Rael is Mozo

24 Novembre 2011

Archiviato in: affabulazione — rael @ 15:21

Stamattina una signora s’è fermata di fronte a me, che giravo in vuoto e in largo in cerca delle fiale di eleutorococco-ginkobiloba-ginseng-tritolo inutilmente, lungo le corsie dell’ipermercato.

“Sa dirmi che giorno è oggi?”

L’ho guardata, ho accennato il sorriso dei pazzi.

“Non sono sicura, è il ventidue?”

Ho annuito.

Quando s’è allontanata ho controllato sul telefonino, ma c’è solo l’ora, erano le 11:24.

16 Luglio 2011

Archiviato in: affabulazione — rael @ 15:54

Il miserabile foglio, abbietto e vile, appoggiato sul tavolo della cucina sollevava da una condanna immediata alla sofferenza il nucleo famigliare, posponendo di indeterminato tempo il momento del prendersi per i capelli per questioni di eredità.

L’orologio d’oro è mio, tu se vuoi puoi prenderti quei quattro strofinacci lì dell’ikea. Ma come, non volevi un tuo ricordo? Li ha usati per anni, tutti e quattro, a rotazione. Mica ti offro quelli seminuovi che usava mai.

Il miserabile foglietto compilato con scarabocchi da 28 all’appello di grafologia farmacopeica rimandava allegramente ad altre diagnosi, altri scenari, altri dottori. Non direttamente al funerale equo e solidale milletrecento euro tutto compreso pure lo jubiliamo all together now, ma a nuovi esami, nuovi prelievi, nuove medicine, nuove terapie ma vuoi mettere il sollievo di non leggere su quel foglietto Ciao Angelo Ti Sia Lieve La Terra?

Ci fu un rapido scambio d’occhiate, con il senso d’appartenenza alla terra e l’orgoglio della razza che galleggiava sempre più alto nella cornea degli occhi, come il mare che assedia l’isola Gallinara e l’olio che affiora dagli orci taggiaschi.

Da lunedì il ticket a ricetta sarà dieci euro.

15 Luglio 2011

Archiviato in: affabulazione — rael @ 22:09

Non negare l’evidenza non affermando l’esistenza.
Definizione aristotelica poi mutuata in kantiana affermazione lapalissiana e infine confusione di esposizione ribaltata con una risata sardonica mentre si appoggia la mano a palmo in giù sul libretto universitario segnato con brillanti votazioni inutili ai fini di un’occupazione soddisfacente sia dal lato economico che morale.

Noi siamo ciò che mangiamo; noi siamo ciò che vestiamo.

Noi siamo ciò che vediamo; noi siamo ciò che rubiamo.

È normale ciò che si voglia sia ciò che vogliamo.

24 Gennaio 2011

Archiviato in: amoressia — rael @ 22:24

Quarantasette sigarette credo possano essere annoverate tra i miei piccoli record personali.
Assieme al lancio della carta nel cestino, la bruciatura d’unghia con l’accendino e l’aver bestemmiato per tutta la musichetta d’attesa del call center dell’assicurazione dell’auto.
Papparaparappappapa prcd parararapparara prcmdnn pàrara dmldtt pàrara pttnlmdnn parararàpara.
É che non é un bel periodo. Emma ha avuto il ciclo ben due volte, questo mese, lei così precisa.
E io guardo i suoi capelli e scopro dei fili bianchi.
Non so se la tristezza sia per le scatole di tinta nell’armadietto del bagno.
O per vedere una consapevolezza diversa nei suoi vestiti.
Questo inverno ha comprato diverse scarpe col tacco: dieci, dodici, otto centimetri.
Belle.
Femminili.
Ma non ha indossato neanche una volta gli anfibi.
Mai.
E.
E neanche i levi’s strappati.
Mai.
Questo inverno strano, con la neve che non s’è aggrappata ai bordi delle strade e la galaverna ha ceduto le armi al gelicidio, scopro cose che so già non amerò. I levi’s mancati, gli anfibi nella loro scatola, il nescafé invece del caffè, le piante grasse sul davanzale della cucina invece della mensola in soggiorno.
Fastidio.
Mi siedo sul divano, indeciso se annoiarmi o no.
Mi alzo in piedi, cincischiando con le dita in tasca del golf.
Vado nello sgabuzzino e respiro l’odore strano, di utensili, e scope, e scarpe, e lampadine nuove, e di scaffali di ferro.

EMMA. ANF.

Torno, corro al divano, oppplà, via una ciabatta, opppplalà, via l’altra.
Opplallallalà.

Che io abbia il 45 ed Emma il 38 è un dettaglio insignificante.

25 Marzo 2010

Archiviato in: ... — rael @ 10:49

“Non capisco” disse alla fruttivendola, abbassando le spalle. Indicò le peschenoci, perché quelle normali le sembravano troppo acerbe. Nella mano aveva un biglietto da dieci euro, attese il resto e il sacchetto di plastica azzurra.
Non capisco, ormai era la frase che più l’accompagnava durante il giorno, e anche la sera e la notte, da qualche tempo.
Non capisco: sul pullman, dopo la risposta al suo chiedere se la fermata sua fosse la prossima. Non capisco: al mercato, al supermercato, all’ipermercato, al mercatino delle pulci la terza domenica del mese.
Poi, tornava a casa, posava la spesa sul tavolo, si stropicciava gli occhi bruciandoseli dello sporco rimasto sui palmi delle mani dopo una giornata passata a far nulla.

Perché il problema del Non Capisco era secondario, rispetto al Non Ho Niente Da Fare: avendo venduto l’alloggio, su al nord, dopo il divorzio, poteva vivere di rendita e cercarsi un lavoro con tutta calma. Un lavoro che coprisse le spese vive e non le lasciasse le giornate vuote da impegni.

Perché il problema del Ho Un Sacco Di Tempo Libero era principale rispetto al Non Ho niente da Fare e metteva in cantina, decisamente, il Non Capisco. Essendosi trasferita a Palermo così, d’impulso, guardando i muri barocchi e sbreccati delle foto su internet, attirata anche dai bassi prezzi e la fervente attività culturale dell’isola, città per città aveva comperato un bell’alloggio nel centro storico, una macchina di seconda mano ed era arrivata anni prima seguita da un camion contenente vestiti e libri. E aveva scoperto che è semplice ricominciare, se solo se ne ha voglia.

Perché il Se Solo Ne Avessi Voglia era preponderante sull’Ho Un Sacco Di Tempo Libero, rendeva puerile il Non Ho Niente Da Fare e dava diverse sfaccettature al Non Capisco: se solo ne avesse avuto voglia avrebbe compreso e capito meglio le persone che le camminavano attorno durante il giorno, la sera no ché va bene l’avventura ma non andiamo a cercarci grane.

Il Andiamo A Cercarci Grane raggiunse la summa quando, una sera, davanti al telegiornale, cenando sul divano col piatto poggiato su un vassoio tenuto in bilico sulle proprie ginocchia disse tranquilla che lì non ci stava bene, che lì con lui non ci stava bene, e senti, ascolta, siamo ancora giovani, che ne dici? È un po’ come fare un figlio, anzi, persino più impegnativo, perché un figlio lo vedremmo crescere e qua con questo lasciarci e non sapere come sarebbe stato ci faremo i conti.

Farci I Conti, in effetti, era il rendiconto della giornata, dopo che l’Andiamo A Cercarci Grane s’era affievolito nella lamentela del Non Ho Niente Da Fare in mezzo al vuoto dell’Ho Un Sacco Di Tempo Libero speso a dire Non Capisco. Fare i conti con linguaggi e usi diversi, stupirsi che allo stesso orario di su al nord ci fosse il telegiornale, chiamare la brioche con altri nomi e cucinare con condimenti diversi i cui odori sentiva salire dalle finestre aperte sul cortile del palazzo dove abitava, fare i conti con l’aver chiuso un capitolo della sua vita, fare i conti con tutto.

Fare I Conti con la pezza di conto della fruttivendola le fece vedere che era stata gentile, le aveva scritto: “signo’, s’un sa fira a parrari, mi facissi taliare chì rita”.

Sorrise, in milanese.

img @ www.ilsoleazzurro.com

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