Che cosa mi manca?
O meglio, che cosa non ho?
Ho la tv via satellite, il telecomando è sempre puntato sui sette canali canonici. Mi piace il cinque. Mi concilia il sonno.
Mi piace dormire. Ho una splendida camera da letto in barocco piemontese con spesse mani di cera tirata male. In colorificio vendevo delle splendide cere inglesi in scatole di metalli serigrafate in vittoriano. Le comperai.
Posso comperare cosa voglio, quando voglio, dove voglio. Sempreché prendano la carta di credito. Non dappertutto la accettano. Se non hanno la macchinetta, non possono. Allora tiro fuori i soldi di carta, conto le monete, scelgo rapido qualcosa che mi dia la soddisfazione di avere il resto.
Dal panettiere mi piace prendere le pizzette. E la farina speciale. Poi, a casa, la metto in barattoli di vetro smeriglio, con il coperchio che s’avvita. Passa il tempo, nascono le camole.
Io non so perché sia un uomo solo. Così solo. Vorrei avere una malattia di quelle romantiche. Così avrei una scusa decente per il male che ho dentro.
Il male che ho è una cosa che parte da dietro la gola. Dentro, ma dietro. Prende la cervicale, mi inchioda le orecchie. Poi va nel naso. Dal naso scende giù, separa con precisione la scatola toracica. Tot costole di qui, una di meno di lì.
Mi piacerebbe avere una persona affianco, la sera. Farci le foto. Ridere guardando un film in tv. O un comico. Ho scoperto che su uno dei canali oltre i sette c’è gente che fa ridere.
Allora, mi son detto: prova a contare. Uno Due Tre Quattrocinquesei Sette
Sette.
Niente, non mi riesce di andar oltre. Mi mancano tre dita. Il dolore salta improvviso sul braccio, corre alle unghie che mi mancano, cade, s’aggrappa alla camicia, risale su un fianco, torna sullo sterno.
Un animo romantico, oppure una donna con un sorriso letterario, penserebbe che il dolore si fermi lì, perché è lì che abbiamo il cuore, a destra o sinistra decisamente non ricordo.
Forse è per questo che sono senza una compagna, perché a me il dolore scende, mi sconquassa il piloro, mi sega lo stomaco, mi fa a fettine il pancreas.
A questo punto l’infermiera che tutti noi maschi sogniamo di avere al nostro capezzale almeno una volta nella vita arriva, il camice corto stretto sulle spalle e le scarpe bianche col tacco invece che zoccoli sanitari.
Sente male qui?
No.
E qui?
No.
Lei sta bene, non ha niente.
E l’infermiera se ne va, sculetta come nei peggiori porno, esistono dei porno migliori o peggiori? E rispetto a cosa? Lei se ne va, io non ho risposte, e il dolore scende, adesso lo sento, oh, arriva, so già come farà , so già cosa sentirò, la strizzata di coglioni
-
Hai presente quando ti manca il fiato, hai presente quando l’udito si ovatta, hai presente quando sudi e ti senti in bocca il sapore della cena della sera prima?
No?
Per forza, sei una donna.












