Rael is Mozo

25 Marzo 2010

Archiviato in: ... — rael @ 10:49

“Non capisco” disse alla fruttivendola, abbassando le spalle. Indicò le peschenoci, perché quelle normali le sembravano troppo acerbe. Nella mano aveva un biglietto da dieci euro, attese il resto e il sacchetto di plastica azzurra.
Non capisco, ormai era la frase che più l’accompagnava durante il giorno, e anche la sera e la notte, da qualche tempo.
Non capisco: sul pullman, dopo la risposta al suo chiedere se la fermata sua fosse la prossima. Non capisco: al mercato, al supermercato, all’ipermercato, al mercatino delle pulci la terza domenica del mese.
Poi, tornava a casa, posava la spesa sul tavolo, si stropicciava gli occhi bruciandoseli dello sporco rimasto sui palmi delle mani dopo una giornata passata a far nulla.

Perché il problema del Non Capisco era secondario, rispetto al Non Ho Niente Da Fare: avendo venduto l’alloggio, su al nord, dopo il divorzio, poteva vivere di rendita e cercarsi un lavoro con tutta calma. Un lavoro che coprisse le spese vive e non le lasciasse le giornate vuote da impegni.

Perché il problema del Ho Un Sacco Di Tempo Libero era principale rispetto al Non Ho niente da Fare e metteva in cantina, decisamente, il Non Capisco. Essendosi trasferita a Palermo così, d’impulso, guardando i muri barocchi e sbreccati delle foto su internet, attirata anche dai bassi prezzi e la fervente attività culturale dell’isola, città per città aveva comperato un bell’alloggio nel centro storico, una macchina di seconda mano ed era arrivata anni prima seguita da un camion contenente vestiti e libri. E aveva scoperto che è semplice ricominciare, se solo se ne ha voglia.

Perché il Se Solo Ne Avessi Voglia era preponderante sull’Ho Un Sacco Di Tempo Libero, rendeva puerile il Non Ho Niente Da Fare e dava diverse sfaccettature al Non Capisco: se solo ne avesse avuto voglia avrebbe compreso e capito meglio le persone che le camminavano attorno durante il giorno, la sera no ché va bene l’avventura ma non andiamo a cercarci grane.

Il Andiamo A Cercarci Grane raggiunse la summa quando, una sera, davanti al telegiornale, cenando sul divano col piatto poggiato su un vassoio tenuto in bilico sulle proprie ginocchia disse tranquilla che lì non ci stava bene, che lì con lui non ci stava bene, e senti, ascolta, siamo ancora giovani, che ne dici? È un po’ come fare un figlio, anzi, persino più impegnativo, perché un figlio lo vedremmo crescere e qua con questo lasciarci e non sapere come sarebbe stato ci faremo i conti.

Farci I Conti, in effetti, era il rendiconto della giornata, dopo che l’Andiamo A Cercarci Grane s’era affievolito nella lamentela del Non Ho Niente Da Fare in mezzo al vuoto dell’Ho Un Sacco Di Tempo Libero speso a dire Non Capisco. Fare i conti con linguaggi e usi diversi, stupirsi che allo stesso orario di su al nord ci fosse il telegiornale, chiamare la brioche con altri nomi e cucinare con condimenti diversi i cui odori sentiva salire dalle finestre aperte sul cortile del palazzo dove abitava, fare i conti con l’aver chiuso un capitolo della sua vita, fare i conti con tutto.

Fare I Conti con la pezza di conto della fruttivendola le fece vedere che era stata gentile, le aveva scritto: “signo’, s’un sa fira a parrari, mi facissi taliare chì rita”.

Sorrise, in milanese.

img @ www.ilsoleazzurro.com

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19 Marzo 2010

Archiviato in: ... — rael @ 10:09

Mia figlia ha distrutto tutto.
Per cosa, poi.
Io sapevo che non doveva nuotare, ma lei testona. Glielo dicevo e lei ci provava. Testona.
Non so perché fosse così. Testona. E adesso? Sono vecchia. E mia figlia non c’è più. E io che faccio? Ho la mia pensione. Sto qui. Aspetto. Non doveva nuotare. Glielo avevo detto. Ma lei, testona. Mi dica lei. Cosa devo fare. Aspetto. Glielo avevo detto. Testona.

Non me ne parli! Per carità! Che tragedia. Che bella famiglia che era. Stavano alla villa a mare, giù, al faro. Che belli, madonnnina mia, che belli. Guardi, mi creda, che belli. Felici, ricchi, che belli. Stavano alla villa a mare. Al faro. E poi quel giorno lei prende e va. A nuotare. Non lo sapeva nessuno che non sapesse nuotare. Abitano a villa a mare, al faro, e non sai nuotare. Ma vai ad abitare in montagna, dico io. Che belli che erano. E quei bambini. Picciriddi. Anche loro. Ma se vuoi imparare a nuotare vai da sola. Cosa ti porti i bambini. Non mi ci faccia pensare. Povero uomo. Ah, ma adesso si è fatto una vita nuova. Sta con una che conosceva da prima. Secondo me c’è qualcosa sotto, è per questo che è andata a nuotare. Però poteva andare da sola, che ti porti i picciriddi. Vai da sola. Vai in montagna, se non sai nuotare.

Avevo una ragazza. Una compagna. Una moglie.
Dico: avevo, perché è morta qualche anno fa.
Riesco a parlarne liberamente solo oggi, che l’inchiesta è stata chiusa e, camminando per strada, lo sguardo della gente non è più di sospetto ma solo più di compassione. Anzi, il cambio generazionale, nuove persone al posto di chi c’era, ai tempi, ha trasformato gli sguardi in indifferenza.In ignoranza.
E. era mia moglie. E non sapeva nuotare. Avevamo due bambini. Stavano iniziando a leggere e scrivere e disegnare e la mia meraviglia, tornando a casa dal lavoro, era vedere questo quadretto famigliare e stupirmene felice. Ma lei non sapeva nuotare. Neanche i piccoli. Mi ero promesso di insegnare loro a farlo. Ho rimandato, per mancanza di tempo, per orgoglio: ero convinto che la mia metà del cielo dovesse essere perfetta, non ammettevo, in cuor mio, che ci fosse una mancanza. Mi dava fastidio. In realtà pensavo che fosse capace di nuotare. Lo davo per scontato. Anche i bambini. Fanno vedere quei documentari, dove quei pesciolini d’uomo guizzano felici. Hanno sguazzato per nove mesi, come fanno a dimenticarlo?
E invece.
Quando ho scoperto che non sapeva nuotare mi sono infuriato. Mi sono sentito preso in giro. Tutto costruito su una bugia. Se mi menti su una cosa così importante, chissà cosa mi nascondi. Il dubbio si è insinuato. Ho distrutto tutto di loro, di lei. Basta. Via. Cancellato. Mi ha preso in giro, credevo sapesse nuotare.
E invece.
Riesco a parlarne solo oggi, dopo che con P. ho costruito una mia nuova dimensione. L’ho fatto a prezzo di chiudere e dimenticare una parte della mia vita. P. non sa cosa ho provato. Pensa, forse giustamente, che io abbia sofferto, sì. Che sia una cosa da cui si guarisce lentamente. Ma si è sempre messa su un piano tale per cui lei è più importante dei miei ricordi. Lei è la mia medicina, pensa. Tutto è il mio palliativo, penso.

La paziente E.D., coniugata S., presentava grave patologia da ricordo. Costretta in età preadolescenziale a nuotare da un compagno di scuola di poco maggiore d’età, si è ritrovata a condurre il nuoto, l’acqua, sempre a quel negativo ricordo. L’equilibrio mentale della paziente E.D., nonostante i suoi sforzi per rinnegare i precedenti, è semre stato inficiato dal ricordo sotterraneo della violenza subita, al punto tale di cercare inconsciamente di riprodurre la stessa situazione per combatterla e uscirne vittoriosa. Episodi saltuari o continuativi di serenità e felicità della paziente erano sempre minati dalla necessità di dimostrare quanto essa fosse forte e combattiva, al punto di riproporre l’episodio incriminato a scapito dell’equilibrio proprio e di chi le era accanto. Possiamo definire il tutto una ricerca del cattivo e la lotta contro egli. È mia ferma convinzione che mai questa lotta possa essere pari senza l’apporto e il supporto e l’empatia di chi è accanto a queste persone affette da questa sindrome.

Le posso dire che all’epoca dei fatti i sospetti si indirizzarono sul marito. Il mio istinto diceva così. Sono troppi anni che faccio questo mestiere e voglio sempre sentire le due campane. Anzi, le quattro campane. Le parlo al di fuori di verbali, ma non posso mettere da parte la divisa che indosso. Semper fidelis. La signora D. coniugata S., si sarebbe scoperto poi, durante gli interrogatori, non sapeva nuotare. E il coniuge, il signor S., ne faceva questione di puntiglio. Abbiamo rintracciato anche un compagno di scuola della signora D. in S., tal E. F., che all’epoca degli studi medi inferiori costrinse la signora E. D. in S. a nuotare. Con la mia esperienza posso dirle che nella mente di E. D. il tutto aveva il sapore della goliardia. Aveva scommesso con compagni di scuola che avrebbe fatto nuotare E. D., all’epoca ovviamente non coniugata S. e la portò alla piscina comunale del quartiere. La blandì, all’inizio, dicendole che sarebbe stata una cosa piacevole. E. D. non sapeva di cosa parlasse, non aveva mai provato prima. Quando si immerse si spaventò al punto di ribellarsi e a quel punto E. F. la costrinse con violenza a immergersi. Una volta fatto ciò, la lasciò a galleggiare. Non c’era nessuno, nessuno prestò aiuto. Ed E.D. non chiese aiuto, educata a combattere da sola. Ecco, mi creda, le parlo al di fuori da questa divisa: vorrei poter arrestare tal E. F. e fargli pagare tutto. Ma non posso. Hanno approvato da poco un decreto legge che estende la prescrizione a questo tipo di reati.

Mi aveva chiesto aiuto. Era in spiaggia, mi ha telefonato. Aiuto, mi dice. Io le rispondo che deve essere forte e che non deve fare una cosa che non le va. Che non deve dimostrare nulla a nessuno. Che lei è forte. Che è una bella persona. Che non si merita tutto questo. Le ho detto: vai via da quella spiaggia, torna a casa, fatti una maschera di bellezza. Curati, amati. Non è necessario lottare così. Se tuo marito non si accorge perché lo fai, lascia stare. Evita. Ma lei, niente. Sapevo che ci avrebbe provato. Poi, le cose di tutti i giorni, insomma, chi non ha un’amica in crisi che ti tempesta di richieste, ti chiede opinioni, consigli? Un po’ le stai dietro, tiri fuori tutto, ma alla fine ci hai la tua vita. Hai da preparare il pranzo, sistemare casa. E poi io le dicevo, guarda che c’è qualcosa sotto. Amati così ti preservi. Ma lei niente. Ho messo giù il telefono, che mi bruciava l’arrosto.

Sì, son stato due anni con E., prima che conoscesse suo marito. Minchia, glielo ho presentato io! Ero pure un po’ geloso, ma io sono per l’amore totale tra tutti, e mi sono accorto subito che scambiavo possesso per amore. Era troppo felice e mi son fatto da parte. Amici no, non siamo rimasti, un po’ di sofferenza c’era sempre, e allora ho tagliato i ponti. Minchia, glielo ho presentato io! E con ’sta storia del nuotare. Che palle che era. Ma se non sai nuotare, chissenefrega. È un tuo difetto, okay, chi non li ha? Guardi, io non riesco a smettere di mangiare patatine fritte. Un sacchetto a sera, mi faccio. E allora? Mi ami, prendi in blocco tutto, anche le patatine che mi sparo la sera davanti alla tv. E che sarà mai. Non sai nuotare e non lo fai perché mi ami. Ma che stronzata, le ho detto. Se non sai nuotare non nuoti. E che, siamo sul pianeta perfection? Madonna mia. Un po’ di amore, dico io. Un po’ di pazienza. Se mi ami accetti le mie patatine e io pian piano smetto di mangiarle, che so quanto ti dia fastidio. E che sarà mai. In amore si fan passi da tutte le direzioni, mica solo da uno. Solo che suo marito, e glielo ho presentato io! Solo che suo marito, dicevo, gli stava sulle palle che lei non sapesse nuotare. Anzi, manco lo sapeva, credeva che lei sapesse. E lei si vergognava di ’sta cosa, lo so, la conosco. Senta, può scrivere che ho un vernissage la prossima settimana? Ho fatto anche un quadro, una marina, ci sono tre paia di sandaletti sulla spiaggia, abbandonati affianco a una borsa a tracolla. È molto bello. L’ho dipinto pensando a E. Riesco a venderlo bene, mi sa.

Eravamo amici da oltre vent’anni. Ci sentivamo quasi tutte le mattine, per un buongiorno. Niente di sessuale o di amoroso, per carità: entrambi con la propria vita, ma con questo appuntamento. Sa che è vero che si può essere amici, tra uomini e donne? Mi creda: io ed E. ne eravamo la prova.
Era così felice. Mai vista così serena. Sapevo che non nuotava, non ne avevamo mai parlato apertamente, ma lo sapevo. Abbiamo questa mentalità, qui: rispettare cosa non ti dicono, aspettare cosa non ti dicono. Non inficia minimamente la nostra visuale d’insieme. Non sai nuotare? Pazienza. Vent’anni di amicizia. Mi avesse chiesto consiglio, prima di fare. Ma lei era così, rischiava di suo. Il problema, secondo me, è la persona per cui rischi. Se è davvero la tua metà, e non solo una tua convinzione, allora rischi. Lo fai. Ma se c’è invece qualcosa di strano, di sotterraneo, se la tua metà in realtà è la metà di se stesso o di altre persone, allora no. Lascia perdere. Sii scaltra. Sii evasiva. Lascia perdere. Impara a gestire le situazioni. Non fare. Porcamadon, mi scusi, maledizione, non farlo, non farlo, e invece no, lei no, lo ha fatto, lo ha fatto, e quel coglione si è arrabbiato, perché lei è andata a nuotare, ma chi si crede di essere? Ma come si permette? Fa l’offeso perché è andata a nuotare e senza chiedergli il permesso! Mavaffanculo, mi scusi, mavaffanculo, brutto bastardo, ti ha chiesto aiuto, si è aperta, si è fidata, e tu l’hai lasciata affogare. Bastardo. Se lo prendo lo ammazzo, le giuro. Lo ammazzo.

Si sta bene qui, sai? È tutto blu. C’è silenzio. Silenzio liquido. Sembra, non so, sembra. Ma sto bene, giuro! Sto bene! Ci ho i miei giochi: il maialino di gomma, l’ippopotamino, si è un po’ bagnato l’orsetto, ma poi tu lo asciughi quando torniamo a casa. Ah, guarda! Ho imparato a nuotare! Sono bravissimo! Però adesso vado, vado a chiamare mamma e mia sorella, che ho visto ci sono i delfini. Andiamo fino da loro e poi torniamo a casa.

9 Marzo 2010

Archiviato in: amoressia — rael @ 08:16

Credevo non esistesse più, per me, la Situazione Tristezza, invece questa mattina alle sette l’ho provata di nuovo, dopo anni.
La Situazione Tristezza, per sua natura, dovrebbe essere uno stato d’animo così accartocciante, così debilitante da temerne il nome stesso, come se a evocarla s’avverasse in un battibaleno.
Invece la Situazione Tristezza è l’equivalente dello schiacciarsi un brufolo: sai che farà male, sai che andrai in giro con un bubbone di carne viva prima e un crostone dopo, ma lo schiacci lo stesso.

La mia Situazione Tristezza, anche detta Brufololand, agli inizi della mia vita si chiamava Daniela e aveva circa sette anni. Non starò a rivangare ricordi vecchi di trent’anni, basti sapere che gente prima di me ci aveva fatto una fortuna in libreria, scrivendone.

Nel corso del tempo ho avuto molte altre Situazioni Tristezza, facendomi capire che essa è strettamente collegata a una cosa in particolare: non la morte di una persona cara, non una malattia o un rovescio finanziario, ma sempre ed esclusivamente la scoperta che chi è in realtà non è.

Daniela, Marina, Anna, Lucia, Enrica e molte, molte altre: invariabilmente andavo a caccia di loro bugie e difetti, scavando e incaponendomi per trovarli e rinfacciarli loro. E, quando li trovavo, si compiva il piccolo miracolo: la Situazione Tristezza si insinuava, facendomi sedere sul divano, abbarbicandomi al pacchetto di sigarette, in una lunga sega che si concludeva nella goduria della mestizia finale.
Mi ha tradito, mi detto una bugia, ne aveva un altro, mi ha spedito l’sms destinato a quello là per farmi sapere della sua presenza. Un parossismo della cattiveria o, meglio, della pochezza umana.

Mi son sempre chiesto se io fossi o un cretino oppure un esemplare rarissimo. Di quegli uomini che, se stanno con una donna, bon, terminé, c’è solo lei. Almeno fino all’arrivo di una nuova, al che il piccolo periodo di bigamia è dovuto a necessità e non alla voglia. C’è Daniela? C’è solo Daniela. Arriva Marina? Via Daniela, esiste solo Marina. E avanti di questo passo, come un tubo di dentifricio a pressione, che premi lo stantuffo alla base ed esce la pasta colorata e mentolata. Il dentifricio che viene fuori lo usi, il suo posto viene preso dallo stantuffo.

Fino al giorno che il tubo è quasi vuoto, dai l’ultima premuta e ti rimane solo più la base di plastica.
Finito il dentifricio. I tuoi denti lavati con lo spazzolino quasi secco si chiamano Claudia.

Claudia, con una situazione particolare. Un fidanzato residente in un’altra città, che porta in casa per le feste comandate, le ferie e un week end al mese circa, la telefonata canonica a determinata ora. Mi sta bene tutto, accetto tutto, anche che mi dica: No, che, scherzi? Mica ci scopo, io. Viene qui ma mica ci scopo. Si installa in casa mia per settimane, ma mica ci scopo. No, no.

Io, agli inizi, non le credevo.
Poi ci ho voluto credere.
Poi le ho creduto.

Infine ho capito.

Aspettavo la Situazione Tristezza.

Perché solo un cretino oppure una donna potevano credere a queste affermazioni, dette all’inizio per mantenere l’alone di magia e poi mantenute perché anche la più piccola delle bugie ha bisogno di esser alimentate dalla verità della loro esistenza.

E io ero, sono, un cretino e, a questo punto, anche donna dentro. Perché lo so che son un mucchio di fregnacce, che nessuno dotato di un po’ di logica e intelligenza ci crederebbe, a Claudia, che quando il suo fidanzato ufficiale va a trovarla stiano lì a guardare i pelouches di lei bambina ben ordinati sullo scaffale della sua libreria. E uno con un po’ di logica e intelligenza le direbbe: Claudia, amore mio, è probabile che tu non ci abbia fatto l’amore, alcune volte, ma solo perché avevi il ciclo e dopo due anni di fidanzamento ufficiale non hai più bisogno di crederti Erica Jong e di imbrattare pure il soffitto in un impeto di pornografia. Ma, vedi, Claudia, amore mio: non sono arrabbiato perché ci hai fatto sesso, amore e tutto quel che comporta. Io mi incazzo per la bugia. Per me puoi anche mostrarmi la tessera di un club privé per scambisti, non mi arrabbio. Mi arrabbio, invece, se ti trovo per sbaglio nel portafogli la tessera, ben nascosta tra la fidaty e la card del benzinaio. Non è il cosa. È l’altro al posto del cosa. È il fatto che io mi ammazzi di seghe pensando a te, solo a te, e tu ammazzi di seghe anche altri, ma dicendomi che ci sono solo io. Che ci fai passare per prete e perpetua. Per il fiore e l’ape.

Dimmelo, dimmi la verità. Ti perdonerei all’istante. Ti amerei ancora di più, per la tua debolezza o per la tua necessità d’essere umana.
Forse, a lungo andare, considererei il tutto uno stato di necessità, dovuto al nostro evolverci assieme.
Forse. Forse capirei che la tua era paura di perdermi. Snza il forse: ti perdonerei all’istante, trascorsi cinque minuti di incazzatura dimenticherei la fidaty, la card della benzina, il prete.

Stamattina, alle sette, mi sono accorto che il rubinetto del lavandino in cucina gocciola.
E neppure tanto discretamente: fa un gran casino. Come se volesse scavare il lavandino a cercare chissà cosa. Oppure a farci l’amore.
Ho bevuto il mio solito caffè, mi sono appoggiato al piano cottura, ho fumato così la prima sigaretta della giornata: in piedi, ascoltando rubinetto e lavandino fare l’amore costanti e infiniti, e mi sono accartocciato dentro a godermi la Situazione Tristezza in tutto il suo splendore.

Poi, Claudia è entrata in cucina, mi ha baciato e mi ha chiesto se volessi un altro caffè.
Prima del mio sì già stava mettendo le nostre due tazzine affiancate, un cucchiaino abbondante per me, un po’ di meno per lei.

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18 Febbraio 2010

Archiviato in: ante litteram — rael @ 18:34

La parola vergogna credo abbia origine in una nuvola fatta a forma di cavolfiore.
Il cavolfiore sopra è bello a vedersi, con una sua sofficità a esplodere in allegria e risate.
Ma sotto, sotto l’eleganza delle foglie verdi che racchiudono lo spumone, è duro e a contatto con la terra. Contadino.
E se ci premi le dita, sui tocchi del sopra, questi si sgretolano come polistirolo umido.

La parola vergogna viene usata e abusata in contesti che poco han a fare con la vergogna stessa.
Il politico tal dei tali dovrebbe vergognarsi; quella donnaccia è senza vergogna; questo bambino chiede senza vergogna. Nella quasi totalità degli intenti, la vergogna viene affibbiata come aggettivo di comportamenti umani. Magari poco sociali, ma umani.
Rubare. Erotizzare. Mentire.

Vergogna è un modo di vivere che impariamo a padroneggiare e associamo alle guance arrossate, al senso di vertigine, al sudore improvviso quando ci dimentichiamo di vergognarsi.

Mi vergogno di ruttare in pubblico; mi vergogno di farmi fare un pompino al cinema; mi vergogno di far rumore quando defeco. Questi gli esempi più tout court a cui pensare.

Ma: se mangio il riflusso e i movimenti del mio apparato digerente mi faranno piantare un abracadabra nel bel mezzo del pranzo di compleanno di mia suocera.  Se è buio, nella sala, e ho voglia di provare un cliché pornografico, afferro speranzoso per i capelli mia moglie. Se vado in bagno dieci a uno che scoreggio. Come le mucche. Né più, né meno. L’unica cosa che mi differenzia dalle mucche è che loro al cinema non ci vanno.

Vergogna. Si vergogni. Che vergogna.
Di cosa, benedetto iddìo? Sono carne e aria e liquido. L’unica cosa di cui provo vergogna son le parole. I gesti inconsulti verbali con cui faccio del male. E più questi son involontari, son incidenti di percorso nel conoscere chi mi sta davanti, più mi vergogno.

Se almeno lo facessi apposta. Se minimamente fossi così stronzo da parlar con intento.

Le parole sono la mia vergogna.
Io non dico mai petto. Faccio giri da circo pur di evitare quella parola. Cassa toracica, sterno, massa muscolare rivestente costole e qualche organo. Io non lo dico. Non ci riesco. Mi vergogno.
E se vado in bagno allago il pavimento aprendo tutti i rubinetti, pur di non farmi sentire anche solo lavare i denti.
Perché mi vergogno.
Più mi vergogno, mi vergogno.

Dida è una vecchia amica di famiglia. Di lei e suo marito ho ricordi frammezzati: il soggiorno bianco con la moquette panna. La A112 con cui mi portarono loro a Nizza, un fine settimana, ché i miei erano andati lì già dalla sera prima. Le sue tette.

Si spogliò in fretta, un pomeriggio, noncurante io fossi lì seduto sul letto a leggere un libro. Ai miei occhi strabuzzati rispose con una risata.

Da allora provo disagio, vergogna a vedere una donna che si toglie il reggiseno all’improvviso, gesto quotidiano, i polsi si piegano dietro alla schiena, lo sterno si sporge e le costole affinano la pelle sopra la pancia.
Tlà-k.
Le spalline scivolano giù e il seno si libera, senza erotismo, senza malizia, è una gabbia di tessuto tolta per far posto a un’altra uguale nella forma e diversa nella foggia.

Provo disagio. Provo vergogna. Provavo disagio. Provavo vergogna.
Fino a quando, ieri, Claudia ha fatto la stessa cosa.
Tlà-k.
E ho visto la bellezza della normalità.

Les Liaisons dangereuses - by leontine-de-stradivarius , www.polanoid.net

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16 Febbraio 2010

Archiviato in: affabulazione — rael @ 17:16

“Non creda, signora, che per essere uomo si debba esser anche bambino.”

Ho inaugurato il lunedì con questa frase, il risultato della mia nuova mania, aver una frase concia e importante da ripetermi a lungo. Magari mettendomi ritto, il peso sulle punte, la pancia un po’ sporgente. Da dire con tronfia superiorità alla vecchia davanti a me, sul marciapiede, che non mi lascia svicolare e camminare libero di contare i blocchetti di klinker.

Al martedì ho parcheggiato ripetendo al cruscotto della mia auto che “Non s’abbia diritto del dolore né inflitto né infitto” e la mia mano sul pomolo del cambio s’è rincagnata con inglese aplòmb.

Al mercoledì Claudia mi ha mandato affanculo che le pareva di stare con il giardiniere di Sherlock Holmes.

Che vita dura, che vita grama, neanche la libertà di poggiarmi i palmi sulle reni e sospirare con una stanchezza che raramente ho provato così forte.

Io vorrei avere di nuovo diciassette anni.
A Settembre ero in corso Venezia e stavo per girare in via Valprato, dirigendomi al lavoro. Erano le mie prime ferie, era da Febbraio che stavo in quella fabbrica di vernici, imparavo un mestiere, certo, e anche quali tram prendere per la visita medica del lavoro minorile.
Appena girato l’angolo a curva, con di fronte l’inizio dei Docks e le ferrovie che correvano velocissime tra le sterpaglie, ho sentito il riposo.
Era una semplice mattina, il dodici mi aveva abbandonato come sempre davanti a Susa, ai piedi del tabarin dove Buscaglione si divertiva, la salita che segnava i davanzali delle vetrate della concessionaria Citroën, fino al tabacchino e il pilone malconcio del ponte, coi ferri dipinti di grigio ral 7001. Era una mattina normale, un lunedì, e io sentivo il riposo. Ero riposato.

Non mi sarebbe mai più accaduto, non credo mi accadrà di nuovo.

Per questo motivo m’atteggio a vecchio, a insigne anziano, mi motteggio e mi ripeto, mi piazzo davanti allo specchio e mi dico frasi che sanno di biscotti vecchi.

Perché sono stanco e non ho niente da fare.

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