Rael is Mozo

9 Marzo 2010

Archiviato in: amoressia — rael @ 08:16

Credevo non esistesse più, per me, la Situazione Tristezza, invece questa mattina alle sette l’ho provata di nuovo, dopo anni.
La Situazione Tristezza, per sua natura, dovrebbe essere uno stato d’animo così accartocciante, così debilitante da temerne il nome stesso, come se a evocarla s’avverasse in un battibaleno.
Invece la Situazione Tristezza è l’equivalente dello schiacciarsi un brufolo: sai che farà male, sai che andrai in giro con un bubbone di carne viva prima e un crostone dopo, ma lo schiacci lo stesso.

La mia Situazione Tristezza, anche detta Brufololand, agli inizi della mia vita si chiamava Daniela e aveva circa sette anni. Non starò a rivangare ricordi vecchi di trent’anni, basti sapere che gente prima di me ci aveva fatto una fortuna in libreria, scrivendone.

Nel corso del tempo ho avuto molte altre Situazioni Tristezza, facendomi capire che essa è strettamente collegata a una cosa in particolare: non la morte di una persona cara, non una malattia o un rovescio finanziario, ma sempre ed esclusivamente la scoperta che chi è in realtà non è.

Daniela, Marina, Anna, Lucia, Enrica e molte, molte altre: invariabilmente andavo a caccia di loro bugie e difetti, scavando e incaponendomi per trovarli e rinfacciarli loro. E, quando li trovavo, si compiva il piccolo miracolo: la Situazione Tristezza si insinuava, facendomi sedere sul divano, abbarbicandomi al pacchetto di sigarette, in una lunga sega che si concludeva nella goduria della mestizia finale.
Mi ha tradito, mi detto una bugia, ne aveva un altro, mi ha spedito l’sms destinato a quello là per farmi sapere della sua presenza. Un parossismo della cattiveria o, meglio, della pochezza umana.

Mi son sempre chiesto se io fossi o un cretino oppure un esemplare rarissimo. Di quegli uomini che, se stanno con una donna, bon, terminé, c’è solo lei. Almeno fino all’arrivo di una nuova, al che il piccolo periodo di bigamia è dovuto a necessità e non alla voglia. C’è Daniela? C’è solo Daniela. Arriva Marina? Via Daniela, esiste solo Marina. E avanti di questo passo, come un tubo di dentifricio a pressione, che premi lo stantuffo alla base ed esce la pasta colorata e mentolata. Il dentifricio che viene fuori lo usi, il suo posto viene preso dallo stantuffo.

Fino al giorno che il tubo è quasi vuoto, dai l’ultima premuta e ti rimane solo più la base di plastica.
Finito il dentifricio. I tuoi denti lavati con lo spazzolino quasi secco si chiamano Claudia.

Claudia, con una situazione particolare. Un fidanzato residente in un’altra città, che porta in casa per le feste comandate, le ferie e un week end al mese circa, la telefonata canonica a determinata ora. Mi sta bene tutto, accetto tutto, anche che mi dica: No, che, scherzi? Mica ci scopo, io. Viene qui ma mica ci scopo. Si installa in casa mia per settimane, ma mica ci scopo. No, no.

Io, agli inizi, non le credevo.
Poi ci ho voluto credere.
Poi le ho creduto.

Infine ho capito.

Aspettavo la Situazione Tristezza.

Perché solo un cretino oppure una donna potevano credere a queste affermazioni, dette all’inizio per mantenere l’alone di magia e poi mantenute perché anche la più piccola delle bugie ha bisogno di esser alimentate dalla verità della loro esistenza.

E io ero, sono, un cretino e, a questo punto, anche donna dentro. Perché lo so che son un mucchio di fregnacce, che nessuno dotato di un po’ di logica e intelligenza ci crederebbe, a Claudia, che quando il suo fidanzato ufficiale va a trovarla stiano lì a guardare i pelouches di lei bambina ben ordinati sullo scaffale della sua libreria. E uno con un po’ di logica e intelligenza le direbbe: Claudia, amore mio, è probabile che tu non ci abbia fatto l’amore, alcune volte, ma solo perché avevi il ciclo e dopo due anni di fidanzamento ufficiale non hai più bisogno di crederti Erica Jong e di imbrattare pure il soffitto in un impeto di pornografia. Ma, vedi, Claudia, amore mio: non sono arrabbiato perché ci hai fatto sesso, amore e tutto quel che comporta. Io mi incazzo per la bugia. Per me puoi anche mostrarmi la tessera di un club privé per scambisti, non mi arrabbio. Mi arrabbio, invece, se ti trovo per sbaglio nel portafogli la tessera, ben nascosta tra la fidaty e la card del benzinaio. Non è il cosa. È l’altro al posto del cosa. È il fatto che io mi ammazzi di seghe pensando a te, solo a te, e tu ammazzi di seghe anche altri, ma dicendomi che ci sono solo io. Che ci fai passare per prete e perpetua. Per il fiore e l’ape.

Dimmelo, dimmi la verità. Ti perdonerei all’istante. Ti amerei ancora di più, per la tua debolezza o per la tua necessità d’essere umana.
Forse, a lungo andare, considererei il tutto uno stato di necessità, dovuto al nostro evolverci assieme.
Forse. Forse capirei che la tua era paura di perdermi. Snza il forse: ti perdonerei all’istante, trascorsi cinque minuti di incazzatura dimenticherei la fidaty, la card della benzina, il prete.

Stamattina, alle sette, mi sono accorto che il rubinetto del lavandino in cucina gocciola.
E neppure tanto discretamente: fa un gran casino. Come se volesse scavare il lavandino a cercare chissà cosa. Oppure a farci l’amore.
Ho bevuto il mio solito caffè, mi sono appoggiato al piano cottura, ho fumato così la prima sigaretta della giornata: in piedi, ascoltando rubinetto e lavandino fare l’amore costanti e infiniti, e mi sono accartocciato dentro a godermi la Situazione Tristezza in tutto il suo splendore.

Poi, Claudia è entrata in cucina, mi ha baciato e mi ha chiesto se volessi un altro caffè.
Prima del mio sì già stava mettendo le nostre due tazzine affiancate, un cucchiaino abbondante per me, un po’ di meno per lei.

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18 Febbraio 2010

Archiviato in: ante litteram — rael @ 18:34

La parola vergogna credo abbia origine in una nuvola fatta a forma di cavolfiore.
Il cavolfiore sopra è bello a vedersi, con una sua sofficità a esplodere in allegria e risate.
Ma sotto, sotto l’eleganza delle foglie verdi che racchiudono lo spumone, è duro e a contatto con la terra. Contadino.
E se ci premi le dita, sui tocchi del sopra, questi si sgretolano come polistirolo umido.

La parola vergogna viene usata e abusata in contesti che poco han a fare con la vergogna stessa.
Il politico tal dei tali dovrebbe vergognarsi; quella donnaccia è senza vergogna; questo bambino chiede senza vergogna. Nella quasi totalità degli intenti, la vergogna viene affibbiata come aggettivo di comportamenti umani. Magari poco sociali, ma umani.
Rubare. Erotizzare. Mentire.

Vergogna è un modo di vivere che impariamo a padroneggiare e associamo alle guance arrossate, al senso di vertigine, al sudore improvviso quando ci dimentichiamo di vergognarsi.

Mi vergogno di ruttare in pubblico; mi vergogno di farmi fare un pompino al cinema; mi vergogno di far rumore quando defeco. Questi gli esempi più tout court a cui pensare.

Ma: se mangio il riflusso e i movimenti del mio apparato digerente mi faranno piantare un abracadabra nel bel mezzo del pranzo di compleanno di mia suocera.  Se è buio, nella sala, e ho voglia di provare un cliché pornografico, afferro speranzoso per i capelli mia moglie. Se vado in bagno dieci a uno che scoreggio. Come le mucche. Né più, né meno. L’unica cosa che mi differenzia dalle mucche è che loro al cinema non ci vanno.

Vergogna. Si vergogni. Che vergogna.
Di cosa, benedetto iddìo? Sono carne e aria e liquido. L’unica cosa di cui provo vergogna son le parole. I gesti inconsulti verbali con cui faccio del male. E più questi son involontari, son incidenti di percorso nel conoscere chi mi sta davanti, più mi vergogno.

Se almeno lo facessi apposta. Se minimamente fossi così stronzo da parlar con intento.

Le parole sono la mia vergogna.
Io non dico mai petto. Faccio giri da circo pur di evitare quella parola. Cassa toracica, sterno, massa muscolare rivestente costole e qualche organo. Io non lo dico. Non ci riesco. Mi vergogno.
E se vado in bagno allago il pavimento aprendo tutti i rubinetti, pur di non farmi sentire anche solo lavare i denti.
Perché mi vergogno.
Più mi vergogno, mi vergogno.

Dida è una vecchia amica di famiglia. Di lei e suo marito ho ricordi frammezzati: il soggiorno bianco con la moquette panna. La A112 con cui mi portarono loro a Nizza, un fine settimana, ché i miei erano andati lì già dalla sera prima. Le sue tette.

Si spogliò in fretta, un pomeriggio, noncurante io fossi lì seduto sul letto a leggere un libro. Ai miei occhi strabuzzati rispose con una risata.

Da allora provo disagio, vergogna a vedere una donna che si toglie il reggiseno all’improvviso, gesto quotidiano, i polsi si piegano dietro alla schiena, lo sterno si sporge e le costole affinano la pelle sopra la pancia.
Tlà-k.
Le spalline scivolano giù e il seno si libera, senza erotismo, senza malizia, è una gabbia di tessuto tolta per far posto a un’altra uguale nella forma e diversa nella foggia.

Provo disagio. Provo vergogna. Provavo disagio. Provavo vergogna.
Fino a quando, ieri, Claudia ha fatto la stessa cosa.
Tlà-k.
E ho visto la bellezza della normalità.

Les Liaisons dangereuses - by leontine-de-stradivarius , www.polanoid.net

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16 Febbraio 2010

Archiviato in: affabulazione — rael @ 17:16

“Non creda, signora, che per essere uomo si debba esser anche bambino.”

Ho inaugurato il lunedì con questa frase, il risultato della mia nuova mania, aver una frase concia e importante da ripetermi a lungo. Magari mettendomi ritto, il peso sulle punte, la pancia un po’ sporgente. Da dire con tronfia superiorità alla vecchia davanti a me, sul marciapiede, che non mi lascia svicolare e camminare libero di contare i blocchetti di klinker.

Al martedì ho parcheggiato ripetendo al cruscotto della mia auto che “Non s’abbia diritto del dolore né inflitto né infitto” e la mia mano sul pomolo del cambio s’è rincagnata con inglese aplòmb.

Al mercoledì Claudia mi ha mandato affanculo che le pareva di stare con il giardiniere di Sherlock Holmes.

Che vita dura, che vita grama, neanche la libertà di poggiarmi i palmi sulle reni e sospirare con una stanchezza che raramente ho provato così forte.

Io vorrei avere di nuovo diciassette anni.
A Settembre ero in corso Venezia e stavo per girare in via Valprato, dirigendomi al lavoro. Erano le mie prime ferie, era da Febbraio che stavo in quella fabbrica di vernici, imparavo un mestiere, certo, e anche quali tram prendere per la visita medica del lavoro minorile.
Appena girato l’angolo a curva, con di fronte l’inizio dei Docks e le ferrovie che correvano velocissime tra le sterpaglie, ho sentito il riposo.
Era una semplice mattina, il dodici mi aveva abbandonato come sempre davanti a Susa, ai piedi del tabarin dove Buscaglione si divertiva, la salita che segnava i davanzali delle vetrate della concessionaria Citroën, fino al tabacchino e il pilone malconcio del ponte, coi ferri dipinti di grigio ral 7001. Era una mattina normale, un lunedì, e io sentivo il riposo. Ero riposato.

Non mi sarebbe mai più accaduto, non credo mi accadrà di nuovo.

Per questo motivo m’atteggio a vecchio, a insigne anziano, mi motteggio e mi ripeto, mi piazzo davanti allo specchio e mi dico frasi che sanno di biscotti vecchi.

Perché sono stanco e non ho niente da fare.

17 Novembre 2009

Archiviato in: ... — rael.is.real @ 23:44

Ricordo d’aver pensato: in fondo è tornare bambini.
Quando sei piccolo non hai ricordi, ma associazioni: cibo, mangiare, fame, vasino, madre. gioco, sudare, sgridata, padre. merenda, nonna. luci, natale. E poi? Poi inizi a dimenticarti.

Di questa casa conosco ogni anfratto, ogni angolo: sebbene sia quella con l’aspetto più antico e signorile, è la più nuova dell’intero borgo. Affianco vendono un vecchio stabile diroccato che di anni ne ha almeno il quintuplo. Però sulla facciata di questa campeggia una lapide a un giovane ucciso il 25 d’Aprile ‘45. È pieno di lapidi di persone uccise tra il 23 e il 25: regolamenti di conti e imboscate, qui giace colui ha il suo nome inciso sull’acqua del torrentello ove sua madre strizzava i panni. A monte il risciacquo, a valle la saponata.
Che non sia morto davvero contro questo muro portante, costruito quarantotto anni dopo, non importa a nessuno e neppure a quelli dell’Anpi che vi han incollato sopra un mazzetto di fiori di plastica.

Ricordo di aver tolto la camicia e indossato una vecchia maglietta del festival metal di Málmø.
Ricordo che a me il metal non piace. Associo il metal a una macchina che sfrisa la fiancata contro un’altra mentre tentano di parcheggiarsi affianco l’un l’altra.
Ricordo e associo.

Ricordo e associo il sapore di metallo all’uovo.
Albumina.

Irina aveva due sogni nella vita: il primo era sposarsi agiatamente con un uomo tanto bello da piacerle e poco attraente perché non piacesse alle altre; il secondo di trovare un uomo con cui soddisfare il suo sogno erotico di verstirsi da Lara.

Il primo sogno fu semplice da attuare: una volta trovato quello che corrispondeva ai propri parametri, con una bella dose di fortuna perché Mauro non era più giovanissimo, aveva quasi quarantaquattro anni e quindi vent’anni di marchette: significava un lavoro ormai solido e aver imparato a vestirsi. Tutto si ridusse a conoscerlo, farsi piacere e rendersi indispensabile alla sua vita.

Irina non si chiamava davvero così: all’anagrafe faceva Emiliana, Milla per gli amici più intimi, e la sua unica passione vera era la Russia.
Non la Russia di oggi, sporca ruffiana e mafiosa: ma la Madre Russia, con la neve e le scarpe con le suole rinforzate, i cappotti di fustagno e i fazzoletti acconciati attorno ai capelli.
Irina, Milla, Emiliana era giovane e tutto quel che sapeva le veniva da libri e al massimo da qualche film in bianco e nero. Certo era che la Russia era comunque dalla parte del giusto: né buona, né cattiva, semplicemente giusta.

Durante il fidanzamento con Mauro, che durò all’incirca due anni, giusto il tempo per vedere se la cosa funzionava in pubblico con amici e parenti, se il sesso era piacevole e se le spese venivano coperte da lui con savoir faire piuttosto che da uno pseudo femminista alla romana, Irina diede segni di questa sua passione culturale. E quando Mauro come regalo per il primo anniversario le regalò l’edizione del 1957 dei discorsi di Khruščёv lei si sentì un piccolo fuoco ardere tra le nevi delle sue viscere.

La proposta di matrimonio Mauro gliela fece durante un’infuocata discussione su quanto fosse stato disgraziato Paolo Villaggio a trattare così male La corazzata Potëmkin: Milla era infervorata a dire la sua sulla cultura così disgraziatamente bassa dell’italiano medio, mentre Mauro riusciva a infilarsi nel monologo solo a sprazzi e non veniva ascoltato nel suo ribadire che quella era la Corazzata Kotiomkin, ma tutto era inutile, tutto inascoltato e quindi mise la mano in tasca e ne trasse la scatolina comperata quel pomeriggio stesso con la prospettiva di darglielo alla prima occasione buona.

-Che cos’è.
-Indovina.
-Un gioiello?
-Apri, no?
-Ho paura.
-Allora invece che dartelo te lo chiedo: mi vuoi sposare?
-Sì.
-Davvero?
-Sì.
-Oh.
-Era Potëmkin.
-…
-
Non Kotiomkin.

Il secondo sogno fu più difficile da attuare perché Mauro aveva sì un bel po’ di soldi da parte e una bellezza che passava inosservata alla maggior parte delle donne, ma anche viveva ancora con la madre, vedova e bisognosa di cure. La casa era grande, molto grande e il caro prezzi a metro quadro tagliò la testa al toro: avrebbero vissuto nell’alloggio con la suocera che, adorabile vecchietta, s’era fatta apprezzare senza essere invadente.

-di un uovo di fabergè dimenticato in una valigia color cuoio scurissimo con le fibbie d’un beige sporco attorno: questo uovo era tanto fragile che Irina diede ordine alla sua cameriera personale, nonché unica confidente e pseudo amica, di avvolgerlo in strati e strati di carta velina finissima alternati a sciarpe di seta tessuta a trama ancora più fina della velina stessa e di nasconderlo in un luogo ove non potesse essere toccato e di conseguenza rotto anche solo per la leggera pressione dei polpastrelli del pollice e dell’indice.
l’uovo era minuscolo, un uovo di quaglia con i più fini diamanti e i più piccoli opali ammezzo i più minuscoli smeraldi circondati dai più microscopici lapislazzuli: avvolto avvolto diverntò grosso come l’uovo d’uno struzzo e non c’era contenitore tanto grande per conservarlo ma che allo stesso tempo passasse inosservato.
fu così che Tanjia si ricordò della valigia che il suo bisnonno usò per arrivare a pietroburgo cento anni prima e riposta nel sottotetto dell’ala nord della parte ovest della dacja nella finta steppa siberiana ricostruita nel palazzo d’inverno per dare smacco alla fattoria voluta da Maria Antonietta a Versailles.

Questo mi raccontava la notte Milla, invece di far l’amore con me. Io provavo a chiederle chi fosse Tanjia, mi perdevo dentro questo uovo con su disegnato un giardino e mi addormentavo sereno.

20 Settembre 2009

Archiviato in: ... — rael.is.real @ 22:26

Certo io non ero convinto, non me lo si può accusare, questo.
Solo che non so come io abbia fatto a ritrovarmi lì, di botto, così.
Ero con lo sguardo fisso sul mio orologio, faceva le due del pomeriggio, e adesso alzando lo sguardo sono a stazione Principe ed è già come notte.
Maria Cristina mi dice: fa buio presto, la sera.
E ci siamo incamminati, su un marciapiede che era pericolosamente simile a quelli dei lungo Navigli, era buio ormai, appunto, e i negozi o erano già chiusi oppure chiudevano. Che tu guardi dalla portafinestra dei negozi, ti alzi in piedi a superare la merce esposta in vetrina, e vedi queste persone non più obbligate a sorridere, a star ritte e veloci a proporti merce, offrirti alternative, mostrarti i prezzi: si siedono, un po’ distese sui banchi, a contar soldi, a riporre a posto cose, un sacchetto a terra, da portare a casa; le lampade spente a metà, la porta dello sgabuzzino a mostrare scopettoni e secchi, la luce accesa nel bagnetto pieno di cataloghi e scatoloni.

Maria Cristina parlava a ruota libera, e c’era questo fiumiciattolo strano sulla nostra destra, sormontato a volte da piccoli ponticelli su cui persone giovani si sedevano dondolando i piedi nel vuoto. Mi ricordavano me da piccolo, seduto sulla seggiovia, gli occhi fissi sulle stringhe pregando non si slacciassero e le mie scarpe non cadessero nel vuoto. Solo dopo un po’ mi calmavo, capivo quanto fosse impossibile perdere non dico tutte e due ma almeno una scarpa, e poi mi cadeva l’occhio su una pietra a forma di mocassino, cinquanta o sessanta metri più giù, ed eccomi fino al nuovo pilone stringere le mani e gli occhi pregando di non arrivare in cima in calzini.

Era buio, sì, sempre di più, quel buio strano e innaturale del primo inverno, che guardi l’orologio e ti stupisci non sia ancora ora di cena. Maria Cristina aveva indosso un pellicciotto chiaro con inserti di camoscio che si mischiava, nel collo, ai suoi capelli ricci venati di grigio. Maria Cristina è una di quelle donne che si fanno vanto della propria età, salvo sputare veleno su qualunque essere femminile che dimostri di avere tra i diciassette e i trentatre anni d’età. Guarda Quella, appunto mi diceva, come si fa ad andare in giro conciata così?

La Quella in questione, in effetti, era vestita da ventenne in cerca di maschi da cambiare con la velocità di una rotativa: io non riuscivo a comprenderne i difetti fisici o d’atteggiamento. Ma cos’ha di strano? chiesi consapevole che avrei potuto domandare di tutto, dal big bang all’impollinazione del bambù, ma non fare una domanda difensiva all’indirizzo di Quella. Che più di venticinque anni non poteva avere.

Maria Cristina accelera il passo, di botto, strattonandomi un gomito a trascinarmi via e mi prende una malinconia per questo mio sciocco vizio di perdermi nei dettagli, nelle scenografie e le coreografie, carrettate di parole a fare di tutto un contorno e non vedere il fulcro delle cose.

Per esempio: io non so bene perché io sia qui con Maria Cristina, a cavallonare un marciapiede di una città che odio ben sapendo che sono in una città che amo, cioè: io son sceso dal treno che era Genova e ora son qui che costeggio il Naviglio Grande milanese. Almeno, nella mia visuale, nel mio mischiare foto e città, sensazioni e ricordi, desideri e realizzazioni. Senza contare il fatto che di esser sceso dal treno ne son convinto io e io soltanto, ma in realtà non mi ricordo il momento esatto in cui mi son alzato dal sedile, preso la mia borsa, raccolto le mie cose, indossato la giacca e rimasto a guardare la porta sfrecciare perché mi son preparato a scendere troppo in anticipo. Sbagliando, di sicuro, il lato da cui scendere.

Non mi ricordo, son certo di aver fatto qualcosa in questo lasso di tempo che non ricordo, ma nel frattempo Maria Cristina mi prende la mano e mi trascina verso il supermercato.

“Non c’è nulla per cena” mi dice.
“Ma io devo prendere il treno per tornare a casa” le rispondo.
“Sì, sì”, lei è già ai tornelli per entrare.
“Ma quanto ci mettiamo?”
“Non più di un’ora e mezza”.

Avere questo blocco orario, novanta minuti, mi angoscia ancora di più che navigare a vista. So che per un’ora e mezza avrò la necessità di guardare l’orologio, sudare freddo al pensiero di sforare, impazzire per la certezza che saranno in realtà due ore, se non di più, e mi preparo risposte, scuse, storie per giustificare.

Per scriverne, l’indomani.

Maria Cristina afferra un sacchetto di insalata pronta: dice che è più sana di quella del verduraio, e comunque costa di meno, in termini di manodopera e velocità di preparazione.
Riempie il carrello, ma io son affascinato da questo nuovo buco: quando ha preso il carrello? Era una moneta da un euro o da due, quella che ha usato per sbloccarla? E quando ha preso il portamonete dalla borsa, quando s’è diretta alla colonna di carrelli? Cosa facevo io, nel mentre? Dov’ero?
L’uniche cose certe son che ha preso quello con la convergenza sbiellata, e tocca a me condurlo.
Due certezze certe ovunque, in qualunque posto, in ogni tempo, per tutti gli uomini. Ruote impazzite e spingere in silenzio.

Maria Cristina parla, parla, mi sorride, agita i boccoli grigio biondi, sbuffa, guarda le altre e controlla se io le osservi; Maria Cristina arraffa, afferra, agguanta: compra prelevando dagli scaffali ancora prima di consegnare regale la sua carta di credito alla cassiera.

Siamo alla cassa e io ho avuto un altro black out. Poi, dimentico il mettere le cose nei sacchetti, uscire, rivedere il buio più tardi di poco prima.

“Devo andare, devo. Perdo il treno” dico.
“Ma non vieni a casa mia, mi aiuti con la spesa, ti preparo qualcosa, dormi con me” mi supplica.

Io ora più che un vuoto di scena leggo la sceneggiatura successiva: sì, certo, cena, due chiacchiere, e poi vorrà scopare e io son quasi allo scadere dell’ora e mezza, sento il mio treno partire mentre ancora arranco verso la stazione, la mano in tasca a controllare il biglietto di continuo.

“No, no, davvero, mi spiace”. Riesco a essere anche contrito.

Sono seduto, il vagone si agita sui binari, si piega un po’ lungo le curve.
Ancora non capisco come io possa aver camminato lungo il Naviglio. Credo fosse un’associazione d’idee, era solo un rigagnolo, un torrentello oppure uno scolo d’acque reflue verso il mare.
La mia memoria è stanca, di Maria Cristina ho solo un’idea di capelli color pellicciotto frammezzato di stoffa scamosciata beige chiara. Mi addormento cullato dal treno, mi riprometto di smettere di incontrare persone conosciute via internet. Perché poi mi dimentico cosa loro scrivono.

“]”]Time To Run, fablore[České nás] su flickr
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