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suEgiu

Categories: ante litteram | May 7th, 2008 | by rael.is.real | 4 comments

Fagiolinosù e Fagiolinogiù Si Risvegliano dal Lungo Sonno.

Fagiolinosù e Fagiolinogiù si risvegliano da un lungo sonno durato trentacinque anni facciamo trentasei. Fagiolinosù, essendo più piccino, spalanca gli occhi e la bocca, le crosticine che si sbriciolano tra le palpebre. Fagiolinogiù, più robusto e pressante, si esibisce in uno stiracchiarsi con gesto ginnico, opplà.

Fagiolinosù e Fagiolinogiù si Guardano Attorno.

Fagiolinosù e Fagiolinogiù si guardano intorno spaesati perché non sanno dove si vada a fare la colazione. Fagiolinogiù guata all’orizzonte e sente in lontananza profumo di omelette alla nutella. Vieni giù, dai! Fagiolinosù si sporge e grida di aver visto una ciotolona muesli mischiati con lo yogurt. Vieni su! Si guardano. Nessuno dei due fa un passo verso l’altro.

Fagiolinosù e Fagiolinogiù Fan Colazione da Soli e Poi Fumano la Sigaretta.

Fagiolinosù e Fagiolinogiù fanno colazione ognuno per conto proprio perché non han trovato le scale per chi scende e chi sale. Han bevuto una bella tazza di caffè e tornano al loro posto per fumarsi una sigaretta. Fagiolinosù ha l’accendino. Fagiolinogiù ha il pacchetto delle bionde. Lancia su lo zippo! Gettami le siga! Fagiolinogiù lancia e acchiappa, lo stesso fa Fagiolinosù. Ridammi l’accendino! Buttami le sigarette! Il tempo scorre veloce verso l’ora di pranzo.

Fagiolinosù e Fagiolinogiù Gradirebbero Pranzare.

A Fagiolinosù e Fagiolinogiù farebbe molto piacere godersi un buon pranzo assieme ma comprendono ci siano logistiche eumotorie che potrebbero inframmettersi alla loro voglia di piazzarsi a un buon tavolo con i piatti di porcellana. Allenati dalle sigarette e l’accendino, cominciano una staffetta che dà i suoi frutti in pochissimo.
Fagiolinosù getta con grazia e allegria pezzi di wurstel, tocchi di pane del mulino bianco, quadrotti di parmigiano reggiano. Fagiolinogiù è in serie difficoltà a sparare per aria cocacola e redbull: quando gli piomba in testa un grissino intinto nella maionese smette di sciacquettare e si siede a mollo a gustarsi cosa gli arriva. Fagiolinosù strilla che non è giusto, rimostra, si lamenta: Fagiolinogiù addenta serafico mezzo kinder quando viene ustionato da una tazza di caffè bollente.

Fagiolinogiù e Fagiolinosù Guardano la Tv.

Fagiolinogiù e Fagiolinosù si accomodano a vedere la Tv pomeridiana. Fagiolinogiù attacca una filippica di quando era giovane lui e c’erano DeeJay Television e Daitarn Tre e poi si arrivava a sera con Belle et Sebastien e Lady Oscar che lo trasmettevano in contemporanea al telegiornale su Rai Due che c’era ancora Mario Pastore e al lunedì su Rai Uno c’era il film della settimana con la sigla del gabbiano e Lucio Dalla col sax e iniziava alle otto e mezzo, non alle nove e venti che tra pubblicità e tutto si arriva a mezzanotte russando sul divano. Fagiolinosù osserva con occhi sbarrati il vuoto colorarsi di embolia cerebrale mentre si addormenta ascoltando Fagiolinogiù sempre più lontano.

Fagiolinosù e Fagiolinogiù Si Farebbero Volentieri una Birretta.

Fagiolinosù e Fagiolinogiù si farebbero volentieri una birra ma il pranzo li ha sconvolti. La pioggia di salatini e Bock rossa li investe con tristezza. Fagiolinogiù addenta un cipster giusto per far qualcosa.

Fagiolinogiù e Fagiolinosù Decidono per Tavoli Separati a Cena.

Fagiolinogiù e Fagiolinosù decidono di comune accordo di mangiare ognuno per conto proprio. Insoddisfatti, al caffè si urlano i propri scazzi enogastronomici. Quello su s’è beccato tutto bollente e duro da masticare, quello giù sciacquatura di piatti fredda e pappette da gerontocomio. Per la sigaretta Fagiolinosù ne accende una e la lancia a Fagiolinogiù, il quale invece di ringraziare si lamenta del bruciore.

Fagiolinosù e Fagiolinogiù Se Ne Vanno a Dormire.

Fagiolinosù e Fagiolinogiù se ne vanno a dormire e nel tepore delle coperte si risvegliano allarmati da conversazioni rubate.
E se è roba da togliere?
Chi, cosa, chiede Fagiolinosù.
Se sono tutti e due maligni?
Fagiolinogiù fa gesti scaramantici molto volgari.
Non preoccuparti, non è niente amore, dormi.
Fagiolinosù approva: non è niente. Fagiolinogiù invece si offende, a lui di essere “niente” nessuno può dirglielo così, a gratis. A suo cugino Metastasio che è grosso come un camion mica si permettevano di dire “sei un niente”.
La prossima settimana fai l’esame e vedrai che ti sei preoccupata per nulla, amore, ci riderai su.
Fagiolinogiù ride a sua volta e in anticipo, una risata crassa e sardonica, crudele e vendicativa. Fagiolinosù, più materno, prova un moto di commozione e di tristezza.
Dormi dai.
Fagiolinogiù già russa, scomposto. Fagiolinosù aspetta il sonno studiando tecniche alternative per mangiare decentemente. Magari se diventa più grosso, se si sposta, se si espande. Magari, domani vediamo.

click per la musica, D. Byrne Selena, God's Childimage @ www.opendeco.es - click per la musica D. Byrne and Selena, God's Child

canzone triste

Categories: affabulazione | May 1st, 2008 | by rael.is.real | 4 comments

A volte mi prende una specie di tristezza, come spegnere l’interruttore delle luci su una pista di autoscontri. Ci sono ancora due gruppetti di ragazzi, in lontananza, e una coppia si bacia, ma intanto le luci si spengono e i teloni coprono le macchinine.

Questa tristezza mi si infila sotto le unghie di solito durante le festività. Soprattutto a Natale e al mio compleanno. In quei due giorni distinti, forse complice l’obbligatorietà dell’essere felici, mi agguanta una gran voglia di stendermi sul divano, addormentarmi e non chiedermi troppo insistente se si accorgeranno che non son con tutti a scartare i regali.

Se ci sono ponti, giorni di festività ravvicinati, la mia voglia di salire su un treno e far perdere le mie tracce raggiunge vette impensabili. Ma il top lo raggiungo il primo Maggio.

Ho un desiderio, fin da ragazzo: andare al Concerto Del Primo Maggio, a Roma. So che morirò prima oppure lo abolireranno, insomma, in un qualunque modo io non riuscirò mai ad andarci, a pogare in mezzo a tutti quei ragazzetti, a sudare, cantare e tirarmi sulla testa uno striscione con su scritto Francy TVB oppure Cagliari Presente. E questo, sommato alla gente felice di stare in coda il primo di Maggio di ritorno dalla scampagnata e alla infelice tristezza di default nei giorni festivi, ecco, mi fa stare su questo divano a chiedermi perché io non sia una rockstar circondata da donne discinte e montagne di cocaina, così potrei scriverci una canzone:

Io, di mio, sarei un dio
sarei felice di questa vita
e ti parlerei di mille cose
se solo tu mi ascoltassi
dirti di Bologna e di Roma
dei loro cieli lontani
col fumo salire di bombe esplose
e i passi di una ragazza
chiamata a girarsi per farmi vedere
se abbia il tuo viso e il tuo sorriso
scappata su gambe belle come le tue
invece sei qui affianco a me
che mi chiedi perché non parli
mentre ti dico perché non mi senti

c’è la pubblicità, ne approfitto per andare in bagno a fare pipì.

Interruzione del libero scambio di informazione

Categories: affabulazione | April 19th, 2008 | by rael.is.real | one comments

Il padrone del locale ha una statura bassa e un papillon abbinato alle bretelle sulla camicia bianca e ci sorride con una miriade di rughe che gli esplodono tra gli occhi e la bocca. Mi chiede se io voglia il bloody mary appena ordinato con ghiaccio, senza ghiaccio oppure shackerato. Poiché già mi fermo a ricordare se sia il tabasco oppure la worcester, nel blodimeri, da spruzzare assieme al pepe e la goccia di limone, decidere quale delle tre versioni sia la corretta è oltre la mia necessità di passare per gran figo che non teme di far figuracce. Quindi, con un sorriso, gli rispondo di far lui.
Lui trotterella con le gambe corte al bancone, ci gira dietro e inizia a creare.

Perché è proprio creare, quel che fa. Riesco a distrarmi dalla conversazione, Anna si alza per la terza volta da quando ci siamo seduti, per riempirsi il piatto di stuzzichini. Io guardo il barman. Si agita. Mischia, versa, aggiunge, mescola e poi shackera. Allungo il collo per vedere che cosa mette dentro -tabasco o worcester?- ma niente, tanto lui è basso quanto il bancone alto e Anna torna al tavolo con il cibo. Ha negli occhi la golosità dei.. dei… nervetti? Insalata di nervetti? Mi viene da vomitare.

Nel locale ci sono poche persone. Qualcuna parla di politica. Sento il ghiaccio raffreddare il mio succo di pomodoro addizionato di non so che. Sento Anna masticare i nervetti. Sento i tizi dire che il comunismo, e il fascismo e questo e anche quello. Sento quelli dietro di me criticare una collega di lavoro, o un’amica. Sento la musica che ha un volume alto. Sento che esco a fumare una sigaretta.

Fuori, fa freddo e piove. Mi appoggio al muro, il balcone sopra me mi ripara. Dall’altro lato della strada una donna corre veloce, raggiunge la macchina, ha dei sacchetti in mano, si incasina con la chiave, la borsa, i sacchetti, piove sempre più forte e io sono qui sotto un balcone con una sigaretta che mi porto alla bocca senza sentirne il sapore.

È stato in quel momento che, poi mi sono accorto, ho perso qualche capacità sensoriale.
Il gusto, per iniziare. Quando sono rientrato nel bar ho assaggiato il bloody mary ormai sul tavolo e non ho assaporato nulla. Anna mi ha fatto mangiare un tramezzino grosso come il telecomando dell’auto, farcito non saprò mai di che. E niente. Ho fumato ancora, poi, nel corso della serata, io fumo oltre due pacchetti al giorno, l’ultima a letto perché ho sempre amato la nicotina mischia al dentifricio, e ho dato la colpa alle sigarette comperate al duty free rumeno durante l’ultimo viaggio di lavoro. Lo sanno tutti che le sigarette buone si trovano solo in Italia e in Francia. Agli aperitivi seguenti, a cena, a leccare Anna e a lavarmi i denti ero troppo ubriaco per farmi domande.

Il mattino dopo mi sono svegliato con un mal di testa atroce e tre ore di ritardo sulla tabella di marcia. Non ho sentito la sveglia. Non sentivo rumori. Un raffreddore mi sono detto. Solo dei brusìi di sottofondo, sono corso in ufficio ma tanto valeva. Non sentivo. Dal dottore, che mi ha prescritto degli antibiotici, un raffreddore, mi ha detto.

Gusto e udito, ci stava: mangiavo troppo, bevevo altrettanto e le chiacchiere di Anna mi assordavano, così eliminare per interesse non poteva che farmi bene. Un giorno. Due. Al terzo mi sono scocciato, anche perché non avevo naso gocciolante o tosse e febbre, ero in perfetta forma.

Anna viene a trovarmi, per cortesia e per saccheggiarmi il frigo. Mangia di continuo. È magra, molto, ma disgusta persino vederla trangugiare di tutto. Mi parla a gesti o scrivendomi appunti. La sua pazienza è proporzionale al suo interesse per me: sui foglietti appaiono sì e no, domani, non so. Si gira e vedo che non prende carta e penna. Non dà segni di avermi inteso. Mi alzo e le tocco una spalla, le chiedo di nuovo se ha deciso cosa fare quella sera, se si ferma a dormire da me o se ne va. Mi guarda stranita. Ripeto la domanda. Lei scrive veloce. Parli ma non esce nulla. Prende il telefono, chiama il pronto soccorso. Io mi siedo sul divano improvvisamente stanco.

Non mi trovano nulla. Non sono sordo, non sono muto, non ho le papille gustative bruciate con qualche acido. Non ho tumori alla testa, non ho edemi, non ho aderenze, adenomi, cisti, lividi, botte. Sono sanissimo, peccato che io non senta e non possa farmi sentire.

Mi dimettono dopo dieci giorni. Al lavoro mi hanno già sostituito di sicuro. Anna è via verso nuovi lidi.

E mi accorgo, come un coglione, che alla fin fine era quello che avevo sempre vaneggiato in giro di volere. Ritirarmi in me stesso, non dover più né ascoltare né dire, il sentire più puro portato all’estremo sia in dare che ricevere, non ricevere informazioni, gusti. Posso mangiare un pezzo di cracker e far finta che sia un udon appena tirato su dal brodo. Ho dovuto imparare il linguaggio dei sordomuti per mera necessità sociale, ma lo uso il meno possibile. Il telefono, per me, è un soprammobile. Di un film ora so apprezzare scenografia e fotografia.

Non mi sento solo. Era quello che volevo.

No cazzo, dico, io mi sento solo come un cane, perché questa non è una tagliatella giapponese, è solo un cazzo di cracker e ho controllato sulla scatola, è pure scaduto.

Claire Harvey, Post Its, 2003-4

menage à trois

Categories: affabulazione | April 15th, 2008 | by rael.is.real | 2 comments

Dopo alcuni giorni di pioggia, stasera è uscito il sole. Ha piovuto tanto che le gemme dei fiori son pregne di gocce pronte ad asciugarsi, se mai si desse loro la possibilità. Che non c’è stata, finora, perché ha piovuto di continuo, a sprazzi, con violenza, con costanza. Stasera, quando la logica portava un po’ di buio sempre più scuro, s’è rasserenato il cielo.

Lungo la strada molte pozze si fanno attraversare. C’è un vecchio sul marciapiede, ha un cane al guinzaglio. Rallento per non lavarli con gli schizzi.

Non è che ci sia una storia, in tutto ciò. Semplicemente, io esco dal lavoro, noto che non piove più e invece di essere sera è assolato. Le strade sono piene d’acqua e c’è un anziano col cane che si chiede se torneranno a casa asciutti o fradici.
Non deve esserci una storia per forza. A volte mi fate notare che non ci son storie, in quel che vi dico. Però non considerate che magari ho nulla da dire. Noto. Annoto. Ve lo dico. Se vi piace, se ne discute. Se non vi piace, io mi accendo una sigaretta, voi magari guardate in alto nel cielo e considerate che per essere quasi le otto di sera è ancora incredibilmente chiaro.

È fastidioso essere sul ciglio della strada con le macchine che giocano all’acqua planing. Molto fastidioso. Il mio cane è più scocciato di me, perché poi per due giorni dovrà sorbirsi lamentele sull’odore del suo pelo. Del resto, se un odore si chiama Cane Bagnato non è che possiamo star a disquisirne. Si chiama così, punto. Lui continuerà a puzzare, mia moglie a lamentarsi, io a sopportare sia uno che l’altro. C’è una macchina che rallenta, mi accorgo che lo fa per non schizzarmi. Fa piacere avere queste piccole gentilezze, ogni tanto.

Mi accorgo che un camion con rimorchio sta per imboccare il tunnel. Se entra prima di me me lo sorbirò per tutto il tragitto, magari a trenta all’ora.

Scendo dal marciapiede. Magari rallenta abbastanza da farmi attraversare.

Ennò, mi devo sbrigare, che stasera voglio prendermi la pizza dal pizzarolo davanti casa, mi piazzo sul divano, una birra e poi in tv a rilassarmi, che sono stanco.

Il cane non mi segue. Lo strattono. Eddai, vieni

Accelero

Edd

Cè un palazzo, davanti all’imbocco del tunnel. Avevo già notato che tre terrazzi han la parabola installata. Il palazzo è di color rosa antico, un po’ sporco. Le tre parabole segnano come una foto la bocca della galleria. Sembrano nei sulla guancia di cemento. Sembrano tre bottoni affianco il forno del pizzaiolo. Cerco assonanze mentre l’ambulanza corre via, mentre la polizia mi fa domande. Il cane mi guarda dal marciapiede.

images @ www.jameswisnowski.com

di considerazioni serali dopo cena

Categories: affabulazione | April 8th, 2008 | by rael.is.real | 5 comments

Ti rimane solo da vedere la televisione, la sera, mentre le gambe ti implodono nel divano per la stanchezza. Il ginocchio sinistro cede e inizia a tremare. Proprio, saltella. Tlack tlack tlack. Hai anche mal di testa. Sopra l’occhio destro. Senti pulsare. Puck puck puck. Tua moglie commenta le notizie del telegiornale. Che hanno sparato un delinquente. Che un delinquente ha picchiato un vecchio. Che un vecchio ha molestato dei bambini. Che i bambini hanno il cellulare. Blah blah blah. Ti prego stai zitta, dice il ginocchio. Ti prego taci, rimarca l’occhio. E senti anche un principio di nevralgia. Sopra il dente. Presagi un sottile trapanamento dello zigomo. Con il dente che pervade con le sue radici persino le orecchie. Shhh shhh shhh. Arrivano i bambini, di corsa. Uno sul ginocchio, l’altro addosso alla faccia, la loro gioia per la tua cervicale. Che si inchioda. Ti separa le vertebre del collo. Ti fa sentire i cubetti d’osso scivolare sui dischetti erniali. Fitz fitz fitz. Non vedo l’ora di andare a dormire. Tua moglie ti guarda, delusa. Poi scazzata. Poi rassegnata, Infine soddisfatta di averle confermato che, di scopare, non se ne parla più. Tzk tzk tzk. Ti senti uno straccio. Ti senti morire. Ti senti inutile. Un’appendice. Un ramo cigolante. Brullo, noioso, fermo, arido. Poi, ti dici: ma cazzo, son vivo. Ho male dappertutto, sono stanco, ho la testa che esplode, le palle che girano, i pensieri che si affollano, il cazzo che si rifiuta, il callo che segna il tempo. Non è forse questo essere vivo? Sentire tutti questi segnali, queste fitte e questi spigoli: se tu fossi morto non sentiresti nulla, quando sei riposato e sereno soprassiedi, non provi nessun dolore perciò, per una proprietà transitiva lontana quanto la piccineria del banco di scuola a cui ti aggrappavi, se sei felice non ti ascolti e quindi non vivi ma se sei infelice vivi e ti senti.

fai click per la musica

foto di Colourblind

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