e nero. Certo era che la Russia era comunque dalla parte del giusto: né buona, né cattiva, semplicemente giusta.

Durante il fidanzamento con Mauro, che durò all’incirca due anni, giusto il tempo per vedere se la cosa funzionava in pubblico con amici e parenti, se il sesso era piacevole e se le spese venivano coperte da lui con savoir faire piuttosto che da uno pseudo femminista alla romana, Irina diede segni di questa sua passione culturale. E quando Mauro come regalo per il primo anniversario le regalò l’edizione del 1957 dei discorsi di Khruščёv lei si sentì un piccolo fuoco ardere tra le nevi delle sue viscere.

La proposta di matrimonio Mauro gliela fece durante un’infuocata discussione su quanto fosse stato disgraziato Paolo Villaggio a trattare così male La corazzata Potëmkin: Milla era infervorata a dire la sua sulla cultura così disgraziatamente bassa dell’italiano medio, mentre Mauro riusciva a infilarsi nel monologo solo a sprazzi e non veniva ascoltato nel suo ribadire che quella era la Corazzata Kotiomkin, ma tutto era inutile, tutto inascoltato e quindi mise la mano in tasca e ne trasse la scatolina comperata quel pomeriggio stesso con la prospettiva di darglielo alla prima occasione buona.

-Che cos’è.
-Indovina.
-Un gioiello?
-Apri, no?
-Ho paura.
-Allora invece che dartelo te lo chiedo: mi vuoi sposare?
-Sì.
-Davvero?
-Sì.
-Oh.
-Era Potëmkin.
-…
-
Non Kotiomkin.

Il secondo sogno fu più difficile da attuare perché Mauro aveva sì un bel po’ di soldi da parte e una bellezza che passava inosservata alla maggior parte delle donne, ma anche viveva ancora con la madre, vedova e bisognosa di cure. La casa era grande, molto grande e il caro prezzi a metro quadro tagliò la testa al toro: avrebbero vissuto nell’alloggio con la suocera che, adorabile vecchietta, s’era fatta apprezzare senza essere invadente.

-di un uovo di fabergè dimenticato in una valigia color cuoio scurissimo con le fibbie d’un beige sporco attorno: questo uovo era tanto fragile che Irina diede ordine alla sua cameriera personale, nonché unica confidente e pseudo amica, di avvolgerlo in strati e strati di carta velina finissima alternati a sciarpe di seta tessuta a trama ancora più fina della velina stessa e di nasconderlo in un luogo ove non potesse essere toccato e di conseguenza rotto anche solo per la leggera pressione dei polpastrelli del pollice e dell’indice.
l’uovo era minuscolo, un uovo di quaglia con i più fini diamanti e i più piccoli opali ammezzo i più minuscoli smeraldi circondati dai più microscopici lapislazzuli: avvolto avvolto diverntò grosso come l’uovo d’uno struzzo e non c’era contenitore tanto grande per conservarlo ma che allo stesso tempo passasse inosservato.
fu così che Tanjia si ricordò della valigia che il suo bisnonno usò per arrivare a pietroburgo cento anni prima e riposta nel sottotetto dell’ala nord della parte ovest della dacja nella finta steppa siberiana ricostruita nel palazzo d’inverno per dare smacco alla fattoria voluta da Maria Antonietta a Versailles.

Questo mi raccontava la notte Milla, invece di far l’amore con me. Io provavo a chiederle chi fosse Tanjia, mi perdevo dentro questo uovo con su disegnato un giardino e mi addormentavo sereno.

20 Settembre 2009

Archiviato in: ... — rael.is.real @ 22:26

Certo io non ero convinto, non me lo si può accusare, questo.
Solo che non so come io abbia fatto a ritrovarmi lì, di botto, così.
Ero con lo sguardo fisso sul mio orologio, faceva le due del pomeriggio, e adesso alzando lo sguardo sono a stazione Principe ed è già come notte.
Maria Cristina mi dice: fa buio presto, la sera.
E ci siamo incamminati, su un marciapiede che era pericolosamente simile a quelli dei lungo Navigli, era buio ormai, appunto, e i negozi o erano già chiusi oppure chiudevano. Che tu guardi dalla portafinestra dei negozi, ti alzi in piedi a superare la merce esposta in vetrina, e vedi queste persone non più obbligate a sorridere, a star ritte e veloci a proporti merce, offrirti alternative, mostrarti i prezzi: si siedono, un po’ distese sui banchi, a contar soldi, a riporre a posto cose, un sacchetto a terra, da portare a casa; le lampade spente a metà, la porta dello sgabuzzino a mostrare scopettoni e secchi, la luce accesa nel bagnetto pieno di cataloghi e scatoloni.

Maria Cristina parlava a ruota libera, e c’era questo fiumiciattolo strano sulla nostra destra, sormontato a volte da piccoli ponticelli su cui persone giovani si sedevano dondolando i piedi nel vuoto. Mi ricordavano me da piccolo, seduto sulla seggiovia, gli occhi fissi sulle stringhe pregando non si slacciassero e le mie scarpe non cadessero nel vuoto. Solo dopo un po’ mi calmavo, capivo quanto fosse impossibile perdere non dico tutte e due ma almeno una scarpa, e poi mi cadeva l’occhio su una pietra a forma di mocassino, cinquanta o sessanta metri più giù, ed eccomi fino al nuovo pilone stringere le mani e gli occhi pregando di non arrivare in cima in calzini.

Era buio, sì, sempre di più, quel buio strano e innaturale del primo inverno, che guardi l’orologio e ti stupisci non sia ancora ora di cena. Maria Cristina aveva indosso un pellicciotto chiaro con inserti di camoscio che si mischiava, nel collo, ai suoi capelli ricci venati di grigio. Maria Cristina è una di quelle donne che si fanno vanto della propria età, salvo sputare veleno su qualunque essere femminile che dimostri di avere tra i diciassette e i trentatre anni d’età. Guarda Quella, appunto mi diceva, come si fa ad andare in giro conciata così?

La Quella in questione, in effetti, era vestita da ventenne in cerca di maschi da cambiare con la velocità di una rotativa: io non riuscivo a comprenderne i difetti fisici o d’atteggiamento. Ma cos’ha di strano? chiesi consapevole che avrei potuto domandare di tutto, dal big bang all’impollinazione del bambù, ma non fare una domanda difensiva all’indirizzo di Quella. Che più di venticinque anni non poteva avere.

Maria Cristina accelera il passo, di botto, strattonandomi un gomito a trascinarmi via e mi prende una malinconia per questo mio sciocco vizio di perdermi nei dettagli, nelle scenografie e le coreografie, carrettate di parole a fare di tutto un contorno e non vedere il fulcro delle cose.

Per esempio: io non so bene perché io sia qui con Maria Cristina, a cavallonare un marciapiede di una città che odio ben sapendo che sono in una città che amo, cioè: io son sceso dal treno che era Genova e ora son qui che costeggio il Naviglio Grande milanese. Almeno, nella mia visuale, nel mio mischiare foto e città, sensazioni e ricordi, desideri e realizzazioni. Senza contare il fatto che di esser sceso dal treno ne son convinto io e io soltanto, ma in realtà non mi ricordo il momento esatto in cui mi son alzato dal sedile, preso la mia borsa, raccolto le mie cose, indossato la giacca e rimasto a guardare la porta sfrecciare perché mi son preparato a scendere troppo in anticipo. Sbagliando, di sicuro, il lato da cui scendere.

Non mi ricordo, son certo di aver fatto qualcosa in questo lasso di tempo che non ricordo, ma nel frattempo Maria Cristina mi prende la mano e mi trascina verso il supermercato.

“Non c’è nulla per cena” mi dice.
“Ma io devo prendere il treno per tornare a casa” le rispondo.
“Sì, sì”, lei è già ai tornelli per entrare.
“Ma quanto ci mettiamo?”
“Non più di un’ora e mezza”.

Avere questo blocco orario, novanta minuti, mi angoscia ancora di più che navigare a vista. So che per un’ora e mezza avrò la necessità di guardare l’orologio, sudare freddo al pensiero di sforare, impazzire per la certezza che saranno in realtà due ore, se non di più, e mi preparo risposte, scuse, storie per giustificare.

Per scriverne, l’indomani.

Maria Cristina afferra un sacchetto di insalata pronta: dice che è più sana di quella del verduraio, e comunque costa di meno, in termini di manodopera e velocità di preparazione.
Riempie il carrello, ma io son affascinato da questo nuovo buco: quando ha preso il carrello? Era una moneta da un euro o da due, quella che ha usato per sbloccarla? E quando ha preso il portamonete dalla borsa, quando s’è diretta alla colonna di carrelli? Cosa facevo io, nel mentre? Dov’ero?
L’uniche cose certe son che ha preso quello con la convergenza sbiellata, e tocca a me condurlo.
Due certezze certe ovunque, in qualunque posto, in ogni tempo, per tutti gli uomini. Ruote impazzite e spingere in silenzio.

Maria Cristina parla, parla, mi sorride, agita i boccoli grigio biondi, sbuffa, guarda le altre e controlla se io le osservi; Maria Cristina arraffa, afferra, agguanta: compra prelevando dagli scaffali ancora prima di consegnare regale la sua carta di credito alla cassiera.

Siamo alla cassa e io ho avuto un altro black out. Poi, dimentico il mettere le cose nei sacchetti, uscire, rivedere il buio più tardi di poco prima.

“Devo andare, devo. Perdo il treno” dico.
“Ma non vieni a casa mia, mi aiuti con la spesa, ti preparo qualcosa, dormi con me” mi supplica.

Io ora più che un vuoto di scena leggo la sceneggiatura successiva: sì, certo, cena, due chiacchiere, e poi vorrà scopare e io son quasi allo scadere dell’ora e mezza, sento il mio treno partire mentre ancora arranco verso la stazione, la mano in tasca a controllare il biglietto di continuo.

“No, no, davvero, mi spiace”. Riesco a essere anche contrito.

Sono seduto, il vagone si agita sui binari, si piega un po’ lungo le curve.
Ancora non capisco come io possa aver camminato lungo il Naviglio. Credo fosse un’associazione d’idee, era solo un rigagnolo, un torrentello oppure uno scolo d’acque reflue verso il mare.
La mia memoria è stanca, di Maria Cristina ho solo un’idea di capelli color pellicciotto frammezzato di stoffa scamosciata beige chiara. Mi addormento cullato dal treno, mi riprometto di smettere di incontrare persone conosciute via internet. Perché poi mi dimentico cosa loro scrivono.

“]”]Time To Run, fablore[České nás] su flickr

22 Agosto 2009

Archiviato in: ... — rael.is.real @ 07:44

Io sin da piccolo ho sempre detto Deus Esccc Macina.
Davvero.
Non ridete: non nasciamo imparati.
Come le canzoni in inglese: non usciamo da nostra madre con un bagaglio nozionistico degno di un traduttore Onu. E quando iniziamo ad ascoltarle, e imparale, e soprattutto ripeterle, siamo una pecora che béla onomatopeica. Anche in chiesa, che ascolti i canti e apparte Amen non afferri nulla.
Aleluuuuuuuuuuugia.

Quando, crescendo, imparai a sentire anche il senso delle parole oltreche il loro suono, le cose migliorarono notevolmente, soprattutto per l’udito dei miei astanti. Anzi, potevo anche sfoggiare uno sguardo tra il supponente e l’acculturato, perché io, a differenza di loro, studiavo le lingue a scuola. Inglese e italiano. Loro al massimo ai loro tempi andavano male in latino, nelle due ore obbligatorie. O tre. Non ricordo, dipendeva dal tipo di avviamento, le chiamavano scuole medie ma son sicuro non fosse lo stesso, impossibile. Sia quel che sia, io non facevo latino ma quell’ora d’inglese state pur certi che la sfruttavo alla grande. Mica latino. Ahhhhhlllelussssgiahhhh.

Restava il problema del Deus Ex Machina. Diùs Ics Mèiciana. Con la A finale, ché è latino.

Alle superiori furono cazzi.
Facevo comunella con quelli del mio ceto: figli di operai, figli di impiegati di ultimo o penultimo livello, con dentro la necessità di piazzare una bella bomba carta sotto la cattedra della profia di matematica, giusto per vedere che effetto facesse assistere alle sue ossa spargersi in giro come stuzzicadenti che cascano ovunque quando li prendi in massa per riempire il portastuzzicadenti.  Ma ero un brigatista sì in erba ma già con un senso della giustizia: la storia siamo noi e quindi difendevo a spada tratta la prof di lettere. Non era forse calabrese quindi figlia del popolo? Non era forse bassa, grassa, brutta e quindi vittima dell’imperialistisco senso dell’estetica? Però faceva proprio cagare ed era anche sfigata: un neo sulla guancia destra e un porro sulla guancia sinistra, a volte era davvero difficile difenderla e comprendo che molti dei miei compagni di allora siano feticisti oggi, a causa delle mie elegiache appassionate. Io stesso se oggi sento un accento che sa di soppressata e ‘duja provo un fremito nei lombi.
Resta fermo il punto che la prof dalle H aspirate e la camminata alla Ave Ninchi era la mia unica speranza per sapere, alfine, come si pronunciasse Deus Ex Machina. E, dettaglio non trascurabile, cosa significasse.
Ovviamente fui bocciato e andai a lavorare, perché ero figlio del popolo e dovevo combattere il sistema e forse è stato un bene, sarei finito professore di filosofia da qualche parte a scriver libri e indottrinare giovani studentesse. Senza porri in faccia e un culo umano, alla ricerca costante e inconcludente di una parlata dura e peperoncina. Alleluia.

Nota personale: ora è sempre più difficile trovare deigli stuzzicadenti sciolti, non rivestiti di carta. Così oltre che raccoglierli anche mesi dopo, in un angolo della cucina, ti ritrovi pure piccoli tubi di carta arricciati.

Appunto: andai a lavorare e rimaneva il dubbio. Mi immaginavo questo dio che parcheggiava l’automobile e cantava angelico e tuonante Alleluja. Rimaneva anche il mio dolore per la pronunzia, per l’accentazione, non riuscivo a risolverlo solo leggendo. E le strofe imparate sbagliando da giovane rimanevano impresse nella mia mente, anche ormai sapendo sia significato che sillabazione ormai l’input c’era e quella parola, quella frase la dicevo così come la sapevo.

Ormai votato al celibato, quarantenne annoiato con uno stipendio da colletto bianco, conobbi Emma a un reading. Un libro di un sedicente poeta in erba, più vicino ai pascoli di Nostro Signore che alle mangiatoie di un vitellino, di una noja triste e abbacinante. Io ero in prima fila e quindi votato al martirio degli occhi spalancati. La vidi quando, in una pausa tra una declamazione industriale e un Mi Ricordo Sì Mi Ricordo Erba Di Casa Mia, estrassi il pacchetto di sigarette e lo agitai piano davanti a me, ammiccando. Alzandomi dalla sedia a fatica, era da banco di scuola, con sia schienale che sedile in fòrmica venata, coi bottoni in corrispondenza delle gambe in ferro, la vidi vicino all’ingresso che scivolava via con nonchalance e il terrore d’esser invitata a fare una domanda al sommo poeta. Anche lei vittima della rivalsa sull’ennesima serata solitaria in casa, prendere il giornale e scoprire che a pochi passi in una libreria ci sarebbe stato un ricco buffet gratuito accompagnato da ottime letture -m’avrebbe detto in seguito- e l’allucinatorio senso di aver fatto una gran cazzata a rinunciare al film in tv comodamente seduta sul divano. M’è sempre rimasto il dubbio che si riferisse all’avermi conosciuto e non al coma del reading, con quel “ho fatto proprio una gran cazzata”.

Usciamo dalla libreria assieme. C’è un tizio che sfila il suo pacchetto non appena vede i nostri: accendo a Emma, poi a lui. Lascio spegnere l’accendino, mi sposto d’un passo, poi appizzo la mia sigaretta. Vecchia abitudine da racconti di guerra: un cerino per avvistare, un cerino per puntare, un cerino per sparare. Il tizio s’allontana ringraziando e io posso conoscere Emma, sapere il suo nome, proporle di rinunciare alle poesie per una birra lì poco distante.
Al pub, neppure troppo affollato, ci raccontiamo per sommi capi e vengo a sapere che lei il classico l’ha terminato, è addirittura laureata in filosofia ma il precariato, i concorsi, varie necessità l’han costretta a essere segretaria d’azienda. Poco male, mi dice, la cultura siamo noi e continuo a studiare da sola. Anzi, ho appena ripreso in mano i libri di grammatica latina e sto rileggendomi Euripide: abbozzo un sorriso compiaciuto da lontano figlio del popolo che non ostenta la propria cultura e la butto lì: eh, Deus Ex Màchìna. Alleluah! Esclama lei, finalmente uno che lo pronuncia giusto!

Che culo che ho, a volte.

Il discorso poi si girò su film visti e a vendersi bene per far buona impressione l’uno sull’altro. Ovviamente ci mettemmo assieme, ci sposammo, facemmo un paio di figli assieme, invecchiammo tra alti e bassi e ricordi e medicine e con pochi rimpianti, se non uno solo: di non averle mai chiesto cosa diocristo significasse quella maledetta frase. Non credo abbia mai sospettato che il mio averla pronunciata quella sera davanti a due birre fu solo una boutade: il libro delle tragedie di Euripide era stato solo sfogliato, non ci aveva certo passato le notti sopra. S’era venduta mica male, al mio pari.

Hallelujah, il vero comunismo: esser uguali nel voler differenziarsi.

perec, da www.mlgrimani.wordpress.com/

perec, da www.mlgrimani.wordpress.com/

30 Luglio 2009

Archiviato in: affabulazione — rael.is.real @ 10:54

Stamattina lavandomi la faccia ho sentito dei rumori metallici venire da fuori della finestra e girandomi verso quei suoni ho spruzzato d’acqua lo specchio tanto m’ha stupito il rumore in sé, ta-tlàk, e mi son detto: devo avvertire subito Claudia, di questo rumore, perché è davvero strano sentire il rumore di un cavalletto da tappezziere che viene aperto da attraverso la persiana chiusa alle sei e ventotto del mattino.

Sono andato in camera da letto e ho dimenticato subito di dirle del rumore del cavalletto perché Claudia era in una posizione che avevo visto ieri pomeriggio in un filmato porno, c’era questa donna con le calze autoreggenti nere col pizzo e un coso addosso che si chiama baby doll, sempre nero e con gli inserti in pizzo, e aveva un tanga senza pizzo ma sempre nero e faceva finta di dormire, e mi son chiesto come faccia una a dormire sul letto con tutta quella roba addosso e per di più delle scarpe nere col tacco molto alto e sottile, credo lo chiamino stiletto, e Claudia era nella stessa posizione di quella donna ma fortunatamente non aveva né addosso tutto quel pizzo nero, gli stiletti e soprattutto quattro energumeni calvi e con gli occhiali da sole addosso.

A quel punto a Claudia avevo un bel po’ di cose da dire, il rumore del cavalletto, gli energumeni, quanto incida sui costi produzione di un film porno l’acquisto di biancheria intima e soprattutto, chi la lava poi? Ci sono delle lavanderie specializzate in roba pornografica, dei cinesi che mettono nelle lavatrici enormi le maschere di latex e fanno attenzione alle palline che sennò incastrano le cinghie di trasmissione del cestello?

Claudia ha mugolato e s’è mossa tutta sensuale, scivolando una gamba sull’altra, la caviglia ad accarezzare il dorso del suo piede. No, cioè, ero preso ancora dalla visione di cinesine che fanno entrare nelle asciugatrici mazzi di frustini piegandoli al massimo della tensione, e allora ho equivocato, perché Claudia in realtà ha piantato un mezzo russamento, s’è girata grattandosi una coscia e ha continuato a dormire.

Allora mi sono ricordato che avevo la faccia ancora gocciolante, non me l’ero asciugata, sono corso in bagno a prendere l’asciugamano e ho sentito di nuovo il rumore. Ta-tlak. Mi sono avvicinato alla persiana, ho pensato che ci fosse un tappezziere lì fuori, che avrebbe tappezzato i muri della piazza, ed era anche una cosa poetica questa, con un suo perché letterario, credo che se io fossi uno scrittore questa cosa la scriverei, tappezzatori di muri, qui una tappezzeria americana con papere e fagiani, qua una francese con rose e arzigogolii, in questa via una di tessuto italiano che ci puoi anche passare su l’aspirapolvere e se hai un gatto ci viene fuori un maglione all’anno con tutti i fili che tirerebbe con le unghie.

Avvicinandomi alla finestra mi sono avvicinato anche alla lettiera del gatto e questa cosa mi ha un po’ scombussolato la voglia di caffè, che al mattino ogni volta fare la pipì annusando la lettiera, involontariamente e obbligato, mi alzo, vado in bagno, mi siedo sul water che però questa cosa io un po’ mi vergogno a dirla ma mia madre mi ha insegnato a sedermi per fare pipì e se sono in autostrada quando vedo quelli che fanno pipì col pisello rivolto ai campi e ai muri dei viadotti io a quelli li invidio abbastanza, non che non sarei capace anche io ma un po’ di sfasamento lo avrei sicuramente, metti che lascio delle goccioline sul guardrail.

La lettiera del gatto è accanto al water e se Claudia non l’ha pulita da poco la mia voglia di fare colazione va a farsi benedire, ma poi penso che ormai fa parte dell’odore di una casa, uno entra in una casa e dice subito: fumano, friggono e hanno un gatto. È bello, così, una casa ha un suo vivere, una sua personalità, si presenta e dice: mi chiamo Via Gela 10, piano terra, suonare Semini; friggiamo le sarde, fumiamo camel blu e abbiamo un gatto, io e la mia signora.

Avvicinandomi alla finestra volevo tornare da Claudia e chiederle quando fosse stata l’ultima volta che aveva pulito la cassettina del gatto ma ho sentito di nuovo: Ta-tlak! e siccome a me piace la tappezzeria ho voluto aprire di botto la persiana così facevo uno scherzo al tappezziere e dirgli: Buongiorno! Mi fa la boiserie con una vinilica verde bosco a riga sfumata alternata, bordatura alta dieci centimetri con ornato gris sur gris e murata a puntinato verde chiaro con cornice in finto gesso polimerato a greca?

Ho spalancato e il Buongiò! mi si è strozzato in gola, perché era uno che approntava il banchetto, al giovedì d’estate fanno il mercato, qua davanti a casa mia, e mi è spiaciuto che non fosse un tappezziere perché se c’è una cosa che odio, io, è il mercato e sono andato a dirlo a Claudia, di ’sta cosa che io odio il mercato ma lei ormai russava alla grande.

15 Luglio 2009

Archiviato in: canzoni etiliche — rael.is.real @ 14:47

E il ginocchio inchiodato. Come lo chiamano? Della lavandaia.
E il gomito del tennista. E l’occhio di pernice.
L’occhio. Il malocchio.
Fissandosi nello specchio pensò a sua nonna che scoppiava in lacrime: ho fatto il malocchio a quel ragazzo, che iddìo mi perdoni. Gli restò la mano sullo spazzolino da denti, un attimo prima di allargare le dita a lasciarlo cadere nel bicchiere bianco di plastica coordinato al portasapone e lo spazzolone del wc. Che iddìo mi perdoni, che iddìo ci perdoni. Tutti.

Le malattie colpiscono gli altri. Sua madre con la gola che annaspava a cercare fiato. Suo padre con l’orizzonte a inclinarsi e rotolare. Lo zio con la guancia corrosa. Il nonno ad affondare lo scheletro nelle lenzuola. Claudia e i suoi fagiolini sparsi per il corpo, un giorno su un seno, un giorno nel pube, fagiolini erotizzanti a zonzo sul suo corpo. Che iddìo vi benedica, io sto bene.

Io sto bene, sebbene invecchi.

Le dita abbandonarono lo spazzolino da denti e si spostarono ad arco lento verso l’asciugamano di cotone spugnato verde acqua acquistato al supermercato in un impulso che non avrebbe saputo spiegare, poi, in seguito.

Qualche goccia bagnò lo specchio, agganciandosi al sebo di vecchi brufoli schiacciati.

E a sua nonna singhiozzante di avergli lanciato il malocchio si sovrappose la bottiglia d’olio da fissare per l’orzaiolo.

Guardi, io con l’insalata al massimo scendo fino a La Spezia. E non mi parli di olii nordestini perché non c’è partita. Glielo disse con le briciole del pane d’assaggio che gli cascavano dall’angolo destro della bocca.
E con la carne solo toscani. Ah, quello pugliese con le verdure ben condite e cotte. Ma già scadiamo nel cherosene.
Guardi, mi dice. Guardi. Cosa dovrei vedere? Cerco di far mente locale tra il stamattina, che mi son svegliato acciaccato, e il adesso, qui, in questa saletta, vestiti di tutto punto, a degustare olio e vino e, se saremo abbastanza in gamba a far roteare il calice iso, figa. Sto bene, che iddìo me la mandi bene, non ricordo cosa io abbia fatto nel mentre, ma so che è solo un dettaglio.

Da quanto non ci vedevamo, carissimo.
È una domanda, vorrei chiedere al proprietario dell’enoteca. Il mio nome era nella mailing list e non hai badato a stralciarlo, vorrei metterlo in imbarazzo. Guardo gli scaffali e le etichette impolverate ad arte, pochi mesi fa ne feci cadere qualcuna. Un po’. Un tot. Abbastanza da non farmi invitare più a nessun incontro sull’Importanza Della Croatina Per Contrastare Il Sapore Di Tetrapack.
Abbi iddìo pietà di lui e mandagliela buona, ché la sua azione samaritana l’ha fatta per quest’anno e s’è meritato una menzione speciale alla novena. Il merito di reintrodurmi nella società del taste vin, l’orgoglio di aver preso il bue grasso. Mi parla di questo e quell’altro, sperando in un mio cenno d’assenso, una benedizione.

Mal di testa.
Non ho bevuto. Ma ho l’odore dei bicchieri sciacquati coll’aceto addosso.
Annuso il cuscino come un cane da cerca.
Forse l’ho trovato, eccolo, arriva da qui, da questo fiore verde stampato su fasciami color menta chiara, ci punto contro il naso, mi sollevo di scatto, lo fisso nel buio, il mal di testa si allarga, eccoti, ti ho trovato, è l’odore, immagino che durante la mia assenza siano entrati in casa mia, nella mia stanza, nel mio letto, ci siano proprio entrati, e ridacchiando sadici abbiano lasciato cascare essenze terpeniche, gocce d’estere, polifenoli per colorare di rosso come un piccolo taglio da barba la mattina.

La barba.
Devo farmi la barba. Ora.
Vado in bagno con il cuscino sotto al braccio, scalzo, con la mutanda che mi pende sul fianco, arrotolata dall’alzarmi in fretta, che iddio abbia pietà di me, ora comprendo tutto, c’era un disegno, tutti questi odori, e colori, e sapori, null’altro che un disegno invisibile per ridurmi all’oblio, ogni degustazione era un piano per farmi scomparire, per farmi dimenticare, per vivere buchi di tempo, in realtà io sono morto da moltissimo, che iddio mi abbia in gloria, li sento bisbigliare che sono pazzo, che la ricerca del vino perfetto mi ha reso solo un ubriacone col delirium tremens e un fegato che si sfarina spugnoso, ma vi sbagliate, iddìo abbia comprensione di voi, non sono io, sono loro, non sono io, sono loro che mi facevano bere, son trent’anni che faccio questo mestiere, e assaggia di qui, e assaggia di là, sono loro, sono loro che, io non volevo, a me piace l’acqua, mi piace l’acqua e menta ma anche tu, iddiò non mi vieni incontro, coi tuoi pesci e il tuo vino, vorrei fosse venuto a te tutto questo, ti auguro iddìo mentre rovisto nell’armadietto affianco lo specchio sporco di gocce, te lo auguro davvero, tre messe al giorno e la cirrosi non te la leva nessuno, e rovisto e rovisto stringo il cuscino e lo trovo, lo sciroppo, lo sciroppo per l’influenza, che sa di menta, lo tracanno e scompare l’aceto, scompare mia nonna e il suo malocchio, scompare il padrone dell’enoteca in attesa che io crolli a terra annusando una grappa di moscato da dodici euro dentro una bottiglia a mappamondo, scompare tutto, resta solo la menta, resta solo il cuscino.

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