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stop, in the name of love

Categories: ante litteram | August 27th, 2008 | by rael.is.real | no comments

Prendo il tram. Che sono anni che non prendo il tram. Ma la macchina è dal carrozziere, quindi prendo il tram. Che poi, a ben vedere, non è dal carrozziere, cioè: sistema anche la carrozzeria, volendo, ma pure il motore, le cose elettriche e le gomme. Quindi è un carrozziere carburatorista elettrauto pure gommista, ma fatto sta che mi vede una volta ogni otto anni e non sono un buon cliente. Perciò niente auto sostitutiva. Il cartello alle sue spalle diceva: Trenta euro al giorno - Rabbocco Benzina Escluso. Mi dà l’auto sostitutiva? Sono tutte fuori, m’ha risposto con la sigaretta in bocca, il cartello alle sue spalle che recitava Vietato Fumare - 27,5 a 275 - Sukamelo. Son tutte fuori, va bene. Quando è pronta la mia? Non sono un buon cliente, la mia macchina sarà a posto solo stasera, forse domani in giornata. Allora mi prendo il tram.

Il tram è un mezzo di trasporto strano. Secondo me i tram sono vivi, si fanno un po’ gli affari loro. Hanno ’ste rotaie e fanno le curve sculando a destra e sinistra, a seconda se girino a sinistra oppure a destra. E sono legati al filo sopra la loro testa. Tu sali, obliteri, ti siedi e guardi gli altri curvare, fare retromarcia, inversioni, un po’ di qui e un po’ di là. Tu no: sei seduto affianco al finestrino, sporco e coi profili di metallo con una cingomma schiacciata tra i vetri a ghigliottina e prosegui dritto come un fuso sui binari.

Ogni tanto qualche tram si ribella. Esce dai binari, fa casino, si rotola. A quel punto tutti si devono fermare, come elefanti che osservino il capobranco trascinarsi via nella foresta, solo che io al pensiero di stare su un elefante, perdippiù morente, inizio ad avere mal di mare.

E se si rovescia, il tram? E se le vecchie mi ribaltano addosso, con le sacche della spesa? E quelle ragazzette lì? Se per caso mi si rotolano addosso e mi spiaccicano contro il finestrino, metti che la mia bocca vada contro la cingomma secca e lurida che ho attaccata qua di fianco?

Inizio a sudare. Davvero, inizio a sudare. Questo è panico, lo so, sto calmo, mi calmo, dai, neanche alla prima fermata, mi calmo, ma metti che un suv ci investa, anzi, un camion, un camion doppio, no, un trasporto eccezionale ci viene addosso, e la trave di cemento armato gli scivola dal pianale, passa la cabina e si infila dentro il tram. Metti che.

Mi sento male. Sudo. Scusi, apro il finestrino, dico al ragazzo davanti a me. Quello manco si gira, ah, sì, ha le cuffiette.
E se apro il finestrino e un ramo di albero si infila dentro che mi colpisce in fronte. Cioè, ecco, mica è così impossibile, con ’sti alberi che non li tagliano mai. Metti che alla fermata una zingara si arrampica, si infila, mi piglia la ventiquattrore e salta via con i miei documenti e il panino. No, ma metti l’ipotesi. Oh, mica accade, dai. Non sono paranoico.

Sudo. Il ragazzetto davanti a me ha le cuffiette con un volume altissimo. Non sono neanche alla prima fermata da quando sono partito. Ma manca poco, davvero, manca poco, ora io piano, mi alzo, vado alle porte, piano e lento, cammino piano e lento, faccio con calma, sto sudando, faccio con calma, molta calma, sono calmo, la vecchia davanti a me mi rallenta, vado piano, ecco, ora frena, si ferma, fermati, fermati diocristo

transustanziazione

Categories: affabulazione | August 7th, 2008 | by rael.is.real | no comments

Quando hai spedito? Ma hai spedito? Sì, no, non ho ancora ricevuto nulla.
Ricordi quando ti dicevo che amo più la busta e il contenuto che il motivo in sé dello spedirmi qualcosa? Facendo, come mio solito, l’imparato, ti dissi: è la mesmerizzazione.
Quella cosa in cui io tocco la busta, impugno la penna per scrivere il mittente e il destinatario, infilo dentro il libro che a sua volta ho preso dallo scaffale in libreria: ho sfogliato veloce, poi sono andato al banco, l’ho poggiato e ho preso i soldi per pagarlo, la banconota da cinque euro sporgendo tra le altre ha sfiorato la copertina. Ho preso la busta e sono tornato a casa, il sacchetto ha toccato le mie gambe, i pantaloni che ho indossato al mattino e coprono la mia pelle, i calzini, le mutande, il lembo della camicia. La camicia l’ho indossata due settimane fa, poi l’ho lavata quando ho avuto abbastanza roba sporca dello stesso colore: la lavatrice porta le mie impronte digitali, sin dal primo giorno che l’ho sballata dal suo involucro, l’ho presa in un centro commerciale, io non mi credevo ma è come per le televisioni, il baricentro del peso è completamente spostato rispetto a quanto si immagini e a trascinarla su per le scale ho bestemmiato e sentito un dolore bruciante tra la schiena e il mio sedere. Sono andato dal dottore che ha mosso la faccia mugugnando e mi ha detto: credo sia ernia, così è iniziato il ciclo di cure, vai da questo, vai da quello, operiamo, non operiamo e io solo mi chiedevo ma potrò sedermi, potrò correre e anche potrò scopare, insomma, io tutte queste cose le chiamavo mesmerizzazione.
Poi un giorno al telefono tu mi hai detto che significa “ipnotizzare”, allora ho azzardato un “transumanza” e ti sei messa ridere ma non ne eri del tutto convinta del mio sbaglio e della tua ragione.
Comunque no, non è arrivato il postino e non son tanto sicuro di volere che arrivi, perché tra le mie mani ci sarà anche la sua storia, quella dell’impiegata delle poste e del suo direttore, di chi ha costruito la macchina per smistare la posta e tutto questo mi arriva a valanga addosso mentre accarezzo la busta e sento la tua mancanza.
Perché in realtà il postino è arrivato ma prima di dirtelo devo controllare sul vocabolario chi di noi due abbia ragione, se sia mesmerizzazione oppure transumanza.

shot by Wellaughard

di vecchiaia, di cose che vorremmo, di innamorarsi e non saperlo dire ma volerlo fortemente

Categories: affabulazione | July 26th, 2008 | by rael.is.real | 2 comments

Faccio la doccia. Non ci metto molto, ma neanche poco tempo.
Elisa è in sala, sul divano, guarda la tv. Io avevo caldo, ero sudato, le ho detto: vado a farmi una doccia. Lei non mi ha risposto, mi ha solo rivolto un’alzata di spalle, poi è tornata a fissare lo schermo, il telecomando in mano.

Lo-li-ta, la lingua batte sul palato, tre volte a stillare un dolore sordo che mi inchioda alla mia mortalità.
Lo-li-ta, qualunque genitore meriterebbe il gulag se mai davvero chiamasse la propria figlia così.
Penso ad altri nomi di donne, di donne di libri, di donne vere che ti facciano impazzire solo a toccare la sovvracopertina, la bandella, un brivido lungo il dorso: non Anna, non Emma, solo lei, Lo-li-ta, rideva stamattina in classe, scherzava chiudendo i libri, parlava della pizza stasera.

Ride con la sua compagna di banco, alla fine della mattinata, tutti sciamano fuori dallo stanzone come insetti impazziti di ascelle sudate e vestiti ridicoli. Fermati un momento, Corombari, e lei mi ha prima odiato perché le avrei fatto perdere tempo, poi ha avuto paura. In fondo son sempre il suo professore d’italiano e questo al ginnasio, dove la mortalità infantile è alta, è di una certa importanza.

Lo-li-ta, con le calzette e le gonnelline e sua madre così dietro a opprimere ogni angolo di visuale, eravamo felici nel momento in cui la mia mano chiudendo la mia vecchia portadocumenti di cuoio ha sfiorato l’aria intorno a lei, lo spostamento ha incontrato la sua gonna, Lo, l’ha sollevata, Li, e s’è incantata a vedere la perfezione della pelle sotto il collant, Ta.

No, volevo dirti. Dica. A proposito di. Sì?

Lo-li-ta, io sono solo un vecchio coglione,  con una moglie che guarda i telefilm polizieschi sulla pay tv, sono un po’ grasso e con la pelle cascante, son ancora piacente, ma il mio target di disponibilità ha un’età se non il triplo la tua è almeno il doppio. E noi non ci innamoreremo mai.

No, volevo dirti, sono contento dei suoi progressi, brava, continua così, puoi andare.

Faccio la doccia, passo le mani sul mio corpo. Pensare che siano le tue dita, al posto delle mie, è un lusso da condividere con il sapone che mi scivola addosso come la tua indifferenza.

Jan Saudek - click for music, clinic, corpus christi

Another sunny day

Categories: affabulazione | July 17th, 2008 | by rael.is.real | no comments

Come ogni giovedì che si rispetti, nei mesi estivi, c’è il mercato.
E, come ogni giovedì estivo mercatale che si rispetti, piove. Ormai è tradizione. Il mercoledì sera nessuno innaffia i prati o le piante e i fiori in vaso: domani c’è il mercato.

Col passare degli anni la situazione è variata sensibilmente. I milanesi han smesso di intasare la strada nel fine settimana, han smesso di accapparrarsi alloggi, stanze, garages. Perché il milanese ha questa peculiarità: piuttosto passa una settimana accampato in automobile, pur di venire a rompere le palle qui. A fare il uìchénd. A fare la spesa al supermercato di domenica mattina. A parcheggiare dove c’è scritto grosso come il Pirellone Strada Privata, Chiusa, Non Parcheggiare, Tornatene alla Bovisa Maledetto. No, il milanese entra nella strada privata, fa manovre da circo quando si rende conto che è una strada chiusa, parcheggia davanti al tuo cancello d’ingresso nonostante il cartello di divieto di sosta e poi se ne torna felice a casa sua alla Bovisa la domenica sera. Tutti assieme. In blocco. Il milanese fa condominio in strada, a dodici chilometri all’ora di velocità, i bambini catatonici, la moglie con i piedi negli infradito d&g presi a Sharm a ventidue euro - ne voleva ventisette, el nègher!- belli appoggiati sul cruscotto, lui che guida pensando all’indomani in ufficio.

Il cielo è particolarmente grigio. Promette nulla di buono. Il mio cuore si gonfia d’orgoglio al pensiero che nulla cambia, tutto si svolge come un balletto preciso e perfetto. L’etoile è il pescivendolo che sta urlando alla moglie: Prendi l’olio di ieri.
E inizia a friggere merluzzo e totani e patatine, perché poi arriveranno i milanesi. Sul palco le nuvole si raggruppano a piegare l’odore del pesce fritto in una bolla di compensazione, dove puoi entrare solo a determinate condizioni: Milanese E Pirla. Il che, di solito, coincide in un’unica persona. Appunto.

Con il passare degli anni, però, tutto questo è andato a scemare.
Pochissime nonne e mamme con i bambini a casa da scuola. Pochissime famiglie a caccia del garage da affittare. I posti per parcheggiare son sempre di più. Non so se sia la recessione o la rata del telefonino a far rinunciare al fine settimana in montagna, all’intasamento della statale la domenica sera. Certo è che fa tristezza non vederli più, faceva parte della tradizione insultarli e denigrarli senza pietà. Chissà dove vanno, ora. Credo rimangano alla Bovisa, rintanati, a vedere la tv a pagamento.

C’è solo una cosa che non cambia mai.

È giovedì. Piove.

mare mare mare, che cosa ci stiamo a fare

Categories: anonimia | July 3rd, 2008 | by rael.is.real | 12 comments

Di pomeriggio, guardo il mio albergo. Non è mio nel senso di proprietà: ci sto in vacanza, da circa ottomilaquattrocentonovantasette giorni, che è come dire ventitrè anni e qualche mese, anno bisesto più anno bisesto meno.
Sono nato in Agosto, mia madre era figlia dei proprietari e si innamorò, sedicenne, di un tedesco in vacanza con la famiglia. Lei, dicono le leggende, era bellissima e con le lentiggini che spuntavano con l’abbronzatura, vale a dire da Marzo a Febbraio. Le leggende me le ha raccontate prodiga di particolari la cuoca dell’albergo, che aveva previsto visto e rivisto tutto quel che accadde. Non che ci volesse un granché a capire cosa sarebbe successo: il tedeschino si fece cascare gli occhi giù dalle orbite non appena la vide dietro il bancone della reception, lei si innamorò all’istante. Fecero l’amore, lui tornò in Germania, mia madre si scoprì incinta, i proprietari dell’albergo diedero di matto e io poi nacqui. Mia madre non la vedo da ventitrè anni giusti, tolti i mesi scevri di anni bisesti, perché appena terminò il latte andò a Milano in collegio, da cui poi scappò; la cuoca un giorno mi disse che si era sposata. Poi che aveva avuto dei figli. Che era rimasta vedova. Che si era risposata. La cuoca era rimasta in contatto, seppur segreto. I proprietari dell’albergo, per la precisione i miei nonni, dalla mia nascita e abbandono non han mai pronunciato il nome della figlia, cioè mia madre, e se possono evitano di ospitare tedeschi nell’albergo. Il che ha contribuito non poco alla leggenda che vuole noi liguri alquanto odiosi nei confronti degli stranieri. Non è vero che li trattiamo male, i crucchi. In realtà ci stanno proprio sul cazzo.

Guardo, come ogni pomeriggio nella mia ora di pausa, il mio albergo, che non è mio perché prima devono morire i miei nonni, poi mia madre, poi i miei fratellastri e il mio secondo patrigno; sono su una sdraio di legno che chiamiamo trinciapolli perché i turisti si siedono poggiandovi le mani, questa cede e pinza le dita dei malcapitati; ho la mia merenda accanto, cioè tre albicocche prese dall’albero nell’orto di mia nonna e attorciglio senza accorgermene un tovagliolino di carta.

Ogni pomeriggio lo passo così: se è stagione mangio le mie albicocche, se non lo è aspetto che lo sia per mangiarle. D’estate attorciglio un tovagliolino, d’inverno faccio palline con la lana dei maglioni che indosso. Modello orsetti. Mangio le mie albicocche, se è stagione, e faccio orsetti con palline o di lana o di carta. Poi mi alzo dalla sdraio, senza poggiarvi le mani, e torno al lavoro. Se fossi senza famiglia e tedesco probabilmente mi divertirei molto di più.

bear with apricots.

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